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A Milano i dem giocano a zona

Fabio Massa

Il capogruppo Pd Filippo Barberis traccia la mappa, con Sala o senza. M5s no, Renzi e Calenda nì

Ama giocare a calcio, Filippo Barberis. Ma è un centravanti (anche di peso), e non si occupa di fare pressing. Capogruppo del Partito democratico in Consiglio comunale, ha incrociato qualche volta le gambe con il sindaco, che sul campo di calcetto sta dietro, lui sì, a pressare sugli avversari. Così capita che proprio Barberis, in un colloquio sul Foglio, si premuri di spiegare quali sono i “tempi giusti” dell’annuncio di una eventuale ricandidatura di Beppe Sala, cercando a tutti i costi di dribblare il rischio che siano un fastidioso pressing sul primo cittadino.

 

“A ottobre partirà un percorso di incontri sull’agenda per il rilancio di Milano, che sarà un'operazione importante per tutta l’amministrazione. A conclusione di questo percorso il sindaco prenderà una decisione”. Insistiamo: quali sono i tempi giusti? “Credo che l’approfondimento durerà tutto ottobre. Ma so che Sala è una persona molto equilibrata, e quindi prenderà una decisione delicata senza mettere in difficoltà la coalizione e il Pd nella costruzione di un eventuale percorso alternativo, se non decidesse di ricandidarsi. Però sia chiaro: di pressing non ce n’è. Ci fidiamo del sindaco”.

 

Già, perché c’è il tema delle coalizioni. La cui costruzione è lunga e laboriosa. Il Pd con chi dovrebbe parlare? “Gli interlocutori naturali, dando per acquisita la formazione attuale della coalizione, con una gamba a sinistra del Pd e con una gamba civica, sono le forze nate dal centrosinistra. Penso a Sinistra italiana, che semplicemente non esisteva dal 2016. Penso anche al centro di Italia viva con Renzi, o con un capolista alle elezioni europee come Carlo Calenda e Azione. O con la realtà di +Europa, con la quale c’è stato un accordo e un percorso comune nel 2016. Gli elettori di tutti questi soggetti hanno votato Sala nel 2016. Questo è il perimetro naturale”.

 

Quella con i Cinque stelle è un'unione contro natura? “A Milano sono sempre stati all’opposizione. Certamente ci possono essere dei singoli temi su cui collaborare anche se sono emersi approcci diversi. E di certo il M5s ha maggiore sensibilità sui temi legati all’ambiente. Vedo con loro più la possibilità di collaborare su alcuni temi che in chiave di cartello elettorale”. Eppure, al secondo turno serve un voto più del 50 per cento. Sfida mai banale. “Questo lo vedremo con l’approssimarsi alle elezioni. Naturalmente il fatto che ci possano essere meno tensioni tra partiti in competizione sul primo turno lo verificheremo con i mesi a venire. Anche perché ancora dobbiamo capire se Sala c’è oppure no. È prematuro parlare di M5s”.

 

Intanto a sinistra c’è confusione in quello che era il “contenitore” Milano2030. Rifondazione dice no a Sala, mentre SinistraxMilano dice sì. “Anche nel 2016 una parte di sinistra si era alleata a sostegno di Sala, e una parte aveva sostenuto candidature alternative come Basilio Rizzo – spiega Barberis – Io sono convinto che il sindaco in questi anni, attraverso le sue scelte politiche, abbia acquistato consenso e credibilità anche su una parte di sinistra che lo guardava con diffidenza nel 2016. Ci sono margini di discussione con una parte importante di questo mondo”.

 

Poi Barberis va nei contenuti. Tre gli stanno a cuore, nelle consultazioni sul territorio: “La crisi che stiamo attraversando legata all’epidemia ci impone di rimettere sotto verifica tutte le politiche dell’amministrazione. Quello di cui siamo consapevoli è che molte azioni strategiche, dall’ambiente alle infrastrutture ai processi di digitalizzazione, alle grandi riqualificazioni urbane sono tutte  politiche che restano valide. Al limite questa crisi ne chiede una accelerazione e uno sviluppo più coraggioso. Ci sono poi tre questioni che sono emerse con molta chiarezza durante i mesi dell’epidemia, penso in particolare a tutti i servizi alla salute, quelli che vengono erogati fuori dagli ospedali, dove è fondamentale una piena collaborazione superando anche divisioni e diffidenza tra livello metropolitano e livello regionale.

 

Poi ci sono i flussi che interessano la città: lo smart working rimarrà. Ma credo anche che studenti universitari e stranieri continueranno a venire, e anche i turisti. Su questo dobbiamo discutere: come rendiamo la città più attrattiva? Poi c’è il tema del lavoro, che è una grandissima incognita su cui riflettere”. Come si svolgeranno questi che Sala non vuole si chiamano Stati generali? “Non è un momento in cui si parte da zero e ognuno dice la sua. Sarà una verifica dei progetti che l’amministrazione sta già portando avanti. Non si tratta di Stati generali, quindi. Mobilità, scuola, sanità, cultura, infrastrutture: è come se li rimettessimo a verifica per capire come potenziarli”.

 

Che cosa ne pensa del “manifesto” di Guerini pubblicato dal Foglio? “Credo che sia fondamentale a rafforzare un rapporto di consenso con la parte produttiva e che spinge l’economia del paese. Essere riformisti vuol dire essere pienamente consapevoli che l’eguaglianza e la redistribuzione si riescono a praticare nel momento in cui si genera crescita. Questo è il punto fondamentale che sia Guerini sia Gori mettono nero su bianco. E questo è possibile solo grazie a una fortissima interlocuzione con il nord”.

 

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