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Torniamo a casa

Storia di Giorgio, che per morire vive tra i cartoni. E di suo padre, che gli porta il cibo e lo aspetta

25 Gennaio 2019 alle 09:31

Torniamo a casa

Foto LaPresse

Quest’anno a Roma sono morti di freddo dieci senza fissa dimora. Dieci vite di cui sappiamo poco o nulla, dieci esistenze finite tumulate a Prima Porta sotto una croce di legno e un nome scritto su una targhetta in ottone. Difficile fare i conti con questa vergogna, difficile non scadere nella retorica quando si parla di uomini e donne che per diverse vicissitudini finiscono in strada. Si parte da chi ha perso il lavoro e non avendo una rete di protezione familiare è finito in strada, si passa per i padri separati che hanno prima iniziato a vivere in macchina e poi si sono venduti anche quella e poi si arriva a chi sceglie di vivere un’esistenza ai bordi della società, non chiedendo nulla, neanche il minimo sindacale per vivere.

 


E’ il caso di Giorgio, un ragazzo che vaga per il quadrilatero compreso tra la Stazione Termini e il Viminale. Lo incrocio quando esco ed entro dal lavoro, mentre si avvicina a una fontanella di via Torino che usa come doccia. E’ un ex punkabbestia, lo si capisce dai tanti fori che ha sui lobi delle orecchie, sul sopracciglio e da qualche maglia che indossa.

 

 

Di solito si siede davanti al Teatro dell’Opera ad aspettare che qualcuno gli molli uno spiccio che riconverte in un pasto frugale nella tavola calda vicina, insomma la normale esistenza di un senza fissa dimora, ma nella vita di Giorgio c’è un padre che cerca di non lasciarlo al suo destino e allora lui scappa, ma non abbandona quel quadrilatero. Diventa muto con tutti, rabbioso con gli altri compagni di cartone, con gli ambulanti, con la polizia. Inizia a scalciare come se fosse in preda a una possessione strana e misterica. A quel punto il padre molla la presa, gli lascia solamente qualche pacco davanti ai suoi cartoni e non si fa più vedere. Giorgio allora torna tranquillo, torna silenzioso e lieve a rollarsi le sue sigarette.

 

Una notte me lo sono ritrovato sotto le scale della radio dove lavoro. Mi ha chiesto da accendere e abbiamo parlato, scoprendo di avere la stessa età, di tifare per la stessa squadra, di avere entrambi in odio la gente che suona il clacson e le pizze riscaldate del bar di zona. A un certo punto gli ho chiesto il motivo della sua vita in mezzo alla strada, lui serafico ha detto: “E’ un modo come un altro per morire. Per strada si muore piano e certe volte neanche te ne accorgi, stai lì e magari la morte ti prende perché hai una malattia e non te ne accorgi oppure arriva uno e ti da una coltellata per rubarti il sacco a pelo. Alla fine si muore così de botto. Io voglio morire ma non voglio ammazzarmi”.

 

Il suo sguardo si abbassa e continua: “E’ per questo che mando sempre via anche mio padre, perché ’sto stronzo m’ha trovato e deve capire che le cose non si possono aggiustare più”. Potrei fare delle obiezioni ma le sue parole sono enunciazioni della Cassazione e poi so già che tornerebbe nel suo mutismo.

 


“Ho smesso di essere figlio a dodici anni quando mia madre è morta e quello stronzo di mio padre si è subito sposato con un’altra. Mio padre fa l’avvocato – continua Giorgio – e ha i sensi di colpa perché io me ne sono andato di casa dopo che ho litigato con la sua nuova moglie. Quando ha scoperto che mi drogavo mi ha portato in comunità e una volta uscito mi ha accolto a casa. I primi due mesi sono andati bene, ma poi ho picchiato mio fratello che durante una cena mi ha detto: “Sei un drogato bastardo, ora per colpa tua devo smezzare tutte le mie cose con te, la stanza, i soldi e tutto il resto”. Ho ripreso le mie cose e me ne sono andato. Mi sono unito a un gruppo di ragazzi che ho incontrato sotto i piloni della Stazione Tiburtina e dopo un po’ mi sono fidanzato con una del gruppo. Poi ho scoperto che aveva una mezza storia con un altro del gruppo e quindi sono scappato pure da loro e ora sto qui”. 
Finita la sigaretta, finisce anche il suo racconto, mi saluta e me lo guardo mentre ritorna verso i suoi cartoni e penso a quelle parole che non si dicono mai e alle vie strane del dolore.

 


Qualche giorno dopo la nostra conversazione il padre è tornato da Giorgio e si è messo a urlare, cercando di convincerlo a tornare a casa almeno per questi giorni di freddo o se non voleva gli avrebbe preso una pensione, una stanza, qualcosa che somigliasse a una casa. 
Alla fine Giorgio non ha accettato niente, è rimasto in strada, ma stavolta il padre ha scelto di rimanere vicino al figlio.

 

Arriva la mattina, parcheggia la macchina e lo controlla da lontano, gli porta la colazione, il pranzo e la cena. Poi mentre lui sta davanti al Teatro dell’Opera, lavora in macchina, riceve i clienti al bar e la sera se ne torna a casa. Chissà quanto sarà lungo questo inverno e chissà se Giorgio tornerà ad essere figlio.

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