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Mappa di comunità

Le camicette fatte con la seta del paracadute e il romanzo collettivo fra nonni e bambini

6 Aprile 2018 alle 14:41

Mappa di comunità

Una mappa di Milano del 1573

La signora Lidia dice: “Con la seta dei paracadute che atterravano si facevano le camicette. Quella dei paracadute era proprio una seta pura. Bianca, tutta bianca. Non la tingevamo. La si lasciava naturale. Succedeva che gli aerei, per illuminare il paesaggio sottostante, lanciavano i bengala. Questi bengala erano appesi a paracadute fatti di seta. Ecco, proprio quei paracadute per noi erano utilissimi”. Ora abbiamo Google Maps e basta avere uno smartphone per vedere tutto il mondo attraverso immagini. Pensiamo sia finita l’epoca delle esplorazioni perché i satelliti ci restituiscono centimetro dopo centimetro ogni luogo di terra, mare e cielo. Eppure in queste scansioni manca l’uomo, mancano le storie, non c’è narrazione. Per questo servono ancora aedi e memorie per costruire epiche, preservare un genius loci. Ogni luogo è diverso ed è molto più di una semplice superficie geografica: rappresenta e include la storia delle comunità, la memoria singola e collettiva. Una fitta trama di relazioni, di avvenimenti, di valori numerosi e complessi che hanno creato il paesaggio e il carattere peculiare che lo distingue.

 

Una delle possibilità che offre la capacità di narrare è quella di trovare la sintesi tra le voci e le parole degli anziani, la loro memoria e un’idea di futuro. I satelliti, le tecnologie, possono fare poco per restituire sensazioni e racconti. Per questo mi capita di frequentare centri sociali, orti collettivi, sale civiche, luoghi di aggregazione, bar di provincia, Rsa, centri diurni e con un registratore digitale raccolgo memorie, sbobino, le faccio diventare romanzi collettivi attraverso “mappe di comunità”. La mappa di comunità non è altro che una cartografia soggettiva e culturale del territorio, costruita grazie all’impegno di cittadini che raccolgono, grazie al mio ascolto, documenti e testimonianze, immagini e ricordi, confrontando vecchi saperi e nuove proposte, antichi sentori e odierne prospettive. Un attivo processo di conoscenza che consolida non solo la consapevolezza della propria identità culturale, ma anche il senso di appartenenza a un territorio, alimentando quella naturale empatia che spinge i cittadini a prendersi cura del luogo in cui abitano. La mappa rappresenta uno strumento creativo in grado di consolidare il legame tra le persone e i luoghi; un congegno attraverso il quale la comunità disegna i contorni del proprio patrimonio. Si tratta di un affascinante viaggio nel passato, necessario per delineare i caratteri distintivi di un luogo, alla scoperta di quelle ombre a cui dar luce anche negli anni a venire, nell’intento di mantenere un’identità consapevole, per le generazioni presenti e per quelle future. Succede allora di ascoltare in una casa di riposo che negli anni del dopoguerra si rivestivano gli zoccoli di legno con la pelliccia delle talpe, oppure qualcuno ricorda gli odori diversi da quelli di oggi: profumo di cuoio dai maniscalchi, odori di alberi e radici ormai spariti, suoni dimenticati di carrozze trainate da cavalli.

 

Una casellante ricorda il passaggio del treno su cui, tra i viaggiatori, c’era il presidente Luigi Einaudi che andava a inaugurare una sede della Democrazia cristiana. Zeno, panettiere e salumaio, dice: “Mi ricordo che un giorno ero in campagna con mio padre e improvvisamente ho sentito suonare le campane a festa. “Papà”, gli ho detto, “suonano le campane, è festa. Perché siamo a lavorare?”. Lui mi ha guardato serio e ha risposto: “Nessuna festa, anzi. Il re ha dichiarato guerra. Quei matti hanno deciso di entrare in guerra”. Mi si è gelato il sangue. Ricordo tutto come fosse oggi. Era il 10 giugno del 1940 e invece di un giorno di festa era un giorno drammatico perché sarebbero stati anni di sofferenza e di violenze”.

 

Giacomo ricorda: “Diverse cose mi sono rimaste indelebili nella mente: pescavo con gli amici nell’acqua del rio nella zona delle pescherie e prima dell’avvento degli americani non avevamo filo di nylon ma usavamo crine di cavallo artatamente lavorato per ottenere un filo sottile e trasparente per poter pescare”.

 

Questo è il senso dell’iniziativa: prendere parte alla rappresentazione della comunità e riscoprire lo spirito del luogo, ciò che ci rende felici di vivere proprio lì, che ci fa venire voglia di rimanere, lavorare e giocare, di impegnarci e di avere relazioni con le persone che lo abitano.

 

Una volta raccolte le voci, si dà alle stampe il libro. Di fondamentale importanza è l’incontro tra gli anziani che hanno raccontato le storie, e i bambini delle scuole Primarie e Secondarie che ascoltano e fanno domande. Si viene così a creare un vero “incontro con gli autori” e il romanzo corale, la mappa di comunità, diventano un passaggio del testimone. Ci sono i ricordi, le narrazioni, il racconto orale e la scrittura. Ci sono gli uomini e le donne del passato e quelli del futuro. Ci sono le storie.

 

*Davide Bregola, scrittore

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