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Il Bi e il Ba
Trasformare le mura del carcere in facciate su cui scrivere
Tutto in carcere può diventare pagina. Si scrive per i posteri, per sé stessi, per i futuri inquilini. Potremmo sforzarci di vedere le pagine dei nostri libri come pareti di una cella in cui non sospettavamo di vivere, e poi abbracciare idealmente i nostri simili condannati
Quando sei qui con me questa stanza non ha più pareti ma pagine, pagine infinite. Prigioni laiche ed ecclesiastiche, segrete di torri e di castelli, lazzaretti e manicomi: ovunque un uomo si sia trovato recluso, nella storia, ha sempre cercato di trasformare le quattro mura in altrettante facciate su cui scrivere. Basterà, per convincersene, scorrere le iscrizioni nelle celle del Sant’Uffizio raccolte in Sicilia da Giuseppe Pitrè o i Palinsesti del carcere di Cesare Lombroso, trascritti nel 1888 in certe prigioni torinesi. Al fondatore dell’antropologia criminale sembrò di documentare un’oscura compulsione, perché quei tipi umani difettosi – esemplari dell’“uomo delinquente” – scrivevano non solo sulle mura della cella ma anche “sugli orci da bere, sui legni del letto, sui margini dei libri che loro si concedono nell’idea di moralizzarli, sulla carta che avvolge i medicamenti, perfino sulle mobili sabbie delle gallerie aperte al passeggio, perfino sui vestiti, in cui imprimono i loro pensieri col ricamo”.
Il libro in una stanza. Tutto, in carcere, può diventare pagina, altro che il soffitto viola del bordello genovese che ispirò a Gino Paoli la sua canzone. Anche perché in prigione “qui con me” non c’è nessuno, solo i compagni di cella (che sono spesso troppi), ma non è a loro che sono rivolte le scritte sui muri. A chi, allora? È un mistero. Nelle celle del Sant’Uffizio l’unico lettore certo era l’Inquisitore, che spesso le usava come prova d’accusa. Si scrive per i posteri, per sé stessi, per i futuri inquilini della cella, per Dio? E non è forse, questa, una domanda che potrebbe porsi chiunque, libero o recluso, impugni una penna? Non descrive la condizione stessa dell’atto di scrivere, tolti tutti gli orpelli? Un buon esercizio d’immaginazione morale potrebbe esser questo: sforzarsi di vedere le pagine dei nostri libri, dei nostri taccuini, dei nostri giornali come pareti di una cella in cui non sospettavamo di vivere. E poi abbracciare idealmente i nostri simili condannati, con o senza colpa, a coltivare l’illusione simmetrica.



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