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Per i figli arriva il tempo di resistere alle sfortune

Scendo dal 351 e vado da mio padre, spingo la sedia a rotelle, la vita è anche questo lento dolore

9 Novembre 2018 alle 11:21

Tempo di resistere alle sfortune

"È facile amarsi e volersi bene nella buona sorte; la scommessa, tuttavia, è combattere e resistere alle sfortune" (Foto LaPresse)

Scendo dall’autobus. Scendo dal 351 e nascondo nella mia borsa preferita, consumata dai ricordi, “Diario di un dolore” di C. S. Lewis; lo faccio non prima di rileggere quella riga “E il dolore assomiglia sempre alla paura”. Quante volte devo averla letta questa frase, sul bus, nel traffico di Roma! Neanche lo ricordo. Questo libro scompare dai miei occhi con cura, come se volessi prestare attenzione alla fragilità del dolore e alla fragilità della paura. A questa loro somiglianza. Il più delle volte, mentre percorro la discesa, lo scenario che mi circonda sono ville o villette; cammino ancora e il mio sguardo si perde altrove: c’è una scuola abbandonata su un lungo stradone a tratti dissestato.

 

Cammino in discesa. In salita, sul marciapiede di fronte, scorgo un uomo al telefonino, o una donna con una busta di panni sporchi da lavare, o un giovane con le cuffiette alle orecchie, o una ragazza triste che si perde nei suoi pensieri o conta i passi per ammazzare la noia: si trascinano lenti. Tutti. È la lentezza della riflessione. Qui, lo sento nell’aria calda e in questo scenario dimenticato, a dilatarsi è il tempo dell’assenza e della mancanza – ti si attacca addosso come solo l’umidità sa fare. Se scorgo in lontananza un’automobile, il più delle volte si ferma: accompagnerà chi è lì alla fermata del 351.

 

Raggiungo il cancello di una clinica. È sempre aperto. Entro nell’ascensore e salgo al primo piano. È lì che mio padre ora vive, insieme a Giacomo, un signore a uno stadio molto avanzato dell’Alzheimer. I loro letti sono vicini come nelle stanze di famiglia sono uno accanto all’altro quelli di fratelli e sorelle. Dev’esserci per forza, adesso, tra mio padre e il signor Giacomo – seppure invisibile – una fratellanza. È la mia convinzione.

 

Tutte le settimane, per qualche ora, sono qui a trovare mio padre. Vola il tempo. Vola in un baleno, mi verrebbe da dire, se fossi ancora una bambina. Giochiamo a carte, vince sempre papà, dev’essere per la sua fortuna in amore; disegniamo cuori e li coloriamo con la matita rossa, dev’essere l’amore. Ancora esso. Gli chiedo di raccontarmi di quando ha conosciuto mamma, di quando ero piccola, di quando ho lasciato il mio primo fidanzato importante. Gli chiedo, in fondo, di ricordare. I ricordi sono tutto.

 

Sopra ogni foglio bianco da noi disegnato scriviamo la data del giorno, la nostra firma e Ti voglio bene – qualcosa da non scordare mai. Delle volte da dietro guido la sua sedia a rotelle, raggiungiamo l’ascensore, scendiamo al piano terra, entriamo nella sala da pranzo. Lo accompagno a mangiare. Sono in sei al tavolo. Nessuno parla. Quando finisce torniamo su, ricominciamo dal gioco a carte. Ripetiamo gesti e parole per tre ore. Ripetere delle volte, così mi pare, è un modo per esaudire l’amore nelle azioni, con le parole che in questa replica si concretizzano agli occhi e al sentire dell’altro. Delle volte, tuttavia, inattesa e crudele arriva la beffa.

 

“Non vieni mai a trovarmi tu”, è la sua voce. Quel tu lo rimarca con forza e astuzia. “Vengo tutte le settimane io”, lo rassicuro – invano, lo so. Quell’io, lo sottolineo con convinzione. Sto solo rassicurando me. Lo so. Mi rivolgo a lui, ma in verità, è chiaro, mi sto dicendo, stai tranquilla, stai facendo tutto quello che puoi. Rammento che qui esistono giochi senza regole. Che nessuno stabilisce le regole della vita. Che a volte la vita non funziona, ma fosse un gioco sarebbe tra quelli che quando si rompe non è scontato si possa aggiustare.

 

Esiste e conosco – lo sto imparando – un tempo falsato da una realtà immaginata- ed è l’unica a cui si crede – e un altro su cui lavorare per non lasciarsi sopraffare da colpe che sappiamo non avere. Sono due tempi che si manifestano contemporaneamente, a chi tocca il primo, a chi tocca l’altro. Vado via. Non è ancora buio d’estate, a quest’ora, adesso lo è. E fa quasi male. È un dolore che somiglia alla paura.

 

Mi incammino. Devo raggiungere il 351. Sono in salita. Sono l’uomo al telefonino. Sono la donna con una busta di panni sporchi da lavare. Sono il giovane con le cuffiette alle orecchie. E pure, sono la ragazza triste che si perde nei suoi pensieri o conta i passi per ammazzare la noia. Mi trascino lenta. È il tempo della riflessione. Smetto di contare i passi. “Sei a piedi? Ti posso dare un passaggio”. Sorrido, apro lo sportello, ringrazio il signore che si è accostato, gli stringo la mano e mi presento. Si presenta. “Grazie Guido”, aggiungo. Gli dico dove abito, salvo poi farmi lasciare davanti a un fioraio. Lui mi parla di sua madre, io no, “Io qui vengo a trovare mio padre”, mi spiego.

 

È facile amarsi e volersi bene nella buona sorte; la scommessa, tuttavia, è combattere e resistere alle sfortune. La scommessa è resistere, pensavo prima che Guido mi distraesse dai miei pensieri.

 

Isabella Borghese è una giornalista e scrittrice

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