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La zampata che manca

Ragazze, fate la rivoluzione ma non il Terrore. Scene di vita famigliare con colonna sonora: ciao, Dolores

19 Gennaio 2018 alle 12:00

La zampata che manca

Un fotogramma del video "Ode to my family", dei Cranberries

"Non tirarmi per i capelli. Non mi piace". Ma lui continua a farlo. Prende la mia testa e la gira con urgenza e decisione. Non lo sopporto. Mi fa male, mi fa sentire stupida, a disagio, in balia di qualcun altro. Ma se glielo ripeto non serve.

  

“Non mi piace che mi prendi la testa e mi tiri i capelli per baciarmi”. “Ma a me piace”.

  

“A me no. E se non mi piace non lo devi più fare”. “Ma io voglio baciarti”, protesta. “Allora fallo con gentilezza”. Lo fa delicatamente una o due volte. Poi ci ricasca.

 

Lui ha sei anni, io 45 (quasi 46 mannaggia, come Dolores O’ Riordan. Dolores dove sei?). Lui è mio figlio, trenta chilogrammi di complesso edipico: caccia il padre dal letto, pretende di starci lui, mi abbraccia, mi stropiccia, mi annusa le ascelle, mi annusa i capelli, fra le mie proteste mi annusa in mezzo alle gambe.

 

L’idea che mio figlio interpreti il rapporto con una donna in maniera violenta mi preoccupa. No, non l’ha visto fare da qualcuno. Potrei lasciarvi credere che mio marito mi insegua per la casa pretendendo baci, prendendomi con i capelli, ma non è così. E no, non può averlo visto in tv dai PJMask (gente in pigiama che di notte si trasforma in supereroe).

 

Allora dove abbiamo sbagliato, ci chiediamo io e suo padre, la cui massima espressione erotica in presenza dei figli è chiedermi se ho messo fuori l’umido? Mio figlio non è un bambino violento, è dolce ed emotivo, incespica nelle parole (e io sto in apnea, ma non lo aiuto perché deve fare da solo, dice la logopedista, e la logopedista a casa nostra è come il Santo Padre per i cattolici).

 

Quando leggo della campagna MeToo contro la violenza sulle donne mi preoccupo. Mi viene l’ansia perché ho un figlio maschio e questo istinto di prevaricazione che continuamente esprime mi sembra sbagliato (“What’s in your head, in your head, in your head”, cantava Dolores).

 

Ho anche una figlia femmina di 11 anni in preda spesso a seri drammi esistenziali. Se Fabiana le dice che non le sta bene una felpa questo può compromettere una serata in famiglia: mia figlia dice che vuole restare sola, si rannicchia in un angolo del divano e ostenta la sua tristezza. Quando annuncia che vuole stare sola suo padre fa esattamente quello che ogni maschio fa: la prende alla lettera e cambia stanza. Mia figlia allora fa una tragedia, piange, urla. “Mi avete lasciato sola”. “Lo hai chiesto tu”, fa lui sempre più confuso. “Lo vedi che non capisci niente?”, urla lei.

 

Lui mi guarda smarrito, mio figlio mi prende per i capelli e mi stampa un bacio, io penso che sono una pessima educatrice (“Ode to my family”, che ti è successo Dolores?).

 

Allora, come spesso accade, me la prendo con mio marito. “E’ perché gli lasci fare la lotta. Non va bene, stimola la sua aggressività”. “Casomai dà sfogo alla sua aggressività”.

 

Ed è questo il punto, che l’aggressività – la violenza – in mio figlio c’è, deve imparare a contenerla. Bisogna continuare a dirglielo, prima o poi lo capirà.

 

L’altro giorno mia figlia è andata a una festa di compleanno e ha avuto sangue dal naso. Luca, il ragazzino che un po’ segretamente le piace, è stato seduto accanto a lei.

 

“Ma poi ho visto che guardava gli altri che giocavano a pallone. E, anche se mi faceva piacere che stesse lì, gli ho detto: se vuoi andare a giocare vai”.

 

“E lui?”. “Lui è andato”. “Beh, glielo hai detto tu”. “Si, ma io non intendevo DAVVERO che andasse”. “Allora dovevi dirgli che ti faceva piacere che rimanesse”. “Ma lui doveva CAPIRLO”.

 

Così mi è venuto in mente l’articolo, rilanciato sui social, di un giornale americano, Babe, che riportava la testimonianza di una ventenne – Grace – uscita con un autore di una certa fama, Aziz Ansari. Ansari non ne esce troppo bene (“dove vuoi che ti scopi?”) ma nell’insieme l’incontro si può derubricare come una tappa un po’ squallida e sicuramente non riuscita dell’educazione sentimentale di una ragazza (dopocena, lui vuole andare a letto con lei, lei è lusingata, ma nicchia, fanno sesso orale ma a lei non va, la serata naufraga, insomma un disastro). E tuttavia il giornalista tratta un incontro che non ha funzionato come quasi una molestia. Lei non ha mai detto no, ma lui doveva CAPIRE che lei non voleva. La colpa di Ansari è non aver capito. (Pure sul vino! “It was white. I didn’t get to choose and I prefer red, but it was white wine”).

 

“Se volevi che Luca non andasse a giocare a pallone glielo dovevi dire”. “Ma a volte io dico una cosa sperando che gli altri capiscano che intendo il contrario”. “Lo so, ma bisogna imparare. E’ ora che voi ragazze facciate la rivoluzione, o no?”. “Giusto. Sai che poi mi è passato il sangue da naso e sono andata a giocare a calcio anch’io?”.

 

Mio figlio si siede a fianco a noi. “Non ti bacio più tirandoti i capelli, hai visto mamma? Ho le mani dietro la schiena”.

 

Spero che le ragazze facciano rivoluzioni intelligenti, rivoluzioni che non si trasformino in Terrore (“C’è stato un tempo in cui il venerdì sera andavamo a conquistare la città e poi si stava a letto fino alla domenica. Ce lo siamo sognato o no?”, ciao Dolores).

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