il figlio

La partita di ping-pong della vita tra padre e figlio, e tra visibile e invisibile

Michele Neri

Leggere "Tocca a te" di John e Yves Berger (a cura di Maria Nadotti, il Saggiatore) per capire quanto un interesse comune, leggere la propria storia, il mondo e il suo mistero attraverso l’Arte, possa annullare la distanza tra generazioni fino ad affacciarsi su un orizzonte comune

A quale livello d’intimità può arrivare il dialogo tra padre e figlio e come, in quell’indispensabile scambio esistenziale – diretto, immaginario, perduto che sia – si può rispettare la grazia dell’altro, senza mentire, ottenendo ciò di cui ha più bisogno? La corrispondenza tra l’artista e critico John Berger e il figlio, il pittore Yves, rivela quanto un interesse comune, leggere la propria storia, il mondo e il suo mistero attraverso l’Arte, possa annullare la distanza tra generazioni fino ad affacciarsi su un orizzonte comune, quello che mostra quanto, della vita, rimanga sempre troppo vasto e inconoscibile: “Troppo grande perché riusciamo a concepirlo, a vederlo, a udirlo. E così, per riuscire a procedere dalla nascita alla morte, ognuno di noi deve trovare un modo per vedersela con questo troppo grande”. Questa profondità emozionante e autentica della dialettica padre-figlio permea "Tocca a te" di John e Yves Berger (a cura di Maria Nadotti, il Saggiatore), dove alle lettere sono accostati sia i dipinti a cui si riferiscono, sia uno scambio di disegni originali. Il dialogo nasce dalla tensione per superare l’altro. Dalla sua casa di Parigi, l’ottantanovenne John invia al trentanovenne Yves, in Alta Savoia, le foto di alcuni quadri. E’ l’occasione per iniziare uno scambio serrato come le partite di ping-pong che i due giocavano nel fienile di casa: “Ogni volta che cambiavamo il servizio e tiravamo la palla dall’altra parte del tavolo, dicevamo: tocca a te!”. Non è soltanto una metafora comoda: il nervoso affrontarsi attorno allo stesso tavolo permette di leggere dentro le reazioni, nei sotterfugi e nei talenti dell’altro. “Come in un libro aperto… Non è un modo fantastico di esprimere il nostro desiderio di accedere a ciò che sta dentro?”, scrive Yves e prosegue. “Per superare l’isolamento che proviamo nella nostra carne. Il terribile confine del corpo… Guarda com’era ossessionato Chaïm Soutine dalla lettura dell’interno! Il bue squartato si offre anch’esso come un libro aperto…”. Il padre: “'Superare l’isolamento che proviamo nella carne….' Le tue parole e il dipinto di Soutine mi hanno fatto pensare d’improvviso a Watteau, ai suoi giocatori e ai suoi clown. Tutti quei travestimenti e quelle frivolezze per nascondere il terribile confine”.


Si confrontano sui corsi di anatomia dal vero seguiti da entrambi, ammettendo che ciò che sembra facile da capire, poiché si tratta soltanto di un corpo, non lo è. Per rappresentarlo, devono prima dimenticare, non fidarsi “di ciò che credevamo di sapere per affrontare questo mistero affascinante. E da lì provare a imparare di nuovo”, scrive il figlio. Lo stesso vale per una mela, per un cappotto su una sedia e sia Cézanne che Giacometti hanno dedicato anni a scalfirne il mistero. “E questo scarto tra il visibile e l’invisibile, il detto e il non detto, porta a una specie di vertigine. Una vertigine non lontana dalla preghiera, o dalla follia. E’ questa la zona dove vorrei che ci incontrassimo. Vieni?”, chiede Yves.

 

Il padre cita allora “un Caravaggio che tu e io conosciamo molto bene. (La conversione di San Paolo). Te la mando perché descrive esattamente l’istante di vertigine o di preghiera cui fai riferimento. San Paolo, se vuoi, ha appena visto le stelle! Tuttavia la cosa davvero strana è il modo in cui Caravaggio ha dipinto ciò che Paolo ha intorno: un cavallo, un uomo, un mantello. Queste "presenze" banali, quotidiane, sono dipinte come si potrebbe dipingere una tempesta”. Ruolo della pittura, scrive poi John Berger, è “il ristabilimento dell’invisibile”. Yves concorda: “«Il ristabilimento dell’invisibile» è davvero uno zaino immenso che la pittura porta sulle spalle”, lo stesso fardello che un padre e un figlio che si confrontano senza finzioni, sopportano a vantaggio dell’altro.

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