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GranMilano - Una poltrona che scotta / 3
Majorino, il candidato dalle molte vite alle prese con molti Pd
Mentre in città le correnti esplodono e si dissolvono, lui diventa “l’unico che conta qualcosa nel Partito democratico”. È l’unico che ha una struttura radicata sul territorio. Ma c'è il problema della sinistra radicale (alla quale ha sempre strizzato l’occhio) che lo ha incluso definitivamente nella lista dei colpevoli della gestione Sala
Politicamente Pierfrancesco Majorino è l’uomo dalle molte vite. Prima, giovane promessa (non per citare Arbasino…). Poi, l’assessore che gestisce l’emergenza siriani e riempie le piazze di marce. Infine, l’unica corrente vera del Pd. In modo solo apparentemente paradossale, Majorino fatica però a trasformare le sue molte vite in una candidatura a sindaco. Andiamo per ordine, iniziando dal papà di Pierfrancesco, Giorgio. Psicoanalista, se ne è andato lo scorso anno. Un antifascista vero, ma anche oggettivo (di Meloni scriveva: “Leader, piaccia o non piaccia, brava e intelligente”). Era di sinistra – anzi, di più – il poeta Giancarlo Majorino, lo zio scomparso nel 2021. E’ di sinistra pure Pierfrancesco, fin dall’inizio. A 14 anni prende la tessera della Fgic. Al penultimo anno delle superiori in via Pace, appena maggiorenne, entra nel Consiglio di zona 3. E’ il 1991, alla vigilia delle grandi rivoluzioni che toccheranno anche Milano. Vive appena fuori dalla Cerchia dei Bastioni, zona corso Lodi. La mamma è dipendente comunale.
La vita del secondo – anagraficamente – dei tre Pierfranceschi della sinistra milanese (il più vecchio è Pierfrancesco Barletta, il più giovane è Maran) è tutta politica. Nel 1998 diventa consigliere del ministro Livia Turco, dopo aver mollato l’università. Fa il segretario dei Ds quando i Ds fanno nascere l’Ulivo. E’ il 2004: da segretario diventa consigliere comunale nel 2006. Sindaco è Letizia Moratti, che ha battuto Bruno Tabacci, in aula c’è gente di livello. A sinistra Lele Fiano, e Davide Corritore che sarà direttore generale cinque anni dopo. C’è Marilena Adamo, anche lei finita in Parlamento, Marco Granelli e Pier Maran. E ancora: il futuro capo di gabinetto Maurizio Baruffi, il sempreverde Enrico Fedrighini, Moni Ovadia. A destra ci sono Riccardo De Corato e Tiziana Maiolo. Ci sono Matteo Salvini e Silvio Berlusconi. Cinque anni di battaglia dura, per Majorino, che si mostra subito determinato. Sa usare i mezzi di comunicazione, e il messaggio è sempre “bold”. Calcato, urlato. A volte, anche troppo: come quando regge uno striscione dopo una esondazione: “La vera calamità naturale per Milano: il sindaco Moratti”. Poi le acque tracimeranno molte altre volte pure con lui ad amministrare, ma intanto la foto è finita sul giornale. Nel 2010 Pisapia inizia a girare i quartieri nella sua campagna per le primarie. Che vincerà malgrado il Pd sia schierato per Stefano Boeri. Si dimette Filippo Penati, ma Majorino viene confermato capogruppo a Palazzo Marino. Non si infortuna, e procede: un classico del Majo-curriculum.
Quando Penati finisce sotto inchiesta Majorino indulge nel suo peggior difetto: il giustizialismo. Attacca. A posteriori chiederà scusa, privatamente. Non sarà l’ultima volta. Nel 2016 Pisapia lo crea assessore: Servizi sociali. Cinque anni intensi, con marce multietniche e la grande stagione delle manifestazioni per i diritti. Prova a candidarsi sindaco nel 2021, ma c’è Beppe Sala che lo sorpassa a destra: impossibile fermare l’uomo di Expo. Majorino allora elabora uno schema che ripeterà in seguito, la finta alla Majo: candidarsi a un obiettivo per cercare di centrarne un altro. Si mette nelle primarie e spacca il fronte degli ex pisapiani: Sala vince facile su Francesca Balzani, sostenuta dall’uscente Giuliano.
Quando l’uomo di Expo arriva a palazzo, Majorino è riconfermato assessore: obiettivo raggiunto. Intanto la stagione è cambiata: molte delle figure di un tempo sono a Roma. Majorino emerge, prepotente. Di lui si vocifera, nei corridoi: “I due Pier (il terzo, Barletta, intanto è andato a fare il manager) sono gli unici politici veri”. Costruisce pazientemente una sua corrente. Si risposa con Caterina Sarfatti, figlia del grande imprenditore e candidato governatore, il compianto Riccardo, e con lei farà una figlia. Per riposarsi tra una fatica da politico e una da romanziere va in montagna con il figlio del primo matrimonio. Gli anni passano e lui scalpita: nel 2019 si candida all’Europarlamento, dove arriva a suon di migliaia di preferenze. Non ammetterà mai che si annoia, ma fa di tutto per tornare in Italia: nel 2023 arriva l’occasione. Ci sono le regionali e il Pd è in stato confusionale. L’occasione pare ghiotta: Attilio Fontana è stato pestato per due anni da tutte le televisioni per le vicende giudiziarie del Covid. Majorino, che ottiene di essere candidato senza primarie, come al solito intinge la penna nel giustizialismo: non è noto se abbia poi chiesto scusa. Fontana uscirà assolto, Majorino uscirà dalle elezioni sconfitto, e malamente. Ma subito in un comunicato stampa mette in chiaro che il meccanismo era lo stesso delle primarie di qualche anno prima. La finta alla Majo: gioca una partita per vincerne un’altra. Dice, in soldoni: le elezioni sono andate male, ma a Milano abbiamo vinto (sottotesto: posso fare il sindaco). Intanto in città le altre correnti esplodono e si dissolvono. Rimane solo lui. Ormai è “l’unico che conta qualcosa nel Pd”. Alla segreteria regionale intanto arriva Silvia Roggiani, e al metropolitano Alessandro Capelli. La strada per Majorino sindaco pare spianata. E invece. Invece il sindaco Sala capita che si infastidisca per una intervista, e Roggiani e Capelli frenano sulla sua candidatura: ci sono dubbi sul fatto che sia vincente. E poi, c’è il tema delle primarie. Non le fece per la Regione, ma ora le vuole a tutti i costi per il Comune. La motivazione? E’ l’unico che ha una struttura radicata sul territorio. Ma ha pure qualche problema: la sinistra radicale, alla quale ha sempre strizzato l’occhio, lo ha incluso definitivamente nella lista dei colpevoli della gestione Sala. In più, alla sua sinistra pare intenzionato a candidarsi anche Lorenzo Pacini, con il quale condivide posizioni pro-Pal e altre pericolose corbellerie. A volte capita che l’allievo (Pacini) faccia lo stesso gioco del maestro: punta di qui e vai di là.