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Le mattine da schifo e la vertigine del camion della spazzatura

Uno strano mal di pancia, la contentezza rovinata e l’impossibilità di amare gli youtuber

12 Aprile 2019 alle 13:40

Le mattine da schifo e la vertigine del camion della spazzatura

Foto LaPresse

Oggi mi sento uno schifo, fin da stamattina, quando mia figlia mi ha urlato: mamma sono le sette e undici, e io mi ero addormentata alle sei e ventuno, quindi ero piuttosto stanca. Le ho perfino proposto di entrare a scuola un’ora dopo, e lei mi ha guardato sgomenta e ha detto: no, alla prima ora ho Storia e mi interroga. E appunto, proprio per questo!, ho pensato, ma non l’ho detto, e mi sono lanciata con lei giù per le scale e poi giù per il traforo: ogni volta che mi sento uno schifo, un secondo prima di infilarci nel traforo che ci separa dalla scuola, dal lavoro, dal resto della vita, penso di svoltare a sinistra e tornare indietro, cambiare tutto, entrare in un bar e ordinare due cappuccini giganti e due bombe alla crema, oppure non fermarci e andare al mare, e allora dopo il semaforo rallento, indecisa, così immediatamente qualcuno suona il clacson e mi manda a quel paese, furioso, e mi lancia maledizioni per i prossimi duecento anni, e io entro nel traforo ancora più uno schifo, però almeno posso urlare contro qualcuno e un po’ mi tornano le forze.

   

   

Scarico mia figlia davanti alla scuola, lei mi chiede che ore sono ed è sempre troppo tardi, corre su per le scale e io riparto, ma poiché è così tardi mi troverò davanti per tutta la strada del ritorno il camion della spazzatura a passo d’uomo, talmente vicino che se volessi potrei lasciarmici cadere dentro, e so che il camion mi accoglierebbe senza problemi, come cosa che è sempre stata sua. Questo succede quando mi sento uno schifo. Invece quando mi sento contenta, come ieri, faccio programmi bellissimi per i prossimi dieci anni (in questi programmi c’è sempre una piccola casa in campagna molto accogliente con tutti gli animali che mia figlia sogna, e il wifi a bomba) e vado a prendere mio figlio a scuola, anche se non posso. Anzi, più non posso e più ci vado. Più non posso e più mi sbraccio per salutarlo quando spunta saltellando dal portone della scuola e mi commuovo perché urla alla maestra: c’è mia madre!, più non posso e più invito i suoi amici a casa e chiacchiero con le altre mamme e per un attimo penso che potrei offrirmi di raccogliere io i soldi per i biglietti del teatro. Come davanti al traforo, resto indecisa per un attimo, sto per fare la mia generosa proposta ma grazie al cielo l’immagine del camion della spazzatura mi riporta alla realtà, e dico solo: posso lasciarti i soldi?, e scappo via con mio figlio per mano, certa di avere comunque fatto il mio dovere di madre di scuola, quindi saluto il maggior numero di genitori possibile, in modo che si ricordino esattamente di avermi visto, e mi accorgo che loro fanno lo stesso con me: cercano testimoni. Tranquille, vorrei dire a queste madri in affanno, in ogni caso di noi qui non resterà traccia. Ma siccome mi sento ancora contenta, propongo bombe alla crema, campi di calcio o partite di pallavolo in salotto, e cerco di apprezzare alcuni youtuber, almeno fino a quando mio figlio, mentre cerchiamo di raggiungere il record dei cento palleggi, dice che ha mal di pancia. Che cosa hai mangiato a pranzo?, gli chiedo con tutta la dedizione possibile, ma lui mi chiede di rimando: hai mai avuto nella tua vita il ciclo?, e a me sfugge la palla dalle mani nove palleggi prima del record dei cento palleggi, e sfascia una lampada. Vabbè tanto era già rotta, ora raccogliamo i vetri, ma che domande mi fai? Perché forse ho mal di pancia per il ciclo, dice lui. Gli chiedo se è impazzito, e lui dice che l’ha detto uno youtuber, il ciclo a volte viene anche ai maschi, e che questo youtuber si teneva le mani sulla pancia nello stesso punto in cui adesso fa male a lui: era un tutorial, ha aggiunto per dare più importanza alla cosa. E’ davvero spaventato, e io di nuovo devo bloccare YouTube, oltre a spiegargli che cos’è il ciclo e giurargli che non gli verrà mai, e di nuovo vedo il camion della spazzatura che mi chiama, e mi dice: dai, vieni qui con noi, staremo benissimo insieme.

Annalena Benini

Annalena Benini

Nata a Ferrara nel 1975, laureata in Legge, è al Foglio dal 2001. Scrive di costume, di persone, di libri e di quello che succede. Cura per il Foglio un inserto settimanale, Il Figlio, che esce ogni venerdì. Vive a Roma, è sposata e ha due figli.

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