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La politica milanese, sotto gli Alberi

Parisi, l’uomo che innervosisce i forzisti. Fascisti in Padania. Sala spavaldo, pugno e tribunale

10 Dicembre 2017 alle 06:17

La politica milanese, sotto gli Alberi

Stefano Parisi e Beppe Sala (foto LaPresse)

L’albero di Swarovski in Galleria è stato acceso, quello in piazza Duomo Sky ha sponsorizzato un abete bellissimo e alto alto. In Corso Buenos Aires le luminarie sono ok. Il gran ponte dello shopping, sant’Ambrogio. Per il milanese urbano e quello imbruttito. Chi ha qualche minuto in avanzo, può tenere d’occhio tre-quattro cosette interessanti sul fronte politico, prima delle feste.

 

PER CHI SUONA LA CAMPANA - Cerchiamo di fare ordine nei destini di Stefano Parisi, l’uomo che continua – come un elettrone di Heisenberg – a far fibrillare il centrodestra e le sue indeterminazioni, e segnatamente i forzisti di Lombardia e d’Italia. In attesa delle elezioni, dove si vedranno i pesi specifici. Per prima cosa Parisi ha presentato il suo programma elettorale. E ha chiesto esplicitamente che ci sia un “simbolo giallo” sulla scheda elettorale. Dove? Di certo con il centrodestra, Renzi non lo appassiona. Il problema è che Mariastella Gelmini non ha preso bene il fatto che Alberto Cavalli e Sabrina Mosca abbiano mollato gli azzurri per costituire il gruppo di Energie per l’Italia in Consiglio Regionale. Un po’ perché Alberto Cavalli è bresciano, come lei. Un po’ perché le emorragie non fanno mai piacere. Sulla Mosca, pare sia chiaro il calcolo: nel collegio di Monza difficilmente scatterà un secondo consigliere di FI e Fabrizio Sala farà probabilmente il pienone di voti azzurri. Tornando al punto: la campagna acquisti di Parisi ha fatto irritare Forza Italia. Anche con Maroni la dialettica è aperta. Ma di certo esiste un punto ineludibile: una buona parte di Lombardia Popolare guarda a Parisi come la zattera che può recuperare i dispersi in mare dell’ex Nuovo Centrodestra, ora diventato il Nuovo Centrosinistra di Angelino Alfano. Parisi lo sa, e si muove, coltiva le idee e intanto fa impazzire gli altri. La campagna elettorale sarà lunga, ma se parte così, sarà anche divertente.

 

ALLE URNE, ERAVAM FASCISTI - Che succede alla destra milanese? Si pensava fosse morta e sepolta. E invece è viva e – in attesa di approfondimenti (leggete Gran Milano, settimana prossima) – possiamo già dire che avrà un ruolo centrale nella disfida cosmica dei collegi. Anche il prode Ignazio (La Russa), sta uscendo dall’ombra, e torna a manovrare. Tuttavia non vi confondete: con CasaPound e Lealtà e Azione, Fratelli d’Italia senza An, c’entra davvero poco. La gara, in Lombardia, è tutta con la Lega (senza Nord). I voti sono quelli e si balla sulla stessa mattonella. Di spazio tuttavia pare che ce ne sia. Vedremo se ci saranno anche colpi bassi.

 

CUI PRODEST - Si interroghi il giovane aspirante politico su come spiegare agli elettori lombardi il motivo per cui il centrosinistra sostiene di non doversi accorpare regionali e politiche in un unico election day. A Palazzo Marino è stata approvata una mozione promossa da Franco D’Alfonso, in passato ideologo arancione pisapiano, la cui evoluzione ha visto un ruolo tra i “saliani” della prima ora. In questa mozione si scrive, apertis verbis: “La motivazione del risparmio e dell’evitare la doppia chiamata alle urne, tenuta in nessun conto nel recente referendum regionale sull’autonomia, non può far premio sulle ragioni di opportunità politica e di tutela della possibilità di libera e corretta espressione del voto, che sono alla base della normativa in vigore”. Tradotto: se si vota insieme, Maroni vince ancor più a mani basse perché l’onda di destra spingerà il governatore uscente, e viceversa. Interrogarsi, darsi risposte.

 

PUGNO CHIUSO e FRONTE ALTA - Incauto, per quanto più che altro ironico, Beppe Sala, sindaco di Milano, a stringere il pugno (alla comunista) di fianco a Carlo Monguzzi, l’ex verde, ex consigliere regionale, oggi consigliere comunale dem. E farsi fotografare, sorridente. Sul primo cittadino sono piovute le solite polemiche, tutte pretestuose, mentre sul pauperismo con i soldi pubblici del compagno di istantanea, pochissimo si è detto. Ma tant’è. La consolazione è che per una ciambella senza buco, altre escono bene. Come quella che ha portato alla strategia del primo cittadino, già commissario straordinario e unico di Expo, a depositare la richiesta di giudizio immediato nell’assurdo caso delle indagini che la Procura Generale ha riaperto. Caso tra i più puri del “potere al popolo togato”, al di là del bene e del male. Sala, dopo aver accusato il colpo in un primo momento (minacciò le dimissioni e poi si autosospese, giusto un anno fa, bigiando il cda della Scala), pare aver trovato la via giusta. Leva l’arma mediatica del rinvio a giudizio e si presenta direttamente alla sbarra, con la fronte alta e il cipiglio fiero. Giudizio subito, senza ulteriori indugi. Richiesta presentata e udienza del 14 dicembre “depotenziata” di ulteriori titoli di giornali. Passerà un sereno Sant’Ambrogio, Giuseppe Sala da Varedo. Se l’è meritato, stavolta.

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