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“Scimmie al volante”. Come il Covid-19 ha messo a nudo la pochezza del nostro ceto politico

Guido Vitiello

Il libro di Marco Mensurati e Fabio Tonacci ha il merito di fare riflettere su quanto la competenza in politica non sia più un requisito necessario

Quante volte ho sognato, in questi anni, che comparisse dal nulla la bambina di “Mamma, ho perso l’aereo” e mettesse a tacere l’onorevole Scimpanzetti o il ministro Gorilli di turno con la sua battuta altezzosa: “Tu sei quello che i francesi chiamano les incompétents”. Ma un minuto dopo sarebbe accorso l’opinionista populista da riporto a spiegare che la competenza non esiste, che è un mito epistocratico da secchioni, che il proprio del politico è prender voti e decisioni, e nulla più.

 

Verso la fine di “Scimmie al volante” (Rizzoli), l’ottimo libro di Marco Mensurati e Fabio Tonacci su come il Covid-19 ha messo a nudo la pochezza del nostro ceto politico, c’è una formidabile intervista al sociologo Giuseppe De Rita che aiuta a mettere per il verso giusto la surreale querelle sulla competenza. I suoi amici funzionari della Camera dei deputati, racconta De Rita, oggi si sentono umiliati. Erano abituati a stendere dossier accuratissimi per i parlamentari sui temi legislativi, ma oggi l’onorevole medio quei dossier non solo non li legge, non è proprio in grado di capirli, e pretende una tabellina semplice semplice a prova di macaco.

 

I dirigenti della Prima Repubblica, che non erano certo tutti scienziati, studiavano le consulenze tecniche, poi magari facevano di testa propria e se ne assumevano la responsabilità: eccola, la competenza del politico. Quelli di oggi, che non leggono e non capiscono, fanno ugualmente di testa propria, salvo poi nascondersi dietro alla pseudoneutralità di un comitato scientifico. Per loro i dossier non sono più uno strumento, ma un alibi. Scimmie che danno la colpa al pilota automatico. Mamma, ho perso la cloche.

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