Ti proteggo io

La ferocia dell’amore materno quando arrivano i cattivi e bisogna soltanto sopravvivere

13 Aprile 2018 alle 16:07

Ti proteggo io

Foto di senza senso via Flickr

La Fossa dei Dinosauri è sempre umida e fredda, non è mai sfiorata dal sole, ma a Joan, giovane madre newyorchese, va bene così, nonostante la sabbia sulla gonna e le foglie che le restano ogni volta attaccate sul maglione. Ogni giorno va a prendere suo figlio Lincoln all’asilo e lo porta lì, in quella parte dello zoo di Central Park che preferisce, lontana dal percorso principale e sita dopo la giostra, una zona defilata e contrassegnata solo dal cartello “Bosco”. Le piace la stravaganza casuale di quel luogo che tra stretti sentieri di ghiaia, alberi, rocce e pochi animali solitari sembra sempre tentare svogliatamente di trasformarsi in una vera attrazione. Immersa nella natura, questa madre guarda il suo bambino giocare con i pupazzetti di plastica, lo ascolta mentre ricama parole di un dizionario tutto suo dove vocali e consonanti vengono sostituite creando a loro volta parole nuove, un po’ come accadeva anche a casa di Natalia Ginzburg, che l’ha raccontato nel suo Lessico Famigliare. Risponde alle domande del figlio e quando non sa cosa dire cambia argomento e lo distrae, un’abilità propria della stragrande maggioranza dei genitori in situazioni simili. Con un figlio si ha un’intimità molto diversa da quella che si può avere con un amante con cui ci si può sentire perfettamente a proprio agio a livello fisico, mettendo in relazione due corpi diversi dalla cui differenza deriva il piacere. Con un figlio piccolo, come dimostra Joan, non ci si rende conto di essere due creature separate – o almeno – non ancora. Si è sempre vigili e attenti, le distrazioni non sono concesse, ma nonostante tutto, Joan sa trovare il modo di rilassarsi prima di tornare a casa per cena. Del resto, come fa notare Gin Phillips in questo nuovo libro – La madre perfetta, pubblicato da Piemme e tradotto da Anna Martini – essere genitori non è dunque “un sistema di freni e contrappesi, di proiezioni e supposizioni, di rapporti costo-benefici”?

 

L’autrice originaria di Birmingham, in Alabama, fa vivere ai suoi lettori una situazione al limite e di estremo terrore, portandoli in un pomeriggio che per quella madre poco più che trentenne si trasforma in un inferno. Dal bosco arrivano due schiocchi e poi altri, botti come quelli dei palloncini che scoppiano o dei petardi, ma nei paraggi non c’è nessuna festa di compleanno e a Halloween manca ancora qualche giorno. Cosa sta succedendo? La prima cosa da fare è andare verso l’uscita, ma la vista di corpi per terra e di un uomo che spara da lontano, costringe Joan a cambiare idea e a tornare indietro. Correre non serve a niente, devono nascondersi tanto bene da diventare invisibili. Joan cerca una tana, invidia i tanti animali che lì sono in gabbia perché almeno loro sono al sicuro. Ha bisogno di un bunker, di un passaggio segreto e non guarda più indietro, “perché l’unica cosa che conta è Lincoln”, “perché lui non può finire sanguinante sul cemento”. Avverte il proprio respiro e i propri passi, ma sente anche il vento, il sottofondo del traffico poco distante e le foglie che tremano sui rami, tutto il rumore di fondo che non si cura mai di ascoltare ma di cui adesso ha bisogno, perché i bambini non sono mai del tutto silenziosi, figuriamoci uno di quattro anni. Telefonare a Paul, suo marito, è un’ipotesi da scartare, perché si sta facendo buio e lo schermo del cellulare fa luce. Tutta la sua organizzazione può apparire semplice e sensata, ma poi c’è lui – Lincoln – con i suoi pensieri e le sue domande che si susseguono “agganciate come i vagoni di un treno”. Ogni sua parola fa un rumore che potrebbe avvicinare quei terroristi che ammazzano decine di persone. “Dobbiamo fare silenzio, perché altrimenti i cattivi ci prendono”, dice a suo figlio come un gioco, e lui: “Sai, mamma, abbiamo letto storie di cattivi, ma io non conosco nessun cattivo. Tutte le persone che conosco sono buone”. Come poter trovare una scusa questa volta e come sopravvivere in quel mondo feroce con il suo clima insopportabile (Fierce Kingdom è il titolo originale, decisamente più azzeccato) che è poi lo specchio di quello che viviamo in questi tempi? Essere madre “è anche vedere il mondo con gli occhi dell’unica creatura al mondo che sarà per sempre parte di te”, scrive la Phillips in questo romanzo che vi conquisterà facendovi restare fino alla fine col fiato sospeso. La paura c’è e bisogna imparare a conviverci e nei casi più disperati, persino far credere di essere un supereroe può essere d’aiuto. L’importante, però, è fare la scelta giusta e propendere per Superman, l’unico che, se sta perdendo, può volare via.

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