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Il Milan e quel luogo perfetto che è il passato

A San Siro si rivedono Pietro Paolo Virdis e Ruud Gullit. Dopo il pareggio con il Napoli, piuttosto che spingersi troppo avanti, meglio volgere grato il pensiero all’indietro 

16 Aprile 2018 alle 19:35

Il Milan e quel luogo perfetto che è il passato

Pietro Paolo Virdis, l'ad del Milan Marco Fassone e Ruud Gullit prima di Milan-Napoli (foto LaPresse)

Pareggino ma partitona? Pareggione e partitina? Mah. Le combinazioni di vezzeggiativi e dispregiativi potrebbero essere anche di più, ma si tratta di un giochino assai moscio e poco illuminante. Giusto per percorrere senza rischi le strade della banalità, dirò che la verità sta anche oggi nel mezzo. Va bene così. Esultare per un nulla di fatto (in tutti i sensi) generalmente non è mai un buon segnale, né il sintomo di uno stato di cose sano e positivo. Per converso, recriminare o immusonirsi per il non esile, non scontato punto guadagnato contro il Napoli, dopo aver giocato praticamente alla pari coi partenopei per larghi tratti di partita, senza prendere gol nonostante l’assenza dei centrali titolari (Zapata non è morto, viva Zapata!) e grazie a un monumentale Donnarumma, rischiando addirittura di farne (certo, c’era di mezzo Kalinic…), non solo sarebbe scioccamente fuori luogo, ma significherebbe pure non avere ben compreso le effettive forze pedatorie a disposizione di questo nostro Milan – pur lodevolissimo sotto molti aspetti – e le reali dimensioni del recinto entro cui si esagita la legittimità delle nostre plausibili prospettive, delle nostre più ottimistiche tensioni. Che sono, niente di più, niente di meno, quelle sobriamente ricordate da Gattuso a fine gara: occhio a chi ci sta alitando sul coppino da troppo vicino (due punti son pochi, pochissimi), altro che la musichetta della Champions, la paradisiaca melodia prossima a diffondersi per l’aere di Milano (della sponda giusta di Milano, ça va sans dire). Per quella (e per quando?) occorrerà qualcosa, o qualcuno, che i severi aruspici del fòlber ancora non possono divinare.

 

Tanto meno lo posso io. Io, anziché spingermi troppo avanti, meglio mi trovo, come di consueto, a volgere grato il pensiero all’indietro, ed è stavolta piuttosto facile, visto che a inizio gara si rivedono calcare le sacre zolle meazziane, benché in borghese, Pietro Paolo Virdis e Ruud Gullit, saggiamente omaggiati da Fassone nel trentennale di quel Napoli-Milan che segnò l’inizio della luccicante epopea berlusconian-rossonera. Poi uno dice la nostalgia, le lacrime furtive e reazionarie, il vivere prigionieri di quel luogo perfetto che è il passato.

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