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Il Figlio

La vita giovane di Mattia Insolia

Giacomo Giossi

Il racconto in presa diretta di un gruppo di giovani adulti, ma al tempo stesso la storia di un’infanzia tradita prima che dagli altri e dai genitori, da se stessi, dal proprio desiderio sottaciuto di potere restare bambini per sempre. Un libro

C’è sempre qualcuno che confermando l’eccezione assicura la regola per tutti. C’è sempre qualcuno con cui si è cresciuti insieme, a scuola come nei pomeriggi lunghissimi tra un gioco e l’altro, tra un’ansia e l’altra, che riesce a trasformare in realtà, in una possibilità concreta, quello che per chiunque altro resta e probabilmente resterà per sempre solo un sogno. Qui, nel bellissimo e appassionante romanzo di Mattia Insolia, "La vita giovane" (Mondadori), quel ruolo - quel punto di equilibrio con cui chiunque è costretto a confrontarsi - è assunto da Giorgio e Matilde che dopo gli anni di fidanzamento che partono dai tempi della scuola hanno ora deciso di sposarsi, come in una favola, come in una pubblicità degli anni Ottanta. L’occasione del matrimonio comporta così l’arrivo da vari punti geografici e dell’esistenza dei vecchi amici e compagni di scuola. Ognuno di loro proviene da un tempo carico di sogni e di speranze. Illusioni di un tempo passato ormai del tutto, esaurito e appassito sotto una coltre d’urgenze quotidiane e di necessità di cui una volta nemmeno si sapeva l’esistenza. Tra loro Matteo, detto Teo che ha scelto la via di Milano per fuggire da tutto e da una provincia che nel romanzo di Insolia assume il nome di Foro: città qualunque di una qualunque regione italiana. Perché è proprio nella provincia, là dove si pretende un’identità e un’origine spesso denominata e controllata che tutto si è perso: si è perso l’io e il noi. Foro come vuoto, come assenza e caduta in un infinito rimpianto. Un luogo da cui sfuggire come si sfugge dal lamento altrui prima che diventi il proprio. 

Teo ha ventotto anni, la vita ancora da mordere, ma un’inquietudine lo attraversa segnandogli il viso. Teo è sfuggente e ha pensieri traballanti, di confusione e di malinconia insieme che si rispecchiano in parte con la malattia della madre segnata da un parkinson doloroso. Una madre accudita da un marito premuroso, ma che si conferma per Teo sempre un padre superficiale per quanto affettuoso. Un padre lontano, allora come ora. Il rapporto con il passato di Teo è segnato da una rabbia a tratti infantile, da un bisogno estremo di chiarezza e pulizia che non riesce a ritrovare in se stesso e nemmeno negli altri. I sogni sembrano volati via non solo per assenza di voglia e di coraggio, ma per la materia stessa di cui sono fatti i sogni: illusioni e desideri leggeri come bolle di sapone. La vita giovane è il racconto in presa diretta di un gruppo di giovani adulti, ma è al tempo stesso il racconto di un’infanzia tradita prima che dagli altri e dai genitori, da se stessi, dal proprio desiderio sottaciuto di potere restare bambini per sempre. “Ma perché devo diventare adulto? Non c’è motivo”, dice Nanni Moretti in Aprile. Lo dice con leggerezza e ironia, ma lui ha superato i quaranta anni mentre qui, ne La vita giovane i protagonisti sono ancora sotto la soglia dei trenta, là dove la rabbia e la delusione per tutto quello che si era sperato e che non sarà mai, brucia ancora fortissimo fin dentro le viscere di ognuno. “Di eroi ed eroine il mondo non voleva saperne, tutto ciò che chiedeva era che ognuno si scavasse la sua tana, e che lì conducesse la sua esistenza” Insolia descrive una vita fragile: fragili sono gli amori e precari i lavori. Fragilissimo è il presente che trasforma il futuro in una possibile e lunghissima caduta. La vita giovane è una messa alla prova, prima che il destino si compia, prima che ogni vera tragedia prenda il sopravvento. 

Il romanzo è intriso in ogni pagina di una tensione di attesa che ricorda il capolavoro di Michael Cimino, Il cacciatore. Insolia avverte un pericolo attorno ai suoi protagonisti resi impotenti di fronte a una possibile e definitiva deflagrazione di ogni sogno immaginato. 

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