Lo zio assoluto

Quante persone mi sono sentito per Anna, mentre la tenevo in braccio in quella terribile estate

20 Aprile 2018 alle 14:27

Lo zio assoluto

Foto via Pixabay

“Io allo zio Marco voglio tanto bene perché non è solo mio zio. E’ anche un mio amico”.

  

Non so se esistano dichiarazioni d’amore più gratificanti, ma che dico gratificanti, più esaltanti, per uno zio intermittente come sono mio malgrado e per lo zio di professione in cui mia nipote Anna, cinque anni, mi ha trasformato nonostante tutto. Ma secondo me no. Da quella frase in poi, infatti, il mio ego s’è fatto aerostatico, la mia percezione è mutata e io mi vedo come lo zio, cioè l’unico zio possibile, il migliore sulla faccia e sulla schiena della terra fino al soffittone celeste, lo zio perfetto, lo zio-archetipo in grado di esaurire tutte le magnificenze della ziitudine e di abbracciarne gloriosamente l’Alfa e l’Omega. Io e mia nipote Anna, per dirla con Patrizia Cavalli, “stravediamo” l’uno per l’altra e l’altra per l’uno. Ma il nostro rapporto è cominciato con un guaio, un guaio serio.

  

Era il pomeriggio del 15 agosto 2012 e mi trovavo in spiaggia a mitragliare stronzate con gli amici del mare. La mia ragazza era in acqua e a un certo punto le è suonato il cellulare. Ho risposto io, certo che si trattasse dello squillo che avrebbe annunciato la nascita di nostra nipote. Ci presi solo per metà, perché in effetti, da quel momento in poi, avremmo potuto dirci zii, ma quel che non avremmo mai detto era che la mamma di Anna – cioè la sorella della mia ragazza – era in coma a causa della rottura di un aneurisma. E’ stato come ritrovarmi improvvisamente immerso in una pozza ghiacciata. Ho riattaccato e sono andato verso l’acqua, per dare alla mia ragazza una notizia che non sapevo come le avrei dato. Cosa mi è passato per la testa, in quel tratto di sabbia che mi separava da lei?

  

Di ciò che è accaduto dopo ho ricordi confusi, stralci, macchie di cose: una corsa in auto fino a Treviso, telefonate convulse una via l’altra, un senso impossibile della realtà. Arrivammo in ospedale a notte fonda. Sbagliammo l’ingresso e camminammo in tondo per minuti durati ore, tra luci verdastre e porte incomprensibili. Ci accomodammo in una deserta e spettrale sala d’attesa, in cui il tempo non passava mai e lo spazio nemmeno; non riuscivamo a stare seduti e nemmeno in piedi, e vagavamo qua e là in spazi inagibili. Poi arrivò un medico. Ci disse che la situazione era molto grave. E che per fortuna la bambina stava bene. I giorni successivi furono una bolgia di preoccupazioni e di cose da fare. E la andavamo a vedere, la nostra Anna, questa bambina che stava bene e che covava una tiepida ignarità all’interno di un’incubatrice. Alla fine tutto si è risolto per il meglio, come non era lecito immaginare date le premesse. Anna in quei giorni è stata la figlia e la nipote di tutti, in una confusione di ruoli che non oso definire allegra solo perché furono settimane da incubo, ma di certo ce la palleggiavamo l’un l’altro con pragmatica disinvoltura. Io ricordo, con lei, un pomeriggio bellissimo. Stavo per scrivere “per quanto lo potesse essere in quella circostanza”, ma non l’ho scritto perché lo fu davvero, bellissimo, e non lo dico con cinismo – in quel momento la mamma di Anna vegetava in uno stato spaventoso e impalpabile che nessuno di noi conosceva, mezza viva o mezza morta, dormiente, scollegata, assente, e chissà per quanto ancora – ma col sentimento contrario, cioè con la massima partecipazione al mistero delle cose: fu bellissimo perché io e Anna ci trovammo da soli, lei minuscola, una coserella paonazza e respirante, e io che la tenevo in braccio, la annusavo e correggevo le bozze di un romanzo. Ricordo anche che le ho parlato, come fanno i rimbecilliti nei film che non guardo.

  

Ora Anna ha quasi sei anni. Quando vado a trovarla mi si scaraventa addosso con l’emozione incontenibile che solo io, chissà perché – e chissà per quanto – riesco a provocarle. Abbiamo elaborato un nostro codice comunicativo che taglia fuori tutti gli altri, parole che non rivelerò, di pura poesia scatologica. Andiamo a caccia di farfalle per verdi vallate intorno a casa, facciamo ridicoli picnic mangiando panini veri e panini di margherite con insetti che lei prepara per la mia gioia, e affrontiamo anche temi vertiginosi – ricordo la magniloquenza filosofica di una domenica in cui, in un colpo solo, mi chiese perché si muore e da dove arrivano i bambini. Io disegno maestose caricature che lei colora e appende sul frigo dei nonni, e che ricambia scarabocchiandomi cuori shocking ovunque. Quando arriviamo da Brescia, la prima domanda che mi fa è quanto tempo mi fermo, poi conta con le dita i giorni nostri.

  

Sono contento di essere suo amico oltre che suo zio, ma Anna non sa quante mamme e papà volanti ha avuto in quei giorni d’estate. Non sa quante persone mi sono sentito per lei, in quattro ore e in un solo pomeriggio, nella nostra terribile estate del 2012.

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