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GRAN MILANO
Noi, le prime (prossime) laureate in Intelligenza artificiale
In redazione con tre studentesse del primo corso universitario specifico in Ai. Raccontano al Foglio che cosa vuol dire studiare la tecnologia che sta cambiando il mondo, capire come si applica in vari campi, ma anche quale sarà il suo impatto sull’umanità
Metti una mattina a colazione, uno spizzico di brioche e un caffè, nella redazione del Foglio, con tre pioniere dell’intelligenza artificiale. Sono Beatrice Camera, Daria Miele e Irene Marrali, anni 21, iscritte al terzo anno del corso di laurea in Intelligenza Artificiale nato dalla collaborazione tra l’Università di Pavia, l’Università Statale di Milano e l’Università di Bicocca. Raccontano al Foglio, con piglio e concretezza, che cosa vuol dire studiare la tecnologia che sta cambiando il mondo, capire come si applica in vari campi, ma anche quale sarà il suo impatto sull’umanità. Almeno nelle ipotesi e nelle conoscenze di giovani studentesse. Quando si dice il gap di genere nelle materie Stem. Anche in questo corso di laurea sperimentale la percentuale femminile di iscritti (33 per cento) è inferiore a quella maschile (67 per cento), ma il divario è meno accentuato se paragonato a quello che si riscontra a livello nazionale negli studi scientifici, dove le donne rappresentano solo il 17 per cento dei laureati.
Come mai, lo si può intuire parlando con le tre studentesse, che sembrano quasi portare il peso della responsabilità di questa rivoluzione come forse sanno fare solo le donne: curiose e aperte alla conoscenza ma disposte a prendersi cura delle potenziali vittime. “Quello che mi ha convinto a scegliere questo percorso formativo è l’approccio interdisciplinare – dice Beatrice Camera – Lo studio di materie tecniche e scientifiche è affiancato da approfondimenti che riguardano le neuroscienze, la filosofia e l’impatto etico e sociale dell’Ai”. Daria Miele, invece, confessa che voleva iscriversi a Ingegneria, ma che quando ha scoperto che esisteva una facoltà dedicata esclusivamente all’Ai non ha avuto dubbi su quale sarebbe stata la strada più giusta: “Studiamo come dare l’intelligenza alle macchine, ma per farlo dobbiamo conoscere a fondo come funziona il cervello umano”. Il cosiddetto machine learning passa soprattutto da qui. E per Irene Marrali “l’intelligenza artificiale non è un sistema astratto ed è a mio avviso fondamentale studiarlo nel contesto della realtà in cui è inserito”.
Si scopre, poi, chiacchierando, che tutte e tre erano state ammesse al Politecnico e pensavano di laurearsi in Ingegneria prima di scoprire la facoltà di Ai di Milano che – pur facendo capo all’area studi di Scienze e Tecnologie informatiche – ha offerto loro la prospettiva di un percorso di studi più integrato, che considera l’Intelligenza artificiale uno strumento intellettuale e ne esplora le questioni fondamentali per guidarne l’evoluzione. Il corso, completamente in inglese (la dicitura completa è Bachelor of Science in Artificial Intelligence), è nato a Milano nel 2021 per iniziativa degli ex rettori dell’Università di Pavia, Francesco Svelto, della Statale, Elio Franzini, e della Bicocca, Giovanna Iannantuoni. Svelto, che da ottobre è vice presidente del Cnr, spiega che l’idea è stata quella di delineare un percorso formativo completo – laurea triennale più magistrale di due anni – che avesse una statura di livello internazionale. Infatti, la percentuale di stranieri iscritta è elevata: su 467 iscritti che risultano per l’anno accademico 2024-2025, ultimo dato ufficiale disponibile, 292 sono studenti italiani e 175 sono esteri, con un’incidenza di circa il 35 per cento sul totale, ben superiore alla media di stranieri che frequentano le università milanesi. Le pecche non mancano come il fatto che non esista una sede fisica unica e che gli studenti che frequentano i corsi i presenza, soprattutto i fuori sede, debbano affrontare spostamenti quotidiani tra le aule delle diverse università coinvolte, e tra Milano e Pavia (per comunicare con gli uffici, inoltre, si è costretti a utilizzare tre indirizzi mail diversi). “Purtroppo è stato l’unico modo per garantire che a insegnare fosse il miglior corpo docente di ciascun ateneo – dice Svelto – Spero che col tempo le difficoltà logistiche possano essere superate, intanto si è innescato un circolo virtuoso perché molti degli studenti che vengono dall’estero scelgono di restare a lavorare qui”.
Vero è altresì il contrario anche se i laureati in Ai sono ancora troppo pochi per avere dati statistici su cui ragionare. Beatrice, Daria e Irene aspirano a conseguire la triennale quest’anno e a proseguire per la laurea magistrale. Le strade si divideranno. Beatrice volerà a Parigi per frequentare due anni all’Ecole Polytechnique, dove ha ottenuto una borsa di studio; Daria e Irene stanno decidendo se completare il percorso al Politecnico oppure fare un’esperienza di studio all’estero, per lo più nelle università del nord Europa. Per il futuro, il che è anche sorprendente, tutte e tre si vedono a vivere e a lavorare stabilmente in Italia o in Europa piuttosto che negli Stati Uniti, pur essendo consapevoli che potrebbe essere più dura avere opportunità professionali e di guadagno soddisfacenti. E’ questione di “principi e di valori”, dicono. In Europa è più netta la tutela della persona e si sta cercando di evitare quell’approccio “disruptive” dell’Ai che nel mondo americano è più tollerato. Dall’uso dei big data alla tutela della privacy. Non è detto che questo modo di pensare rispecchi quello della maggioranza degli studenti di Ai ma, come osserva anche l’ex Rettore Svelto, “potrebbe riflettere una linea di tendenza che sta emergendo e cioè che la nuova generazione non è così attratta dal sogno californiano degli anni Novanta”. Insomma, cervelli in fuga ma non troppo.
Su quali saranno le scelte lavorative le scelte divergono, e non solo perché i campi di studio e di applicazione dell’Ai sono potenzialmente infiniti. “Mi piacerebbe applicare l’Ai nel marketing, per intercettare gusti e aspettative dei consumatori e anticipare così le tendenze del mercato – racconta Daria – Tutto questo succede già, ma con l’Ai si potrebbero indagare campi inesplorati e spingere le aziende a diventare più creative”. Irene è invece affascinata dall’applicazione dell’Ai nell’health care, che vuole dire, ad esempio, analisi dei dati clinici e studio degli effetti prodotti dai medicinali sui pazienti: “In campo oncologico si stanno facendo importanti progressi grazie alla collaborazione tra medici e ingegneri e mi piacerebbe fare lo stage all’Istituto Tumori di Milano, anche se ho qualche dubbio sul fatto di lavorare un domani in un ospedale”, aggiunge. Beatrice non ha preferenze tra un’istituzione pubblica o un’azienda privata, una banca o una start up, “a patto – conclude – che faccia un uso corretto e trasparente di dati e algoritmi”. Perché, per tutte, è evidente che l’etica, la scelta umana, conterà. E’ venuto il momento di congedarci dalle nostre pioniere dell’Ai. Buona fortuna, ragazze.