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GranMilano - Una poltrona che scotta / 4

Calabresi, il civico empatico che il Pd non sa se volere o temere

Fabio Massa

La storia è nota, la carriera pure: dai giornali ai libri ai podcast. Sconosciuta è la tempra politica. Per ora tutti zitti

C’è una foto dei primi anni Novanta. Di Nando Dalla Chiesa, capelli folti e i baffoni scuri. Nel 1993 inizia la campagna per cercare di diventare sindaco. A sostenerlo c’è la gioiosa macchina da guerra: finirà male. Mentre batte i quartieri in cerca di consenso, giorno dopo giorno, incontro dopo incontro, è sempre accompagnato da un giovanotto alto, allampanato, con il sorriso simpatico e un filo di occhiaie, appassionato di civismo, di movimenti e di politica. Su certe cose è pure radicale, netto, come tutti i giovani di sinistra. E’ Mario Calabresi. Il figlio del commissario e di Gemma Capra, che perse il marito con il fratello di Mario, Luigi, in grembo. Nella campagna elettorale del 1993 il leghista Formentini sbaragliò tutti in una Milano sconvolta da Tangentopoli. Calabresi, classe 1970, sta con Dalla Chiesa negli anni dell’università che non porterà a termine per inseguire il sogno di fare il giornalista. Sogno realizzato, e alla grande, un cursus honorum rapidissimo: a 27 anni professionista, a 28 cronista parlamentare dell’Ansa, a 29 nella redazione politica di Repubblica. Poi alla Stampa, gli attentati dell’11 settembre. Avanti e indietro: ancora a Repubblica per le presidenziali Usa del 2008. A 39 anni, giovanissimo, diventa direttore della Stampa. A 45 prende il posto di Ezio Mauro a Repubblica. Ha praticamente già visto tutto, gli manca solo di essere sostituito. Accade nel 2019: l’editore gli comunica a febbraio che al suo posto arriva Carlo Verdelli. Il pezzo di commiato riletto oggi racconta un mondo assai attuale: l’incompetenza dei Cinque stelle, l’arrivo di Trump con “gli ultimi fuochi dell’idea di progresso” e “la chiusura totale nelle nostre paure”, il declino di un’idea di democrazia “messa in un angolo dal fascino perverso degli uomini forti”.

Il padre non di sangue, ma di vita (il commissario morì che aveva solo due anni e mezzo), il poeta Tonino Milite con il quale la mamma Gemma si era risposata, scrisse questo verso: “Le guerre nascoste nel mio cognome”. Mario Calabresi sceglie di affrontare quelle guerre nascoste nel suo cognome con libri (tanti, dopo il primo “Spingendo la notte più in là”), e soprattutto mettendo ordine e pace sull’esempio della mamma, che nel cinquantesimo di piazza Fontana abbraccia la vedova di Giuseppe Pinelli.

E’ il 2019, fine della direzione di Repubblica. Che cosa si può fare, dopo essere stati – per un uomo con le idee di Calabresi – alla guida del più grande giornale di sinistra italiano? Si piglia un bel respiro. E inizia a fare quel che gli viene meglio: racconta. Un bravo affabulatore. Crea la newsletter “Altre storie”. Poi fonda Chora, , il podcast, la narrativa dei nuovi tempi, con il finanziere Guido Brera. Uno che i soldi li usa anche ma non solo per farne altri. E che – almeno all’inizio – li perde. Non va bene, Chora. Dal 2020 al 2023 il rosso ammonta a otto milioni. Il mondo intorno dice che no, non è capace di fare l’editore. Chora compra Will, il giornale fondato da Alessandro Tommasi. Lo paga caro, ma la svolta arriva proprio nel 2024: primo utile di sempre e fatturato record. Chora inizia a decollare e ha la dimensione di una media company di tutto rispetto nel nanismo editoriale italiano. 
Nella politica milanese il suo nome arriva presto come possibile candidato sindaco. Troppo presto. Dicono: Pisapia si candidò 10 mesi prima, ora manca ancora un anno e mezzo. Ma la politica è impaziente, si sa. Lui non conferma né smentisce. Intanto però gira i teatri con i suoi spettacoli: a Milano fa tutte le date sold out. E fa qualcosa che è sfuggito ai più: individua un “head of news” per Chora e Will. Una selezione porta Silvia Bombino, da Vanity Fair, a prendere il timone. Qualcuno ipotizza, forse sbagliando forse no: si sta preparando ad affidare la barca aziendale.

Chi lo conosce e ci lavora dice che Calabresi è un uomo che sarebbe capace di vendere il ghiaccio agli eschimesi. Simpatico, gioviale, magnetico. La tristezza delle foto giovanili, se c’è ancora, non si vede. Conosce tutti, frequenta tutti, parla con tutti. Ma soprattutto parla con i vertici dello Stato. Le sue foto con Napolitano e Mattarella sono solo i diamanti della corona: non c’è personalità di rilievo che non conosca. E qui arriva il primo problema: se parla con i vertici, che valore potrà mai dare a tutto il mondo della politica locale? Se parla con Schlein, che ruolo può avere il Pd di Milano? Se parla con i direttori dei giornali, che ruolo possono avere i cronisti? In fondo: se parla con il presidente della Repubblica, che ruolo possono avere tutti gli altri? Parla con l’arcivescovo, piace ai cattolici. L’assenza del ruolo, e del senso del ruolo, pesa e impaurisce i livelli locali. E pesa la paura dell’ignoto: le strutture dei partiti non lo conoscono, non lo conoscono neppure gli apparati e quello che si muove intorno agli apparati. Per ora, sul fronte Calabresi tutto tace, e il silenzio genera paure. Nell’agone viene lanciato Umberto Ambrosoli, ma solo per poco. Un altro figlio del sangue versato, con il quale Calabresi ha un ottimo rapporto, così come con Nando Dalla Chiesa e con Benedetta Tobagi: c’è un filo di dolore, indissolubile, che li lega. Anche Ambrosoli, sulla propria candidatura, tace. Certo, il partito lo conosce benissimo per le elezioni regionali perse contro Roberto Maroni nel momento forse più difficile del centrodestra. Commenta, maligno, un uomo di rara esperienza: “Se non hanno perso in Regione alla candidatura a sindaco non li vogliono…”, ricordando anche la sfortunata avventura di Pierfrancesco Majorino. E quella di Giorgio Gori: pure lui, un po’ avventatamente, buttato a un certo punto nel novero dei nomi. Mario Calabresi è temuto molto, a destra. C’è chi dice che La Russa & Co. stiano aspettando per capire se candidare qualcuno per perdere onorevolmente (ma perdere), nel caso ci fosse lui. Ma con o senza primarie? Questione di non poco conto. Fino a qualche mese fa erano escluse proprio, le consultazioni aperte: troppo forte Majorino, si diceva. Adesso invece non sono più escluse. Anzi, qualcuno si spinge a dire che potrebbe anche vincerle, Calabresi. E che sarebbe un bene, per farlo conoscere. Perché la paura dell’ignoto è una brutta bestia, nella politica locale: genera disaffezione, che è pure peggio dei mostri.

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