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I tigli e la maturità

I diciott’anni di Antonio Pascale, i libri e la gastrite. Sentirsi vecchi e poi ecco la lunga estate

21 Luglio 2019 alle 06:09

I tigli e la maturità

Foto Pixabay

Così sono tornato diciottenne, un bel salto all’indietro.

 

La maturità di mia figlia è andata (molto bene). Ora ci stiamo godendo la noia, il dolce far niente, e questa lunga estate prima che cominci l’università. Come ai bei tempi miei, finalmente possiamo sbadigliare, camminare, guardare i fiori, il cielo, parlare del più e del meno: insomma, essere creativi. Finalmente possiamo permetterci di dire, citando Rimbaud: non si può essere tristi a 17 anni quando i tigli sono in fiore. Detesto la scuola. In qualche dibattito, sono stato pronto a sostenere le teorie di Ivan Illich sull’assurdità dell’istruzione obbligatoria: e sì, descolarizzare la società. Che sono sì un po’ estreme, ma che vi devo dire.

 

Il fatto è che sono stati cinque anni di crisi, più miei che di mia figlia. Non che lei non abbia patito, anzi. Il liceo classico è stato duro, interrogazioni a raffica: concitazioni, extrasistole con quel senso di vuoto tipico. Quello che mi ricorderò finché campo è la sveglia alle 6.30 di mattina, di domenica. Ma io già dormo poco, almeno la domenica. Devo studiare, ho compito, interrogazione, concitazione, extrasistole. Poi gastrite, acidità e reflusso e non capisco perché mai, non ho mangiato cioccolata o schifezze varie. Sto nervosa, ho interrogazione e non so niente niente niente. Non ho memoria e devo imparare a memoria. Soprattutto tu non mi sei d’aiuto con questi tuoi consigli assurdi: passeggia sotto i tigli, e dai, domani ho interrogazione, mi sveglio alle sei. Poi prendeva otto e mezzo. Cazzo, fantastico, dicevo. E no, non era fantastico, l’amica aveva preso nove e mezzo e aveva studiato la metà di lei, e quindi (la sua amica) la domenica dormiva. La sveglia, se la metteva, la metteva verso le dieci. Torniamo al punto di partenza, l’affanno, depressione, gastrite e studio e studio. Arrivava l’estate? Meno male! E no, c’erano i libri da leggere (di scrittori che detestavo) e i compiti per le vacanze. Riassunto della scuola? Patimento reciproco. Lei per il senso di inadeguatezza che la scuola impone, io perché non sapevo rispondere alle domande che mia figlia mi poneva (ma non sei uno scrittore? Uno che va in giro a fare conferenze?). Dovevo chiudermi in stanza, e studiare e studiare. Alle cinque mi svegliavo (senza sveglia), un’ora e mezza prima di lei e fregavo i suoi libri, così magari anticipavo le sue domande. Tuttavia più studiavo più ricordavo i traumi scolastici, gli esami a settembre, le ferite alla lavagna, le interrogazioni di matematica (il mio sogno ricorrente è che mi trovo oggi a dovere affrontare, impreparato, l’ora di matematica e cerco una scusa). Mi accorgevo che tutto quello che avevo imparato era un fuori testo accidentale, un fuori aula, e quindi appoggiavo le teorie di Ivan Illich. Patimento reciproco. Mi rendevo conto di essere vecchio. Incapace di affrontare i ritmi di studio odierni. Pure mia figlia provava la stessa sensazione. Ma al contrario, lei si sentiva vecchia, molto ma molto prima del tempo: niente passeggiate, niente vita, ma ritmi ossessivi di studio, interrogazioni, palpitazioni, gastrite: e tutto questo negli anni in cui è assolutamente necessario passeggiare felici, sotto i tigli in fiore. Ora però c’è una lunga vacanza, prima dell’università. Evviva. Ce la stiamo godendo.

 

Cechov, i polpi e le domande semplici

Anni fa, quando è toccato a me, la passai pescando a mani nude, presi un sacco di polpi, mi ubriacai due volte e lessi – mi ricordo – tutto Cechov e scelsi di frequentare Agraria perché lo scrittore russo parlava con orgoglio della sua professione di medico: non ho mai scritto niente se non avevo dati scientifici a disposizione. Spero che mia figlia nella lunga estate impari a porsi domande semplici: dove va il sole di notte, che cos’è la notte, e perché l’acqua ci bagna. E cerchi la risposta con l’innocenza e il piacere di una bambina, con grazia e senza ansia. Perché la conoscenza non è la scuola. Lo diventa se ci insegna come è bella e utile la prima e semplice occhiata al mattino. Tutto parte da lì. Lo diceva Bertolt Brecht, e dai:

La prima occhiata dalla finestra la mattina

Il vecchio libro ritrovato

Volti pieni di entusiasmo

Neve, il mutamento delle stagioni

Il quotidiano

Il cane

La dialettica

Fare la doccia, nuotare

Musica antica

Scarpe comode

Comprendere

Musica nuova

Scrivere, piantare

Viaggiare

Cantare

Essere gentili.

E’, come si dice, una scuola di vita.

Antonio Pascale

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Commenti all'articolo

  • Luciano D'Agostino

    21 Luglio 2019 - 17:05

    Lei è un tutor e sarà un navigator paternale. Storia vecchia, senza speranza.

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