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Era mio figlio

Vita e morte di Arnaud Beltrame, che si è offerto come ostaggio per salvare una donna, e la Francia

5 Aprile 2019 alle 10:52

Era mio figlio

Arnaud Beltrame ritratto in una foto esposta nel ministero dell'Interno francese (FotoLaPresse)

Parigi. Arnaud era il suo piccolo principe, il bambino dagli occhi azzurri che giocava con i soldatini per ricreare le battaglie gloriose della storia di Francia, l’adolescente che leggeva le riviste Raid e Forces Spéciales mentre il fratello, Damien, sfogliava Topolino, era il ventenne che pogava ai concerti dei Metallica, i suoi idoli, che correva in Bretagna, ogni anno, per il Motocultor, il festival di heavy metal più famoso del paese, ma Arnaud era anche l’uomo che venerava De Gaulle, che a 33 anni aveva scelto la religione cattolica, che di recente, con la sua famiglia, aveva fatto il Cammino di Santiago, era il gendarme che in una mattina di marzo del 2018 è morto per salvare una donna presa in ostaggio in un supermercato da Radouane Lakdim, il terrorista “avido di nulla”, come ha detto Emmanuel Macron nell’orazione funebre nel cortile degli Invalides. A distanza di un anno dal giorno in cui suo figlio è entrato nel pantheon degli eroi di Francia accanto a Jean Moulin, Nicolle Beltrame, la madre di Arnaud, ha trovato la forza per raccontare chi era il figlio con cui ha condiviso quarantaquattro anni della sua vita, chi era l’uomo solare che aveva sempre una parola buona per tutti, il luogotenente-colonnello della gendarmerie che a giugno si sarebbe sposato con Marielle. E lo ha fatto attraverso un libro, scritto a quattro mani con il giornalista Arnaud Tousch e intitolato “C’était mon fils” (Albin Michel).

    

Con pudore e libertà, Nicolle ci offre il ritratto di questo figlio della Francia profonda. “Difendere la nazione era la sua ragione di vita e quando ho sentito alla televisione di un gendarme che si era offerto in ostaggio per salvare una donna ho capito subito che si trattava di lui, doveva trattarsi di lui per forza”, racconta Nicolle. Era così Arnaud. E quell’amore per la patria e il sacrificio erano stati subito notati anche dai suoi superiori, quando entrò nell’Ecole militaire interarmes de Saint-Cyr nel 1999. “E’ un militare che si batte fino in fondo e non abbandona mai”, dissero. Cresciuta in una famiglia di contadini in un piccolo paesino della Bretagna, Nicolle ha incontrato il padre di Arnaud, Jean-François, quando studiava per diventare infermiera. Lui era nato a Beirut in una famiglia di militari, ma la carriera di soldato non era quello che desiderava: una delusione per il padre Georges, reduce dall’Indocina. “L’inconscio familiare è riemerso in Arnaud, non c’è alcun dubbio. Avevo l’impressione che respirasse grazie all’esercito”, scrive Nicolle nel libro. Il piccolo Arnaud ascolta affascinato i racconti di guerra del nonno paterno e vuole seguire la sua strada. Con il padre, invece, i rapporti non erano buoni. E quando sua madre decide di divorziare, dopo anni di frustrazioni e violenze coniugali, lui tira un sospiro di sollievo. Negli anni Novanta, nella vita sentimentale di Nicolle arriva Daniel, che fa scoprire anche a Arnaud la bellezza della montagna. Sua madre torna a sorridere come quando aveva vent’anni, ma nell’estate 1999 Daniel muore d’infarto durante un’escursione. Eppure, nonostante le difficoltà e i duri colpi che la vita le ha riservato, è un messaggio di resistenza e di ottimismo quello che Nicolle ci trasmette attraverso le pagine di “C’était mon fils”: “Dalla morte di Arnaud, continuo a portare dentro di me ciò che è stato. Se n’è andato, ma io vado avanti perché lui è dentro di me”. Per la vedova Marielle, il gesto del suo Arnaud è quello di un gendarme “ma anche il gesto di un cristiano, non si possono separare le due cose”, per Macron è la “scintilla preziosa” di cui un paese ha bisogno per scongiurare lo spirito di rinuncia e indifferenza che a volte è in agguato. Per questo, oggi, Nicolle è una madre fiera che non piange davanti ai microfoni quando pronuncia il nome del figlio, ma ha gli occhi pieni d’amore.

          

“E’ un simbolo: ha osato sollevarsi contro il male, contro la forza del male, contro il terrorismo. Lo dico ad alta voce: non ci verrà impedito di vivere e di avere tutti i nostri valori. Continuerò a difenderli fino alla mia morte”, dice. Prima di deporre le insegne di comandante della Legion d’Onore sulla bara avvolta dalla bandiera bleu blanc rouge, il capo dello stato lo ha ricordato così. “Mentre il nome del suo assassino è caduto nell’oblio, quello di Arnaud Beltrame è diventato il nome dell’eroismo francese, l’incarnazione di questo spirito di resistenza che è l’affermazione suprema di ciò che siamo, degli ideali per i quali la Francia ha sempre combattuto, da Giovanna d’Arco al generale De Gaulle: la sua indipendenza, la sua libertà, il suo spirito di tolleranza e pace contro tutte le egemonie, tutti i fanatismi e i totalitarismi”.

Mauro Zanon

Nato a una manciata di chilometri da Venezia, nell’estate in cui Matthäus e Brehme sbarcarono nella parte giusta di Milano, abbandona il Nord, per Roma, quando la Lega era ancora celodurista e un ex avvocato del Cav. vinceva le presidenziali francesi. Nel 2009, decide di andare a Parigi, e di restarvi, dopo aver visto “Baci rubati” di Truffaut. Ha vissuto benino nella Francia di Sarkozy, male in quella di Hollande, e vive benissimo in quella di Macron (su cui ha scritto un libro, “Macron. La rivoluzione liberale francese”, Marsilio). Ama il cinema di Dino Risi, le canzoni di Mina, la cucina emiliana, le estati italiane, l’Andalusia e l’Inter di José Mourinho. Per Il Foglio, scrive di Francia e pariginismi. Collabora inoltre con il mensile francese Causeur.

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