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GranMilano - Una poltrona che scotta /6

Lorenzo Pacini, giovane dem a sinistra di tutti i dem. Idee toste, non tutte da applausi

Fabio Massa

Coerentissimo nella sua linea anti-israeliana, pro centri sociali, pro tenersi il Meazza, pro comunismo. Di lui si è parlato come possibile pretendente per le primarie del centrosinistra per selezionare il candidato sindaco post Beppe Sala

Lorenzo Pacini è un sunto umano dei “contrari” (ma non dei sinonimi) della parola “riformismo”. Coerentissimo nella sua linea anti-israeliana, pro centri sociali, pro tenersi il Meazza, pro comunismo. A volerla descrivere pur senza acrimonia, peraltro legittima o necessaria, nei confronti della sua ideologia, si potrebbe dire che è Pacini è CCCP: coerente, combattente, contrario e proPal. Di lui si è parlato come possibile pretendente per le primarie del centrosinistra per selezionare il candidato sindaco post Beppe Sala. Neppure 30enne (li compirà il primo giorno di primavera di quest’anno), Pacini ha due fratelli maschi più piccoli. Percorso di studi d’istruzione pubblica. Prima il liceo classico Manzoni, dove fa il rappresentante di istituto per tre anni di fila. Entra in una delle scuole-tempio della sinistra ztl di Milano più o meno vent’anni dopo che ne era uscito Matteo Salvini. Strana la vita. Al classico fa parte del Collettivo politico Manzoni (CpM), erede del glorioso e Kollettivo Korea di fine anni ’90. Inizia a frequentare i centri sociali. Ma non ha un luogo preferito. Poi inizia l’università.

Alla Statale però di politica ne fa poca, perché intanto ha cominciato il suo percorso elettivo: a 20 anni è già consigliere del Municipio 1. La famosa “zona” dei ricchi. Lui, quando glielo dicono, neppure se la prende più: “Sono molto radical, e poco chic. Appartengo a quella classe media che subisce l’allontanamento da Milano”. Infatti, si trasferisce poi in Zona 4: mica troppo distante dal centro, però. Elettivamente nativo dem, non lo è ideologicamente. Se potesse, reinserirebbe qualche “correttivo” di stampo comunista nell’Italia di oggi. I suoi amici l’hanno sentito più volte dire che “avremmo tanto bisogno di soluzioni che definiremmo comuniste per i problemi di oggi”. Tipo? “Un limite alla ricchezza: 50 milioni. Il problema è che c’è gente che possiede 800 miliardi”. Dàghele al ricco, anche i ricchi piangano, e tutta quella roba là. In gioventù Pacini ha fatto pure il fruttivendolo, ma quella da cui ha imparato di più è stata l’esperienza nella comunicazione politica. Non sappiamo come scelga le verdure, ma a livello comunicativo è una bomba: social, televisioni, giornali, iniziative di tutti i tipi. I messaggi sono sempre “bold”, sparati, netti. Lotta alle auto sui marciapiedi, specialmente quelle di lusso. Lotta a Israele, ovviamente (molti giovani dem della sua parte lottano proprio contro gli israeliani: purtroppo). Non ha mai mancato a una manifestazione pro-Pal con tanto di fotina sui social. Non lo scandalizza lo slogan genocidario “dal fiume al mare”, perché ipotizza uno stato come il Belgio, nel quale israeliani e palestinesi vivano tutti in pace. “E comunque mi fa ridere che Israele si definisca stato democratico quando è uno stato etnico”. Roba da mettersi le mani nei capelli. E Milano? Non moltissime chance di spuntarla alle primarie. Però leverebbe voti a Pier Majorino.

Ha iniziato un ciclo di eventi chiamato “Primarie o barbarie”: bello slogan. Raccoglie a volte decine, a volte centinaia di persone. Il leitmotiv è sempre lo stesso: “Mai più”. Mai più salva-Milano, urbanistica rapace, attratività a discapito dell’equità, mai più mancata partecipazione come su San Siro. Pacini, il suo nome è mai più: tanto per fare il verso alla canzone. La decrescita felice? Teoria interessante, ma meglio la definizione “crescita redistributiva”, dove lo Stato è protagonista e monopolista in alcuni settori. Le Olimpiadi? Una opportunità ma non criminalizza chi protesta perché alla fine ci rimettono i soldi sempre i milanesi e gli italiani. Politicamente è sul lato a sinistra della sinistra Pd. Fa parte della minoranza lombarda dei Giovani democratici, che però è maggioranza nazionale dei Giovani democratici. Il suo oppositore primario – e tra i due c’è inimicizia  vera – è Paolo Romano, anche lui Gd, anche lui pro-Pal, anche lui sulla sua stessa piastrella e con lo stesso identikit movimentista. In tv Pacini lo invitano spesso, e lui ci va. Da Del Debbio, soprattutto. E in radio alla Zanzara di Cruciani. Lui gongola, e questa volta ha ragione: “I veri combattenti non vanno nel salottino dove siamo tutti d’accordo e facciamo a gara a chi è più carino“. E poi – ancora assai ragionevole: “I giornalisti di destra sono più pronti ad ascoltare cose diverse rispetto alla sinistra tradizionale che è chiusa nei propri schemi classici”. Pacini in purezza: si può condividere poco, ma chapeau alla coerenza e alla voglia di battagliare.


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