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Dove andranno davvero i (pochi?) soldi lombardi del Pnrr

Mariarosaria Marchesano

La prima ricognizione delle risorse realizzata dalla Cna sui 5 miliardi (di 49) in arrivo. Green, Sanità e poca impresa

"Sud, sempre sud”. Il fuorionda del sindaco di Milano Beppe Sala che critica i maggiori fondi del Pnrr destinati al Mezzogiorno fa ancora discutere. Ma il criterio di ripartizione delle risorse europee del Recovery, che assegna un premio del 40 per cento alle regioni svantaggiate del paese, non è in discussione. E il paradosso è che il leghista Massimiliano Fedriga, governatore del Friuli Venezia Giulia e presidente della Conferenza delle Regioni, è stato tra i primi a precisare che tale criterio va rispettato amplificando così l’imbarazzo nel Pd per le parole di Sala.

 

La sensazione è che si stia facendo largo a livello politico-istituzionale un fronte abbastanza trasversale che, almeno sul piano della comunicazione, prova a superare la storica contrapposizione tra aree del paese non tanto perché, come dice il ministro Mara Carfagna, “se il sud si sviluppa anche il nord ci guadagna”, ma perché l’attuazione del Pnrr rischia di essere molto complessa per tutti. Per esempio, il sindaco di Napoli, Gaetano Manfredi, ha rivelato al Foglio di essersi mosso con i comuni di Milano, Roma, Napoli Torino, per segnalare a Palazzo Chigi alcuni aspetti penalizzanti per le grandi aree metropolitane rispetto alle piccole città. Insomma, più che sul piano geografico il conflitto potrebbe nascere tra enti locali di diversa dimensione.

   
A livello territoriale, però, il malcontento esiste. E lo ha esternato la Cna della Lombardia presentando alcuni giorni fa una prima ricognizione dettagliata delle risorse assegnate alla regione dal piano nazionale di rilancio e resilienza. “La locomotiva d’Italia meriterebbe di più”, ha detto il presidente dell’associazione, Giovanni Bozzini. I dati, frutto di uno studio commissionato dalla Cna alla società Sintesi, dicono che alla Lombardia andranno 5 dei 49 miliardi (su un totale di 220) già ripartiti. L’obiezione parte dai numeri. Se una regione realizza più del 22 per cento del Pil del paese, rappresenta il 16 per cento delle imprese e il 17 per cento della popolazione – è in sintesi il ragionamento di Bozzini – non è giusto che riceva solo il 10,2 per cento delle risorse del Pnrr. In parole povere, la quota assegnata alla Lombardia risulterebbe sottodimensionata rispetto al suo contributo all’economia del paese. Il rischio è che tale critica, che pur rispecchia un sentimento diffuso in regione, abbia scarsa presa nella fase di avvio del Pnrr che pone sfide mai viste prima agli amministratori locali.

   

“Le recriminazioni sul 40 per cento dei fondi destinati al Mezzogiorno sono a mio avviso fuori fuoco rispetto alla natura stessa del piano di rilancio e resilienza che ha come caposaldo il riequilibrio territoriale – dice al Foglio la comasca Chiara Braga, responsabile ambiente del Pd – Bisogna spostare l’attenzione su un altro punto: comuni, regioni e provincie sono chiamate a mettere a punto bandi di gara in tempi molto stringenti per spendere i soldi e non sempre hanno sufficienti risorse di personale e competenze. Questo problema al sud è più urgente per un ritardo strutturale, ma anche in Lombardia ci sono piccoli comuni che potrebbero avere serie difficoltà”.

 

Uno sguardo alla composizione delle risorse che il Piano ha assegnato alla regione può aiutare a capire la dimensione della sfida. Dei 5 miliardi, 2,147 milioni devono essere spesi per la rivoluzione verde e la transizione ecologica. Al secondo posto c’è la salute, con 1 miliardo e 193 milioni, al terzo l’inclusione e la coesione sociale (970 milioni). A seguire, istruzione e ricerca (460,7 milioni), infrastrutture per la mobilità sostenibile (67,4 milioni) e digitalizzazione (140,2 milioni).

 

Dunque, quasi la metà della dei fondi è destinata alla svolta green, che prevede investimenti nelle energie rinnovabili a idrogeno, rafforzamento della mobilità ciclistica, rinnovo delle flotte di bus e treni con mezzi ecologici, efficienza energetica per edifici scolastici, giudiziari e residenziali. Un aspetto interessante è che la Regione Lombardia rappresenta il principale soggetto attuatore del Pnrr con oltre il 45 per cento delle risorse da gestire, seguita dai comuni (28,2 per cento).

 

Inoltre, una quota rilevante (16,2 per cento) riguarda iniziative rivolte agli enti territoriali in generale. Per quanto riguarda, invece, la titolarità dei fondi, per un terzo delle risorse attribuite alla Lombardia è titolare il ministero delle Infrastrutture e della mobilità sostenibile, per il 27 per cento quello dell’Interno e per il 24 per cento il dicastero della Salute. “Sarebbe auspicabile un ruolo di supporto della Regione Lombardia nei confronti dei piccoli e piccolissimi comuni – continua Braga – Gli enti che non hanno esperienza di stazione appaltante potrebbero fare fatica a preparare i bandi che consentono l’accesso ai fondi, soprattutto nei settori delle infrastrutture e della sanità. Con la pandemia abbiamo sollecitato il rafforzamento del sistema sanitario e ospedaliero in modo ramificato sul territorio e questa opportunità non va persa”.

   

Resta da chiarire se e in che misura i fondi del Pnrr possano essere spesi per iniziative già approvate o messe in campo dalle amministrazioni locali, come potrebbe avvenire per alcune grandi opere. Esiste il rischio di una sovrapposizione tra progetti o, peggio, di una partita di giro di fondi già destinati e che in virtù dei soldi in arrivo potrebbero venire dirottati su altri obiettivi? Su questo punto risponde il segretario generale della Cna, Stefano Binda: “E’ un problema che ci siamo posti e non esiste una risposta univoca – dice – In linea generale dovrebbe essere rispettato un criterio di massima trasparenza che prevede che i fondi del Pnrr vadano a finanziare nuovi progetti ma anche quelli che non hanno trovato finora una sufficiente copertura finanziaria. Non ci sarebbe nulla di strano se un determinato progetto fosse realizzato in parte con vecchie risorse e in parte con le nuove. L’importante è che sia coerente con lo spirito, la qualità e gli obiettivi previsti dal Pnrr e che la sua rendicontazione sia perfettamente in linea”. Quello che preoccupa Binda è un’altra cosa, vale a dire le piccole e medie lombarde vengano “coinvolte in modo diffuso nella realizzazione del Pnrr”.
 

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