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Sangue sulla luna

La notte in cui non morii, mio padre sul bordo del letto e poi mia figlia che nasce. Restare vivi

25 Gennaio 2019 alle 14:32

Sangue sulla luna

Foto LaPresse

“Devo dirti una cosa: domenica morirò”, mio padre non si scompose, non si rabbuiò. Mi disse solo: “Allora facciamoci una passeggiata, visto che è sabato”. La passeggiata fu bella. Andammo a vedere le ginestre sul Vesuvio e a mangiarci le pizzelle d’alghe sul Molo Granatello. Le barche tornavano in porto coi secchi pieni di alici. Gli dissi che avevo fatto questo sogno in cui una donna – non sapevo chi fosse, era solo una faccia con un neo sul mento e i capelli arruffati castani – mi diceva che domenica sarei morta. Era stata categorica, non mi aveva dato scampo come certi sogni fanno, che ti convincono di esseri veri. Io mi ero convinta che certo, sarei morta, e avevo fatto anche testamento.

     

“E a me cosa m’hai lasciato?” mi chiese mio padre, mentre addentava la pizzella. “Niente, solo i miei libri. A mamma ho lasciato i vestiti. E la casa a tutti e due”. La sera, per dare il mio estremo saluto, avevo preparato un balletto dove alla fine stramazzavo al suolo come il cigno. Mia madre andò in cucina a prendersi un cioccolatino, piangendo o ridendo non lo capii. Mi addormentai abbracciata a un cane di pezza, la notte che mi separava dalla mia morte. Era una bella notte, con una luna a metà, perfetta, come un melone tagliato in due, giallo. E un merletto tutto intorno, rossigno e nebuloso. Il sangue delle streghe intorno alla luna. Lo avevo sentito in un film – ed era un presagio pessimo, disastroso, infatti nel film morivano tutti quanti. Mi sembrava naturale, vedere quella bella luna circondata da tutto quel sangue streghesco, proprio quella notte, visto che dovevo morire. L’Universo sapeva, era pronto ad accogliermi nel suo grembo stellato, e io pensai che non era vero che si muore da soli – qualcuno, qualcosa, sempre lo percepisce, sempre ti aspetta.

     

Mio padre mi raggiunse verso le due di notte. Io ero ancora abbracciata al cane, con i piedi incrociati; l’ombra delle sue spalle incurvate sulla parete, quell’odore di pelle tiepida. “Non sono ancora morta” borbottai, distendendo le gambe, in una confortevole sensazione di libertà. Se morire significava distendere le gambe e stiracchiarsi, allora mi stava bene. “No, mi pare di no”. “Oppure sei morto pure tu”. “Non credo, tua madre russa assai, e non mi sarei svegliato, altrimenti”. Gli feci spazio sul bordo del letto. Aveva le rughe sugli occhi, non intorno, proprio sulle palpebre, ed era la cosa che più mi intristiva di lui – gli occhi che si avvicinavano piano piano allo spegnimento, a quella sepoltura definitiva dello sguardo. Era il tempo che si appoggiava su di lui come la vita su di me.

    

Infatti io non morii. Facemmo colazione con cioccolato e ricotta. Io mi tenni i libri, loro la casa. Anni dopo, mentre partorivo, pensai a questa cosa. Alla domenica in cui non morii, a mio padre sul ciglio del letto, con quelle rughe fatali. Mia figlia veniva fuori, e il ricordo mi si piazzò tra me e lei. Il dolore lo sentivo, che mi strappava la pelle in mezzo alle gambe, ma sentivo pure quell’altro dolore, appoggiato al sicuro tra i denti, che venne fuori mentre la spingevo fuori di me. Mia figlia, mio padre. La notte in cui non morii, mio padre mi disse che forse a morire sarebbe stato lui. Non sapeva dirmi quanto tempo ci avrebbe messo, ma presto sarebbe accaduto. Io gli feci notare che la donna col neo era venuta a dirlo a me, nel sogno, e non a lui. “A me lo ha già detto, un po’ di tempo fa”. “Ma era castana?”. “Non me lo ricordo”. “E quando è venuta?”. “Quando sei nata tu”.

    

Non ci capii nulla. Ma capii che era una di quelle cose che avrei compreso dopo, non prima. E allora mi tenni stretta la sua mano nella mia e decisi che quella notte avrei fatto di tutto per restare viva, perché mio padre se la meritava una figlia viva. Poi mi appoggiarono mia figlia sulla pancia; era brutta come tutte le cose sgualcite, ma era nuova, e possedeva il potere del futuro, e io ancora non sapevo di amarla; ma mentre il suo primo respiro mi cadeva addosso, il tempo mi disse, in quel preciso istante, che prima o poi sarei morta come quella domenica, ma la prossima sarebbe stato per davvero, e allora ci capii qualcosa in più: che mio padre era terrorizzato dalla mia morte così come era esaltato dalla mia vita.

     

Mia figlia piangeva e mi guardava e mi chiedeva di esistere, e io dovevo apparirle come una donna sfinita, dai capelli castani tutti arruffati, che oltre che insegnarle a vivere, a quel punto doveva anche insegnarle a morire. Era la stessa cosa, dunque, una cosa che mio padre aveva capito prima di me, solo perché gli ero nata tra le mani. Nella mia vita non si esauriva la sua morte, e nemmeno in quella nuova di mia figlia. Nessuna vita è una compensazione di un’altra, ne allevia solo il prezzo del suo miracolo. Prima di dormire, mia figlia augura a ogni cosa la buonanotte. Buonanotte case, buonanotte strade, buonanotte semafori, buonanotte luna. Ieri sera ha detto: “Guarda, è tutta rossa” e io le ho detto, “Sì, c’è sangue sulla luna, ma pure stanotte restiamo tutti vivi”.

 

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