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Chi è Paolo Dal Pino, l’uomo al telefono

Manager dei due mondi e di tutto ciò che è tlc, di cui si parla molto per Telecom

25 Marzo 2018 alle 06:15

Chi è Paolo Dal Pino, l’uomo al telefono

Paolo Dal Pino (foto LaPresse)

Milanese di nascita, brasiliano d’adozione, meneghino di ritorno? Lui è quello che si può definire l’uomo, in questo caso il manager, per ogni stagione. Un profilo professionale che ogni qualvolta si apre una casella ai vertici di un’azienda del settore TMT (Tecnologia-Media-Telecomunicazioni) viene tirato in ballo, coinvolto, selezionato dai cacciatori di teste, indicato dal mercato, atteso dagli investitori, osannato dalla stampa (e dalla critica). Del resto, il physique du role ce l’ha. E soprattutto ha dalla sua il curriculum e la carta d’identità. Perché Paolo Dal Pino, classe 1962, a 24 anni, dopo la laurea in Economia all’Università di Pavia, entrava già nel mondo del lavoro. E dalla porta principale: la Fininvest di Silvio Berlusconi. Correva l’anno 1986, 12 mesi dopo l’incontro tra il fondatore di Forza Italia e Urbano Cairo. Un segno del destino? Forse sì. Sta di fatto che il ragazzo che parla con fluidità almeno tre lingue, come ha ricordato la sua amica del cuore Maria De Filippi, signora del prime time di Mediaset, sua vicina di casa in gioventù e sparring partner a tennis, ha scalato le gerarchie di tutti i principali gruppi italiani e, ancora di più, ha stretto legami di fiducia e di amicizia con tutti i principali imprenditori, o capitani, dell’industria italiana: da Berlusconi appunto a Carlo De Benedetti, da Marco Tronchetti Provera e Lorenzo Pellicioli e così via. Senza trascurare uno dei banchieri più potenti degli anni ’80-’90-2000: Cesare Geronzi, che già 11 anni fa lo candidò alla poltrona di top manager di Telecom. Quell’azienda che adesso, probabilmente, lo vedrà tornare protagonista sul mercato nazionale, se il fondo attivista americano Elliott, lo stesso che ha prestato 303 milioni al finanziere cinese Yonghong Li per comprare il Milan dalla Fininvest (guarda che coincidenza), il prossimo 24 aprile riuscirà a mettere a segno il blitz nel cda e a strappare la maggioranza nell’assemblea dei soci a scapito della francese Vivendi di Vincent Bolloré, guarda caso pure azionista (in lite) della Mediaset di Berlusconi.

 

Ma Dal Pino è un manager sui generis. Perché se potesse tornerebbe, di corsa, come dicono le persone che lo conoscono bene, in Brasile, il suo angolo di paradiso, il suo buen retiro professionale familiare. Un mercato, il più importante del Sudamerica, che lo ha visto protagonista per lunghi anni tra le gestioni Telecom e Pirelli. Tronchetti Provera si fidava ciecamente di lui al punto da affidargli i business, prima quello telefonico e poi quello degli pneumatici, in uno dei mercati più importanti e strategici al mondo. E Dal Pino, sempre gentile e disponibile coi giornalisti (sarà perché nella sua infinita carriera ha lavorato anche come director dell’agenzia stampa Ansa?), quando il fuso orario lo consente, nel popoloso paese d’Oltreoceano era riuscito anche a stringere un legame forte con l’ex potente o potentissimo Luiz Inácio Lula da Silva, padre-padrone del Brasile dal 2002 al 2010, al punto da portarlo in Italia nel marzo 2014 quale ospite d’onore del cda di Pirelli. Quella Pirelli oggi cinese che Dal Pino ha guidato a lungo e della quale, si diceva, un giorno avrebbe potuto guidare non solo in Sudamerica, essendo uno dei potenziali delfini designati da Tronchetti Provera.

 

Ora però lo scenario è cambiato e lui non ha mai avuto paura delle sfide innovative: basti dire che dopo essere passato da Fininvest a Mondadori (nel 1987 venne nominato direttore finanziario della controllata olandese Verkerke) alla Repubblica di De Benedetti e più in generale nel Gruppo Espresso (oggi Gedi), dove è rimasto dal 1990 al 2001, si è inventato nel 2009 e proprio per l’Ing il portale Kataweb, il portale cult in Italia negli anni pre bolla della new economy che venne valutato qualcosa come seimila miliardi di lire (3,15 miliardi degli attuali euro) da Unicredit, che ne rilevò il 5% per 305 miliardi di lire sperando in una quotazione in Borsa che non si fece mai. Ecco, l’uomo che a inizio dei Duemila rimise in piedi e fece tornare in utile la disastrata Seat Pagine Gialle – riuscì a venderla ai fondi di private equity per 5,6 miliardi di euro – è tornato alla ribalta delle cronache perché quando in Italia c’è da combattere una battaglia politico-industriale la si combatte solo ed esclusivamente su Telecom: e lui, evidentemente, è la persona giusta al posto giusto. Sempre che il “drago” Elliott riesca nell’impresa di scalzare i “galli” di Vivendi.

 

Del resto il settore telefonico lo conosce avendo prestato i suoi servigi pure a Wind, il terzo operatore del mercato italiano, oggi fusosi con H3G-3Italia. E se il fondo americano vuole trasformare Telecom in una public company chi meglio di Dal Pino, il cui nome, giusto per non farsi mancare nulla, era circolato anche nella rosa che il Numero 1 del Coni, Giovanni Malagò, stava sfogliando per la presidenza della Lega Serie A, può riuscire nell’impresa, magari prima di tornare in Brasile? Anche se il fascino che esercita su di lui la Madunina è difficile da dimenticare e trascurare, nonostante il grande richiamo del Cristo Redentore che domina Rio de Janiero. Quando è a Milano, lo si può notare aggirarsi nella sua amata Brera.

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