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Il nostro corpo

Le donne di Carmen Maria Machado, vuoto nero in taffetà rosa. Perturbante evanescenza

14 Giugno 2019 alle 13:08

Il nostro corpo

Le gonne si gonfiano e si increspano per gli strati di taffetà, oppure scivolano e sgusciano, i corpetti croccanti di paillettes corallo cucite a mano o sassolini incastonati o ricoperti di tulle color vetro satinato dal mare o glassa fluo del primo mattino o melone troppo maturo”. Non c’è nulla di più difficile che definire noi donne. Nel farlo provo ogni volta le stesse contraddizioni che sottendono a queste righe: lo sforzo di dire di qualcosa di prezioso, ricercato, bellissimo; ma anche abnorme – a tratti spaventoso – come quei vestiti che sembrano mostri dotati di tentacoli. D’altronde, scrive Carmen Maria Machado nella sua raccolta di racconti (Il suo corpo e altre feste, Codice, la traduzione è di Gioia Guerzoni), non c’è niente di meglio di un vuoto nero per far risaltare il taffetà rosa. Lei che con questo esordio ha conquistato l’America e un posto da finalista al National Book Award, insieme a un adattamento televisivo, è un’equilibrista. Ogni racconto procede sulle continue oscillazioni di uno sbilanciamento stilistico e tematico. E’ ingenua e impudica, disperata e superficiale, reale e irrealistica. Si fa tentare dall’horror, dalla distopia, dal fantastico, ma senza una vera adesione a un genere specifico. Piuttosto, come muovendosi su quel bordo smerigliato che è l’essere madre e l’essere donna.

 

“Vi ho mai detto della volta che ho fotografato una donna che aveva iniziato a sbiadire?”: ci siamo nella nostra perturbante evanescenza, perché è quello che a volte pensiamo di noi stesse. Ci condanniamo a scomparire come se sbiadire fosse un virus: la malattia senza cura di un futuro non troppo lontano. Negli occhi di Carmen Maria Machado una donna è sempre una figura tragica che non aderisce mai al suo ruolo di madre, che usa il sesso per conoscere il mondo; che ama le altre donne esattamente come gli uomini: queer e selvaggia. In Otto bocconi, tra volpi e specchi come in una fiaba, una donna si dispera per il suo corpo informe che non è stato più lo stesso dopo la nascita della sua unica figlia. Come le sue tre sorelle prima di lei, si sottoporrà alla chirurgia bariatrica, si farà togliere un pezzo di stomaco – una magia, per trasformarsi in un’altra. Ma l’insoddisfazione, il senso di inadeguatezza, rimane sempre con lei: non si può amputare. “Guarderò il punto dove dovrebbero essere i suoi occhi. Aprirò la bocca ma poi mi renderò conto che questa domanda ha già una risposta: amandomi quando io non la amavo, abbandonata da me, è diventata immortale”: non ci liberiamo mai delle versioni di noi stesse che non abbiamo amato. Prendono vita, ci seguono, sono sempre con noi.

 

Machado in uno degli otto racconti riscrive in chiave surreale le dodici stagioni di Law & Order, in altri descrive il sesso tra donne, ed è sempre particolarmente efficace nel farci toccare la disperazione dei suoi personaggi. In Intrattabile alle feste una donna che ha subito violenza guarda film hard e si accorge di poter sentire i pensieri degli attori porno. A risuonare, altrove, sono le voci ruvide e rotte delle madri ritratte da Machado: come la donna del Nastro, il suo flirtare con la psicosi e quel nastro al collo che non si può toccare e nessuno sa il perché; quelle storie terribili e popolari che accosta ai fatti della vita, come se fossero una condanna o un presagio – bambini che scompaiono, coppie d’innamorate vittime di pazzi omicidi, cani neri alla porta. Voci potenti come quella di una delle due donne che, in Madri, hanno avuto una figlia insieme. Non è mai facile accettare il proprio ruolo di genitore. “Guardo la bambina, mi fissa con occhi sgranati che luccicano come coleotteri giapponesi. Le sue dita si chiudono intorno a riccioli invisibili e le minuscole unghie taglienti affondano nella pelle. Ho una strana sensazione, tipo quella che provi dopo una birra di troppo, come quando le zampe non si agitano più dopo che è scattata la trappola”. La maternità. Che è come un’ipnosi: fa deambulare tra istinto di protezione e impeto a difendersi e sottrarsi. Che arriva prima della nascita, nell’immaginazione, nel racconto di figli potenziali che poi si trasformeranno in quelli veri. Che è come “la cattedrale rotante del cielo”. Che è fatta di urla implacabili, di paura e di mille verità. L’orrore di non farcela, di non avere la pazienza e la forza giusta, e ancora l’amore che riaffiora quando si pensava di averlo esaurito. E’ lì da sola, la protagonista, con questa bambina che non ha pace e non le dà scampo; sembra un personaggio di Alice Munro. Ma poi d’un tratto tutto si rischiara. “La mia tolleranza è come nuova, il mio amore rinnovato. Se me ne concede una al giorno, dovrebbe bastare. Posso farcela. Posso essere una brava madre”.

Ci sono sempre i boschi nelle storie di Carmen Maria Machado, i fitti boschi dove ci ritroviamo spesso a camminare da sole. Ogni volta, sapendo che “uscire dal bosco è come nascere”.

Gaia Manzini

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