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Una nuova strada

Il corpo, l’identità, l’adolescenza. Quanta grazia serve per spostare il confine di chi siamo

20 Settembre 2019 alle 10:40

Una nuova strada

Il destino è nel nome: Saveur (Salvatore) Saint-Yves è uno psicologo, Lazare (Lazzaro) suo figlio di otto anni. Per mestiere, per vocazione e per passione Saveur salva i pazienti dall’infelicità di non poter essere le persone che sentono di essere, mentre Lazare, che porta il nome di un morto resuscitato (ma anche di una stazione di Parigi), ogni giorno ha bisogno di una ragione per rinascere. Sua mamma non c’è più e lui vive con il papà nella casa di Orléans che è per metà studio e per metà abitazione; quando arrivano i pazienti si nasconde nel ripostiglio, spia le sedute del papà e ascolta le voci che da un universo profondissimo e solitario raccontano altre vite: Margaux che si riempie di tagli e copre le braccia con maniche lunghe fin sulle nocche, Cyrille che esprime il suo disagio con incresciosi allagamenti notturni e deve disegnare un ombrello sul calendario per tutti i giorni della settimana in cui fa la pipì a letto, la famiglia Augagneur, composta da sette persone che si tirano bicchieri in faccia e cercano di ricomporre un diverso assetto familiare con la nuova compagna di papà e la nuova compagna di mamma. E poi Ella, nata femmina ma che sogna di essere maschio, il cavaliere Elliot – anche per lei, il destino è nel nome. E, come per tutti gli altri, nel corpo.

 

Lupa bianca lupo nero di Marie-Aude Murail (Giunti, traduzione di Federica Angelini, 14 euro) è un bellissimo romanzo sui corpi e sull’identità, su come possiamo vivere la nostra pelle, la nostra sessualità e ciò che pulsando ci definisce senza per questo imprigionarci – è una storia che si spinge sull’orizzonte fino al quale possiamo spostare il confine di chi siamo, e lo sposta ancora e ancora e ancora avanti e oltre, con la grazia tipica di Murail, la scrittrice più brava di tutti a raccontare gli esseri umani senza risparmiarsi in audacia, attenzione e ironia. Questo libro è il primo di una serie, “Sauveur e figlio”, e riesce benissimo a far affezionare ai personaggi: un uomo alto, buono, solido e fragile, dalla voce suadente – un dottore che cura il male e il dolore perché li conosce bene, perché li ha vissuti e li vive su di sé – e un figlio alla scoperta di se stesso e del mistero non facile della nascita.

 

Sauveur è nero e Lazare mulatto: questo dettaglio, il cui segreto si svelerà nelle ultime pagine, è anche l’origine dell’amore traumatizzato che li tiene legati. Intanto, intorno a loro e nell’attesa che quel mistero sia pronunciato e si sciolga, va avanti la vita degli altri: Ella racconta al dottore le sue prime mestruazioni con distacco e disgusto (“Se fosse vissuta negli Usa, di lei si sarebbe detto che era una gender non conforming kid, una bambina che non si ritrovava nel genere di nascita?”), a Margaux interessa soprattutto che i tagli sulle braccia e sulle cosce non le impediscano di andare in gita scolastica a Roma (“… sarebbe troppo frustrante. Perché sono una fan di Nerone da quando avevo dieci anni!”), Ella trova conforto nella storia di Aurore Dupin, la ragazzina che nel XIX secolo voleva diventare scrittrice, come lei, e per farlo decise di vestirsi da maschio, fumare la pipa e farsi chiamare George Sand (“Mi scrive i nomi dei romanzi?”, chiede a Sauveur, entusiasta e incredula di aver trovato una sua simile). Nel mondo degli adolescenti e dei bambini la diversità è normalità e a richiedere un’inutile fatica è solo il dovere di conformarsi alle regole degli adulti, quindi tanto vale far saltare il tavolo – anche perché gli adulti non sanno bene cosa fare, cosa pensare, vivono in modo confuso le categorie che loro stessi hanno creato, il razzismo e l’antirazzismo, il moralismo e l’immoralismo. In queste pagine non ci sono buoni e non ci sono cattivi, ci sono persone più o meno confuse e più o meno consapevoli.

 

Murail racconta la consistenza delle giornate e del tempo che passa (sei capitoli che corrispondono a sei settimane) riflessa nella superficie spumeggiante delle cose, nei dialoghi allo stesso tempo scombinati e densi di significato, nelle barzellette che si raccontano per sopravvivere, nella tragedia di Charlie Hebdo con l’uccisione di uomini armati di matita, mentre nei sotterranei del romanzo, nelle sue viscere, scorrono tumulti e apocalissi. “I segreti che vi circondano con le loro nubi vi impediscono di vivere, crescere, amare?”, chiede e si chiede Sauveur, per scoprire che non abbiamo bisogno di sapere tutto né di noi stessi né delle persone che amiamo, e neppure di quelle che odiamo. Persino dei suoi pazienti, questo dottore meraviglioso non ha necessità di conoscere ogni anfratto: può procedere per illuminazioni, suggerire piccoli spostamenti di anima, di cuore, indicando senza imporre, consapevole che ogni guarigione è l’apertura di una nuova strada e finirà per somigliare più a una sorpresa che a una cura.

Nadia Terranova

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