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A Milano Yves Saint Laurent accende le luci in Galleria

Gli stop and go (causa ricorsi) per valorizzare il Salotto. I milioni dei grandi marchi attendono

9 Settembre 2018 alle 06:11

A Milano Yves Saint Laurent accende le luci in Galleria

Foto LaPresse

Quando si è saputo che Nara Camicie sta per fare le valigie e che al suo posto nel negozietto di 85 metri quadrati che si trova nella Galleria Vittorio Emanuele II si insedierà una grande griffe come Yves Saint Laurent, molte donne hanno pensato che forse non varcheranno mai più la soglia di quel negozio, ma si limiteranno ad ammirarne le vetrine. Del resto, la maison ha messo sul piatto gentilmente porto dal Comune un’offerta (1 milione di euro all’anno) che è pari a otto volte la base d’asta del bando per il rinnovo del contratto di affitto promosso dal Comune di Milano, proprietario di 55 negozi della Galleria, di cui 21 hanno contratti in scadenza da qui al 2020. La cifra che Saint Laurent è disposta a sborsare per aggiudicarsi la sua seconda vetrina in una delle capitali mondiali della moda (l‘a seconda è in via Sant’Andrea) è, inoltre, pari al canone che versa complessivamente lo chef Carlo Cracco per il suo ristorante che si sviluppa su cinque piani (e oltre mille metri quadrati di superficie). Insomma, la valutazione ha superato le aspettative, lasciando spiazzati marchi italiani come Luxottica, Moreschi e Damiani, che pure hanno partecipato alla competizione. Con questo precedente, la gara indetta da Palazzo Marino per l’assegnazione degli spazi dell’ormai ex Urban Center – il centro multimediale per l’informazione e la partecipazione su progetti di sviluppo del territorio, uno storico “luogo” per la tante iniziative di comunicazione milanesi, che si sposterà nella sede della Triennale in Viale Alemagna – pare ben avviato.

 

Ma la politica di valorizzazione degli immobili del Comune (la Galleria è uno dei più preziosi) messa in atto dalla giunta Sala è attesa al varco dalle opposizioni, dopo che il Consiglio di Stato ha messo in discussione un’altra gara, quella per il rinnovo dei contratti di due ristoranti storici, La Locanda del Gatto Rosso e Il Salotto, che avevano fatto ricorso per essere stati di fatto esclusi dalla competizione. Opposizione (e i commercianti “storici”) si domandano se non siano troppo discrezionali i criteri utilizzati dal Comune per assegnare le superfici, o se venga difesa sufficientemente l’identità milanese della Galleria, da sempre un mix che accoglie varie anime (e vari target di clientela). Nel caso dei due ristoranti è probabile che i giochi si riaprano, ma l’assessore al Bilancio e al Demanio, Roberto Tasca, non intende fare passi indietro rispetto al percorso di valorizzazione impostato finora, mentre ricorda al Foglio che è stata il sindaco di centrodestra Letizia Moratti a introdurre per prima criteri di mercato portando gli incassi provenienti dai negozi della Galleria – il Salotto milanese per eccellenza, nonché il centro commerciale forse più antico del mondo con origini che risalgono addirittura al Medioevo – da cifre inspiegabilmente vicine allo zero a 8 milioni nel 2008. E oggi, l’amministrazione di Giuseppe Sala è artefice di una spinta in senso fortemente concorrenziale. “Ricordiamo che con i maggiori introiti verranno finanziate opere di pubblica utilità, come l’ampliamento dell’info point per i turisti che, posso confermare, sarà mantenuto in zona Duomo”, precisa Tasca, che difende il metodo delle gare. “Credo siano il sistema più trasparente per gestire il patrimonio pubblico togliendo ai politici qualsiasi esercizio in senso soggettivo”, sottolinea Tasca, che è professore di Finanza con esperienze di consulenza aziendale che lo hanno portato a occuparsi di valutazioni complesse come le offerte di acquisto di Cairo e Bonomi per Rcs e ad assistere la Procura nella vicenda Monte dei Paschi di Siena. Detto questo, l’assessore non nasconde che quello di massimizzare le entrate per tutti i 460 spazi commerciali disseminati in città sia uno dei principali obiettivi del suo assessorato.

 

Ma non c’è il rischio di lasciare indietro antiche tradizioni artigiane e di fare della Galleria una ennesima passerella solo per i grandi marchi? “Non so lei, ma io le camicie non le ho mai comprate lì – ribatte ironicamente Tasca alludendo al fatto che un po’ bisogna abituarsi ed essere orgogliosi se l’immobile diventa il più prestigioso biglietto da visita della città meneghina. “Per quanto riguarda l’Urban Center, verificheremo che l’offerta sia altamente qualificata oltre che economicamente vantaggiosa e presteremo particolare attenzione al mix di settori merceologici che esclude il settore della ristorazione e comprende, per esempio, quello dell’antiquariato e dell’alta sartoria”. E’ chiaro che con una base d’asta di 1,2 milioni per 750 metri quadrati a farsi avanti sarà sicuramente un grande gruppo. E se degli artigiani volessero partecipare? “Non è esclusa la partecipazione di Ati, associazioni temporanee di imprese, i piccoli dovrebbero consorziarsi per competere”. Ci saranno canali preferenziali per soggetti italiani? “Non posso fare mica un’asta sovranista”.

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