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Ortomercato e mercati di quartiere, la mano pubblica per il diritto alimentare
L'alimentazione sollecita una riflessione sulle politiche di Palazzo Marino. Dal salvataggio dell'Ortomercato al successo di Foody. La sfida ora passa al futuro dei mercati rionali e all'ingresso della Regione negli investimenti, che finora non ha mai trovato l'attenzione dell'amministrazione di Beppe Sala
A poco più di un anno dal voto l’alimentazione sollecita una riflessione sulle politiche di Palazzo Marino. Sono due, in particolare, che hanno richiesto una scelta urbanistica, quindi politica, che oggi si può valutare nei suoi pro e contro. La prima risale al 2016, subito dopo il suo insediamento Beppe Sala si è trovato a decidere cosa fare dell’Ortomercato: tenerlo in città oppure trasferirlo fuori come in tutte le grandi città europee? Con un certo coraggio ha prevalso la prima opzione, il che significava mettere mano a una superficie di 850 mila mq (due volte Porta Nuova) di cui 300 mila costituto da aree inagibili. L’obiettivo era realizzare un city hub, un’operazione complicata dall’abusivismo, il campo nomadi, il centro di occupazione temporaneo e l’occupazione del centro sociale Macao che lambivano via Lombroso. Ieri Cesare Ferrero, presidente di Sogemi che ha la gestione dell’Ortomercato, ha rivendicato la strategia che ha portato al rilancio di quello che fino agli anni ’90 era il più grande mercato ortofrutticolo d’Europa, prima di conoscere un lungo declino di almeno due decenni.
La svolta vera e propria è arrivata nel 2019 con il Masterplan che ha ridisegnato il futuro del sito e dato le ali a Foody, il brand realizzato per Expo e diventato il simbolo del nuovo mercato all’ingrosso. Illustrando il budget 2026 e il piano pluriennale Ferrero ha ricordato i quattro obiettivi cui sta lavorando: il rilancio dei 15 mercati di quartiere che sono stati conferiti a Sogemi dal comune, la logistica centralizzata che “non è popolare perché significa tracciare lavoro e merci ma è necessaria per colpire il caporalato”, l’osservatorio dei prezzi che segnala aumenti sempre significativi in particolare per “l’acquisto del pesce che risulta sempre più difficile per una parte delle popolazione” e la transizione ambientale che sta producendo risultati importanti come il 68 per cento di raccolta differenziata. Un quinto, già acquisito, riguarda l’accordo con Milano Ristorazione che nei prossimi mesi trasferirà in via Lombroso le sue cucine. Il cronoprogramma prevede la conclusione del piano Foody entro dicembre di quest’anno. L’investimento complessivo è di 718 milioni, gli altri numeri snocciolati del presidente illustrano una Sogemi in buona salute con i ricavi quasi raddoppiati nel periodo 2019-26, stesso discorso per l’utile netto: “Siamo una società del comune per cui dobbiamo praticare prezzi calmierati, non possiamo realizzare un interesse: ecco perché l’utile resta basso”. Una questione, quest’ultima, che preclude l’arrivo di soci privati che non possono accontentarsi di margini di guadagni ridotti. Per Sogemi, che ha l’urgenza di acquisire capitali per sostenere il piano di espansione, la soluzione potrebbe essere l’ingresso della Regione che finora non ha mai trovato l’attenzione dell’amministrazione Sala: sarà la prossima a occuparsene e anche a dare il via libera per la riqualificazione dei 150 mila mq, ultimo passo per il rinnovamento del mercato.
Un altro passaggio non rinviabile, come ha precisato Ferrero, è la sinergia con Bergamo e Brescia per dare una dimensione più regionale all’hub. Poi c’è il Mercato centrale. Diversa è la storia di Mercato centrale, un’operazione congegnata nella stazione omonima da Grandi Stazioni con Umberto Montano, imprenditore della ristorazione, e benedetta dal comune che a fine anni Dieci perseguiva la riqualificazione di un’area con gravi problemi di sicurezza – in particolare di notte – con l’insediamento di locali e attività artigiane. Sull’esempio di Firenze, Roma e Torino, Mercato centrale ha aperto nel 2021 sul lato est dello scalo. Circa 3 milioni di presenze l’anno, poi il rinvenimento di blatte morte il mese scorso e la chiusura dell’intero hub per consentire la pulizia dei locali. “Non è bastato, ha spiegato Montano al Foglio, spendere 200 mila euro per assicurare la salubrità, purtroppo l’aumento delle temperature negli ultimi anni ha favorito la moltiplicazione di questi insetti”. Adesso si riparte con la volontà di fare dimenticare in fretta un incidente che ha rappresentato un danno d’immagine per la società.