GranMilano

Il nuovo lavoro e la città. Così la ripensano gli specialisti degli uffici smart

Mariarosaria Marchesano

Perché il nuovo modello di sviluppo dei centri urbani sarà più orizzontale che verticale (e ne beneficeranno le periferie)

Guardi le torri ancora semivuote di Citylife e Gae Aulenti – così come i grattacieli di Canary Wharf e di Manhattan – e ti domandi: il Covid e lo smart working sono davvero i nemici degli uffici? E il ripensamento degli spazi che tutti dicono essere necessario per assecondare un nuovo modo di lavorare e di vivere potrebbe essere di portata tale da cambiare lo skyline di Milano? Su questo tema si stanno arrovellando da mesi aziende, amministratori comunali e investitori immobiliari e una risposta certa ancora non esiste: anche perché non si cambia dall’oggi al domani un modello economico che per anni ha prediletto la concentrazione in alcuni quartieri del centro e inseguito uno sviluppo verticale degli spazi. I “tall building” al massimo dovevano essere resistenti ai terremoti, dotati delle moderne infrastrutture tecnologiche, di reti di connessione efficienti e rispondere a requisiti di ecosostenibilità. Mica poco, ma stiamo parlando di un’èra glaciale fa perché in pochi mesi è cambiato tutto e nessuno di questi edifici è a prova di virus, perché di fatto sono dei condensatori di persone.

 

La loro desertificazione oggi è, però, solo la punta dell’iceberg di una crisi che già da qualche anno serpeggiava nel mondo degli uffici mentre all’esterno si celebrava l’immagine di una Milano operosa ed efficiente rappresentata proprio dalle sue torri ormai iconiche. Chi come lo studio di architettura Lombardini 22 stava studiando il tempo di utilizzo degli spazi nei luoghi di lavoro ben prima della pandemia, racconta come soprattutto i grandi gruppi della finanza e delle assicurazioni, ma anche dell’informatica e del terziario, avessero già messo in cantiere piani di riorganizzazione proprio in seguito al diffondersi dello smart working. “Diciamo che se prima del Covid erano in pochi a interrogarsi sul futuro assetto degli uffici, oggi un po’ tutte le imprese si stanno ponendo la medesima domanda e cioè se avrà senso tenere il 100 o anche il 90 per cento dei dipendenti in presenza una volta che l’emergenza sarà rientrata. E la risposta è che, almeno in alcuni settori, questo non ha più senso e sarà difficile tornare indietro”, dice al Foglio Alessandro Adamo, partner di Lombardini 22 dove dirige la divisione dedicata alla progettazione integrata degli ambienti di lavoro. Sono stati i professionisti di questo studio a progettare gli uffici della Torre Allianz e le sedi milanesi di Microsoft, EY, Siemens, Prysmian, Alcatel Lucent, o Ibm e Fox a Roma. E in seguito al lockdown hanno avviato un’indagine su 6.000 dipendenti ai quali è stata chiesta una valutazione della postazione di lavoro.

 

Ebbene, la casa vince di larga misura sull’ufficio: sono stati evidenziati, infatti, sette lati positivi (concentrazione, produttività, efficienza, flessibilità, ottimizzazione del tempo, responsabilità) rispetto a quelli negativi che sono solo tre (scarso contatto con i colleghi, poco confronto, senso di isolamento). “Di fronte a queste linee di tendenza e alla prospettiva di un risparmio dei costi sugli immobili, molte aziende stanno provando sin d’ora ad immaginare quali cambiamenti strutturali apportare. Posso dire che la tendenza sarà aumentare gli spazi di condivisione riducendo quelli con le postazioni fisse. In futuro si andrà in ufficio soprattutto per incontrarsi perché è un aspetto imprescindibile del lavoro, ma ci sarà bisogno di sale dedicate e attrezzate con tecnologie digitali per gestire le relazioni con il resto dei colleghi che lavora da remoto”, prosegue Adamo.

 

Se questa è la prospettiva è ancor più lecito domandarsi che fine faranno torri, centri direzionali e villaggi disseminati a Milano e costruiti con l’idea di concentrare il lavoro in un determinato luogo. “La nostra previsione è che le aziende dovranno rilasciare circa il 30 per cento degli attuali spazi occupati. Una volta terminata l’emergenza sanitaria, infatti, la percentuale di presenza negli uffici, che attualmente è intorno al 20 per cento, salirà non oltre il 70 per cento perché nel frattempo lo smart working sarà una modalità consolidata, anche se non tutti i giorni. A quel punto bisognerà ripensare a come utilizzare la restante parte e ci sono diverse riflessioni in atto. Alla fine, credo che torri e grattacieli resisteranno al tempo e alla pandemia ma la loro funzione cambierà, questi edifici saranno più inclusivi e connessi con la città con spazi per meeting, eventi e coworking. E’ un cambiamento che implica un salto culturale, ma nella storia si contano altri momenti come questo in cui è stato necessario guardare avanti”. Dunque, sarà lecito aspettarsi una trasformazione di quartieri come Citylife e Gae Aulenti che prima del Covid sembravano avveniristici e oggi, invece, appaiono desolati e in cerca di una nuova identità. Ma come impatterà tutto questo sugli investimenti immobiliari a Milano? “I grandi fondi proprietari degli immobili hanno capito da tempo che devono adeguare l’offerta a una domanda che è cambiata rapidamente sia sotto il profilo quantitativo che sotto quello qualitativo. E sanno anche che questo cambiamento comporta opportunità come la rinascita di periferie e zone limitrofe della città, perché il nuovo modello di sviluppo sarà più orizzontale che verticale. Milano conserverà il suo skyline ma d’ora in poi la città tenderà ad allargarsi più che allungarsi”, conclude Adamo.

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