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Milano, nove mesi al Pd

Congresso, vertici metropolitani, mugugni (a vuoto) dei circoli. In cerca di idee

15 Luglio 2018 alle 06:15

Milano, nove mesi al Pd

Beppe Sala (foto LaPresse)

"Non ho esperienza diretta del benessere. Non abito mica a Milano, io", rispondeva Pasolini ad Arbasino negli anni in cui sotto la Madonnina spuntavano come funghi le “coree”, le case popolari fatte ghetto per ospitare gli immigrati terroni con il basilico nella vasca da bagno e tutti gli altri stereotipi. Ora in quelle periferie, e da quelle periferie, Matteo Salvini lancia la sua sfida al “modello Milano”. Si apparecchiano le truppe: il fedele Stefano Bolognini, assessore alla Casa della Regione, insieme ad Angelo Sala, presidente di Aler, stanno affinando il sistema abbatti e riqualifica. Perché di quei quartieri, quel malessere (percepito o reale, spesso coincidenti), quella rabbia, sono la benzina nella macchina elettorale leghista. Sul fronte opposto, il Partito democratico locale è in una ridotta. Il fortino Milano, la sindrome d’accerchiamento, ma anche la gioia di essere l’isola più o meno felice dove la sinistra radicale non litiga (e incide anche poco, giacché non ha manco un assessore), dove i riformisti sono di casa, dove l’ala a sinistra del Pd non ha mai mostrato il volto truce poiché il sindaco, Beppe Sala, ha sempre sorriso a Pierfrancesco Majorino.

 

In tutto questo cade il rinnovo dei vertici metropolitani, e anche regionali, del Pd. Partita non irrilevante. Anzi, decisamente rilevante. Tanto per dire: il nuovo segretario deciderà chi sarà il successore di Sala se lui non vorrà succedere a se stesso. Il nuovo segretario dovrà in ogni caso coordinare la campagna per “difendere” il Comune. Il problema qui, è che il Pd è in cerca di identità, prima ancora di idee. Le persone e le candidature, invece, non mancano affatto. Hanno raccontato ad Affaritaliani.it di volersi mettere in gioco il senatore renziano Eugenio Comincini (la sua frase sul fatto che senza Renzi il Pd avrebbe preso meno del 18 per cento ha scandalizzato Facebook, per quel che conta), e l’ex responsabile cultura Daniele Nahum, ex vicepresidente della Comunità ebraica, vicino alle posizioni di Majorino ma che invoca una scelta larga, che “chiami” i vari pezzi del partito a unità. Discorso complicato. Anche perché ad oggi non solo non si capisce che cosa fanno le correnti, e se davvero Nicola Zingaretti potrà farcela o se verrà rosolato sulla via di Damasco, ma non c’è neppure la data del congresso. Così, le due case dei riformisti milanesi, ovvero il circolo della Pallacorda e Meriti e Bisogni, che pure premevano per il “fate presto!”, si sono viste non solo Maurizio Martina confermato all’ultima assemblea, ma pure per un periodo che definire indefinito è ottimistico. Invece del congresso subito, immediatamente, questo sarà prima delle Europee, e c’è a Milano chi dice che potrebbe essere pure dopo. Nove mesi. In tempo per partorire qualcosa, o per morire, a seconda.

 

I congressi locali però dovrebbero essere prima. Dovrebbero, perché l’ordine del giorno, per come è stato fatto, impone che si passi di nuovo dall’assemblea, che non sarà convocata prima di settembre. E dunque chi dice che saranno a ottobre potrà legittimamente essere tacciato di eccessivo ottimismo. Meglio dopo i Morti, o ancora meglio, dopo Sant’Ambrogio. C’è tempo ma non una strategia. E neppure una visione di lungo periodo. Insomma, si perde tempo invece di mettersi a lavorare per costruire su Milano e da Milano un’opzione locale da verificare sul metropolitano e il regionale, e poi chissà, anche a livello nazionale. Il rischio, anzi la certezza, è di finire al rimorchio e poi lamentarsi che “ommioddio in segreteria nazionale non ci siamo”. Dopo le vacanze si vedrà, magari tra un appuntamento e l’altro della prima Festa dell’Unità senza salamelle. E, per ora, senza grandi idee. 

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