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La vita migliore che mio padre non ha avuto mai

La violenza e il silenzio come antidoto al dolore. Il rapporto tra padre e figlio in un libro di Édouard Louis

29 Marzo 2019 alle 13:39

La vita migliore che non ha avuto mai

(Foto Pixabay)

C’è un luogo spesso magico dentro al quale rischiano di volta in volta di cascare i ricordi dei padri e dei figli. È lo spazio delle promesse, degli incontri mancati e delle previsioni che si erano fatte e che poi si sono rivelate tutte sbagliate. È la corda attorno alla quale spesso si arrampica il figlio in fuga e in cerca di liberazione e che vede invece il padre attorcigliarsi confusamente tra desideri inespressi e vite mancate.

 

La vita dei padri è spesso – vista con la lente di figli – quella di un’esistenza negativa: quello che avrebbero potuto fare e non hanno avuto il tempo e l’occasione di realizzare, tutto quello che erano e non sono più, tutto quello che avevano immaginato dei figli e che i figli hanno tradito con vitale leggerezza. Si muove attorno all’esistenza negativa “Chi ha ucciso mio padre” (Bompiani, nell’efficace e curata traduzione di Annalisa Romani), l’elegia di uno dei più bravi e potenti scrittori francesi contemporanei, Édouard Louis.

 

Provocatorio e spudorato, Louis racconta la violenza e l’angoscia della sua famiglia, il padre padrone che vede la propria esistenza perdersi tra l’assurda violenza famigliare e l’impossibilità di accedere a un mondo migliore, a una più esatta conoscenza dei propri desideri. Una famiglia come mille altre: operaia, periferica, povera e spaventata da ogni forma di differenza, e più ancora da quelle dei figli e delle donne amate.

 

Il silenzio come antidoto al dolore e alla paura, il fallimento come pensiero ricorrente, l’insulto dell’essere fannulloni, buoni a nulla, l’amore abbandonato tra le braccia spente e incapaci anche di un flebile abbraccio. Édouard Louis ripercorre a braccio nella memoria il rapporto difficile e a tratti violento con il padre, e con una periferia francese che è periferia del mondo. Ultimo avamposto prima del nulla, dove tutto è apparentemente possibile: un lavoro, un’istruzione, una carriera, Parigi come luogo ambito di arrivo. E invece, nella realtà della maggioranza delle vite che si fanno numero, tutto resta solo a livello di apparenza e non di possibilità, e così i giorni avanzano e solo lo strappo deciso che si trasforma in una reazione violenta del figlio è in grado di recuperare la possibilità, ma al prezzo dell’abbandono del figlio nei confronti del padre.

 

Louis ritorna a casa, dal padre ormai malato e vessato da una politica che nel mondo dei giorni minimi e delle pretese minute sa farsi feroce e non mera estetica di diritto e decenza. Violenza contro violenza, ricorda ripetutamente l’autore, ricostruendo la vita di un padre eccessivo eppure comune a molti, moltissimi altri padri. Un uomo confuso e semplice allo stesso tempo, amato e odiato, violento, ma incapace anche nel delirio delle mani di picchiare il figlio per davvero, ubriacone da osteria ma anche magicamente infantile. Il gioco come luogo d’incontro, il sorriso sfuggito dal controllo di un’età adulta che richiede compostezza serietà ed eterosessualità obbligatoria. Il ricordo si fa così sfocato, come si mostra lo stesso autore in copertina, perché è nell’incapacità del padre di controllare un’emozione che finalmente avviene la possibilità di ritrovarsi padre e figlio a ridere della stessa canzone cantata a squarciagola, della caramella rubata di nascosto e di quell’ilarità rara e preziosa che trasforma una vita dolorosa nella pena stessa di essere vissuta.

 

Chiunque farebbe a meno delle incomprensioni paterne che come macigni insuperabili ci lasciano ammutoliti in mezzo a una strada. Dolori che spesso si trasformano in racconti notturni precisi e ricchi di particolari: si ricorda tutto di quel male. Tuttavia mai vorremmo fare a meno di quella sensazione che non si sa, non solo tradurre in un discorso, ma nemmeno in un’immagine precisa. Una parola, uno sguardo, un movimento di schiena, nulla di più, eppure avere l’esatta sensazione di ritrovarsi in quell’istante in cui finalmente e senza fatica si è stati riconosciuti, ritrovarsi figli del proprio padre nel bene di esserlo.

  

Édouard Louis mette in scena questa torsione trasformando alcuni ricordi in un diario e poi in un Tu rivolto al padre ritrovato, malconcio e appeso a un letto, che con la semplicità di un’umanità superiore alle logiche di qualsiasi potere mostra al figlio – con il proprio corpo martoriato – quella stessa rivoluzione che lui finalmente è legittimato a compiere. Una rivoluzione in nome del padre e non più una vendetta nel nome di chi lo ha ucciso.

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