Il Figlio
Alle Olimpiadi tu ti farai valere, ha ragione tua madre, io lo so
Tra le macerie del passato e la disciplina del corpo, una ragazza impara che resistere può essere un modo per ringraziare la vita. Un estratto di "Grazia", edito da Solferino
La nonna era lì davanti, con la spesa ai piedi e un ombrello in mano. “Be’?”. “Nonna, niente. Perché hai l’ombrello? Non piove”. “Cos’hai?”. “Ma niente”. “Allora aiutami a portare su la spesa. Spesa… borsa nera, maledetti loro”. Aveva la pelle spessa come carta da lucido, la gonna lunga che sfiorava le caviglie grosse, scarpe di cuoio risuolate di nuovo.
“E allora, la scuola come va?”, mi chiese posando i sacchetti sul lavello. Alzai le spalle. “Così”. “Così come?”. Ma feci finta di non sentire.
Su una mensola dell’ingresso aveva piazzato il ritratto di Ettore e, vicino, quello di mio fratello. Poi la foto del giorno del matrimonio dei miei genitori, di zia Gina con lo zio Giovanni, un ritratto di quando le mie zie giocavano a calcio. Lo sollevai: Gina e Marta con la divisa da gara bianconera, mia madre che teneva una mano sul braccio di Giacomo, e io accanto, abbracciata a Rosetta, che si era inginocchiata per essere alla mia altezza. “Era bello, vero?”, disse la nonna venendomi vicino. Sospirai, sentii il suo solito profumo di canfora, posai la foto: “Io non mi ricordo niente”. La nonna mi prese per un braccio: “Cosa succede, Grazia? Tua madre dice che non vuoi più pattinare”. “E’ così. Non voglio”. “E perché?”. “Non ho più voglia”.
La nonna si sedette, si passò una mano sui capelli grigi, tirati indietro con delle forcine. “Tua madre non è rigida per egoismo, sai, Grazia, lei… pensa che le emozioni debbano tradursi in azione politica… o non valga la pena mostrarle”. Tacque un momento. “E poi è ostinata. Ti ricordi quella volta che pioveva? Ti eri infilata nel mio letto, dicevi che volevi dormire qui. Lei arrivò in fretta, ti trascinò fuori per non farti perdere gli allenamenti”. Mi venne da ridere, ma anche da piangere. Non dissi niente, invece. La nonna tacque, e io guardai fuori dalla finestra. Si sentirono dei soldati americani cantare, uno strillone urlare i titoli della sera, le campane del Duomo battere cinque tocchi.
Lontano, la Madonnina scintillava, aveva ragione Carlo, pensai, era più bella di prima. “Non c’è pace per donne come tua madre, Grazia”, disse la nonna. “Solo tregue”. Mi diede un colpetto sulla spalla, come ad anticipare i miei pensieri, i miei “se”. Poi uscì sul balcone e io le andai dietro “Sta cambiando tutto, vedi?”, mormorò indicando i tetti delle case di fronte sfondati, e gli operai in strada. “Ma tu, intanto… impara un passo, una figura nuova, anche sbagliata, imparala lo stesso”. “Ma a che serve, nonna…”. “Grazia… serve. A ringraziare la vita”. “La vita…» Ma mi interruppe: “Alle Olimpiadi, tu ti farai valere, ha ragione tua madre, io lo so”. “L’Italia non ci sarà alle Olimpiadi, nonna”. “Tua madre dice di sì» affermò, sicura. “E tu ci andrai, vedrai. E i colori che avrai indosso non parleranno solo di te. Ma di tutto quello che abbiamo attraversato”. Poi, come se si fosse ricordata una cosa che aveva in mente da tempo, rientrò in casa, con un cenno mi chiese di seguirla fuori e io presi la giacca. Al Cimitero Maggiore non disse una parola. Si inginocchiò davanti alla tomba di Giacomo, mormorò una preghiera per Ettore e una per il nonno, mi spedì a riempire una brocca al drago verde. Quando tornai indietro, un po’ d’acqua mi finì sulle scarpe.
Restai dietro di lei un momento, la guardai e mi sembrò vecchissima, ma anche forte, più di chiunque. Sentii il cuore e lo stomaco pesanti a pensare a quanta vita avesse sopportato lei, che pure era così minuta. Mi trattenni dall’andare ad abbracciarla, mi ripromisi che dopo l’avrei fatto. Serrai i denti. Al suo confronto, io non avevo vissuto niente.
estratto di “Grazia” (romanzo in uscita per Solferino, con un saggio finale di Marco Giani)