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Non solo Glovo: al lavoro serve più formazione. La via lombarda

Daniele Bonecchi

L'intervento della magistratura (e non delle parti sociali) su diritti dei rider e gig economy indica che qualcosa è andato storto. Ma per abbattere il lavoro povero serve puntare sui percorsi formativi

Guardala come vuoi Milano, attraverso le Olimpiadi e le grandi fiere, col Fuorisalone, i nuovi data center e l’innovation district, coi 100 eventi (moda e design inclusi) organizzati dal Comune, si conferma sempre la città del lavoro. Ma il paradosso fa capolino sulle spalle di quei ragazzi affardellati da Glovo, che pedalando hanno invaso la città per consegnare ogni giorno pizze, sushi e tutto il resto. Per una volta hanno conquistato le cronache perché a forza di 2,5 euro a consegna, qualcuno si è accorto che fanno fatica a sbarcare il lunario (eufemismo) a Milano. Ma ridurre ai rider il problema del lavoro povero e non qualificato (che forse è il vero problema) è sbagliato.

E innanzitutto: sono i tribunali a doversi occupare della gig economy? “La Costituzione affida alle parti sociali il compito di definire quali sono i livelli salariali da contrattazione, i diritti dei lavoratori e la qualità del lavoro. Se deve intervenire la magistratura – dice al Foglio Luca Stanzione, giovane segretario della Cgil milanese – qualcosa è andato storto. Abbiamo troppe imprese che puntano unicamente alla compressione dei salari, ma oggi questo mette in discussione tutto il sistema produttivo non soltanto il potere d’acquisto dei lavoratori. Siamo nel momento in cui occorre decidere e investire su di un sistema produttivo capace di innovare e di guardare alle figure professionali innovative e alla tutela di quelle deboli”. C’è spazio per una “correzione di rotta” in un mercato del lavoro dominato dal terziario? “Se accettiamo che il livello del lavoro venga spinto così in basso rischiamo di perdere competenze, ci vuole un ripensamento affinché il nostro sistema produttivo utilizzi meglio il saper fare anche degli immigrati che devono essere riconosciuti come portatori di un valore che deve essere retribuito. Fino a oggi abbiamo registrato uno scontro in cui si pensa di mettere in discussione la subordinazione: un principio dell’ordinamento lavorista italiano, che sta nella Costituzione, un rischio per tutti”. Per tornare ai rider, c’è un’alternativa al cottimo? “Direi di sì, in questi ultimi anni alcune aziende del mondo delivery hanno accettato la proposta del sindacato inserendo nel contratto nazionale questa figura”. L’emergenza rider ha scosso anche il Parlamento europeo, che ha imposto agli stati membri di legiferare sulla questione salari, entro quest’anno. Milano cresce così come il costo della vita in città, che prospettive può avere il mondo del lavoro, nelle sue diverse articolazioni? “Se non vogliamo lasciar decidere ad altri dove va Milano, dal punto di vista produttivo e degli investimenti, bisogna che la città pensi a sé stessa come a un unico sistema, in grado di utilizzare leve importanti, come il potere d’acquisto dei salari, come il saper accogliere gli studenti universitari. Il problema non è solo dei lavoratori ma dell’intero sistema produttivo”, conclude Stanzione.

L’altro paradosso del lavoro povero si chiama formazione, perché – secondo Unioncamere Lombardia – un’impresa su tre non trova personale adeguato. E’ anche per questo che Regione Lombardia sostiene da tempo il progetto Garanzia Occupabilità dei Lavoratori, che ha ottenuto risultati lusinghieri: 290 mila persone hanno avviato il percorso e più di 150 mila hanno trovato un’occupazione. I tempi di attesa per il primo servizio si sono ridotti a meno di dieci giorni. Il programma è una delle principali misure del Pnrr per migliorare le politiche attive del lavoro e la formazione. Grazie alle risorse investite, ha contribuito a rendere i servizi per l’impiego più efficienti e il mercato del lavoro più inclusivo. I ragazzi “formati da Regione Lombardia – ha spiegato l’assessore a Formazione e Lavoro Simona Tironi – corrispondono al 20 per cento dell’obiettivo nazionale. Su una platea di più di 290 mila soggetti che hanno attivato un percorso formativo, più di 150 mila hanno avviato uno o più percorsi lavorativi, mentre più di 113 mila persone hanno completato con successo percorsi formativi, in prevalenza nei settori servizi, turismo, trasporti e logistica. Il ministero del Lavoro ci aveva assegnato obiettivi altamente sfidanti da raggiungere entro il 30 giugno 2026 e noi li abbiamo già abbondantemente superati con 6 mesi di anticipo”. Il governo “ci ha chiesto di proseguire e, anzi, grazie alle nostre performance possiamo contribuire a livello nazionale al raggiungimento dei target non ancora raggiunti da altre regioni. Guardiamo avanti: lo scenario che stiamo definendo prevede l’inclusione degli enti del Terzo settore per la gestione dei soggetti più distanti dal mondo del lavoro, favorendo la creazione di reti stabili per la presa in carico dei cittadini e l’introduzione di ‘work coach’ che accompagni l’utente in tutto il suo percorso di reinserimento lavorativo”, conclude Tironi.

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