Lo scrittore francese Maurice Dantec, scomparso a 57 anni nella sua casa di Montréal. Era ormai inviso al mondo delle lettere

Maurice Dantec, il dandy dell'Apocalisse

Giulio Meotti

Maurice Dantec, scandalo della Francia letteraria, aveva trovato riparo in Canada. E lì è morto. Con Bush dopo l’11 settembre: “L’America ultimo baluardo della sovranità occidentale”. Stanco della “decadenza dell’Europa ”. Si era convertito al cattolicesimo nel momento in cui “il cristianesimo è irresistibilmente condannato”.

L’iconoclasta incompreso è morto a cinquantasette anni per un attacco cardiaco nella sua casa di Montréal, dove viveva con la moglie Sylvie e la figlia Eva. Maurice Dantec lascia un lavoro di letteratura segnato da un pessimismo profondo, un misto di disastro e umorismo, noia e apocalissi, cafard e ilarità, in cui mescolava Gilles Deleuze e Joseph de Maistre, Nietzsche e Léon Bloy, il Dna e Gesù, la musica rock e i buchi neri. Per vent’anni, Dantec aveva vissuto all’estero, stufo della “decadenza dell’Europa”. Nel 1995 aveva scoperto il Québec, il “paradiso noioso”, andando a una fiera del libro con Patrick Raynal, il suo storico editor con cui avrebbe litigato. “Non era uno scrittore da Saint-Germain-des-Prés”, spiegherà Raynal. “Voleva essere un immigrato, sentiva l’esilio in modo profondo e romantico”. Dantec aveva dato una spiegazione politica a Inrocks: “L’Europa mi ha completamente e definitivamente disgustato. In Europa, non vedo futuro”.

 

Maurice Dantec era nato a Ivry-sur-Seine, il “sobborgo rosso”, da genitori attivisti comunisti, il padre giornalista e la madre sarta, espulsi dal Partito comunista francese nel 1968. Fino ai primi anni Novanta, Dantec vegeta: lavoretti nella pubblicità, marketing telefonico, società di comunicazione multimediale. Il suo primo romanzo, “La sirena rossa”, pubblicato nel 1992, scuote le lettere francesi. Dantec, occhiali scuri, vestito di nero, diventa un autore di culto, il fenomeno della nuova generazione letteraria. Per lui, si inventa anche una nuova definizione: “thriller tecnologico”, “cyber-thriller”, “neuro-polare”. Ma dopo essere stato acclamato come l’erede di Lovecraft, cade progressivamente nell’oblio, nell’abuso di farmaci, nella psicosi. Dopo gli attacchi dell’11 settembre arriva la sua conversione ideologica. Dantec è stato uno dei pochi intellettuali francesi a sostegno di George W. Bush nella sua lotta “contro il terrorismo”.

 

Lo scrittore nutriva un profondo pessimismo circa il futuro dell’umanità e lanciava strali contro “il piccolo sindacato di funzionari culturali” e gli “artisti agevolati”. Tutti i suoi romanzi rifletteranno le sue angosce. “Babylon Babies” (1999, Gallimard) è la storia di un mercenario che deve scortare dalla Russia al Canada una giovane donna con due gemelli geneticamente modificati che rappresenta una nuova fase dell’evoluzione umana (il regista Mathieu Kassovitz ne avrebbe tratto il film “Babylon A. D.”). “Villa Vortex” (2003, Gallimard) descrive un mondo schiavo della tecnologia. “Cosmos Incorporated” (2005, Albin Michel) descrive invece una società dominata dalle macchine.

 


Gérard Depardieu e Vin Diesel nel film “Babylon A. D.”, tratto da un romanzo di Dantec


 

Avido lettore di Céline, Dostoevskij, appassionato di William Burroughs e Philip K. Dick, Dantec era un musicista rock immerso nei testi di Deleuze e Nietzsche. La stampa di sinistra, per un certo tempo, lo aveva giustificato raccontando che “fumava molto”, che “è pazzo”. Nel litigioso e ultrasensibile mondo dell’editoria francese, Dantec fu una specie di bomba. Antoine Gallimard un giorno si dichiarò inquieto al Monde: “Non publicheremo il suo diario”. Patrick Raynal, direttore della serie “noire”, lo difese fino all’ultimo: “Non condivido cosa dice, spero che finisca presto i suoi deliri e si rimetta a scrivere: è un grande romanziere”. Cosa aveva fatto Dantec? Aveva definito l’islam “il comunismo del deserto” e aveva detto di credere alla inevitabilità del conflitto tra islam e occidente. “Il conflitto islamo-giudaico-cristiano durata da quattordici secoli”. E a domanda se l’islam sarebbe l’equivalente del nazismo e del comunismo, Dantec rispose: “E’ certo è che i prossimi campi di sterminio opereranno in nome del jihad”.

 

Dantec si era pure convertito al cattolicesimo fuori tempo massimo, scegliendo a bella posta il momento in cui la religione cattolica era, come dice lui, “irresistibilmente condannata” (specie nel Québec). “Ho semplicemente notato che questo mondo agnostico ha ancora bisogno di trascendenza, e la fede cristiana può impedirci di cadere nel baratro” aveva spiegato. A Montréal si fece battezzare nella cappella dei Padri della Santa Croce da un anziano domenicano di nome Edmond Robillard, icona del cattolicesimo tradizionalista. una vita spesa a tradurre le opere del cardinale Newman e gli scritti di san Tommaso d’Aquino, docente all’Université de Montréal e profondo conoscitore del sanscrito e dell’ebraico. “Maurice Dantec è un profeta, un mistico, un soldato cristiano, un sionista pro-americano, in breve l’ultimo scandalo della letteratura francese”, aveva detto il suo agente, David Kersan.

 

Assieme a Michel Houellebecq e Peter Sloterdijk, Dantec aveva partecipato alla nascita di un nuovo gruppo di “intellettuali maledetti” che avevano scelto con veemenza il nichilismo moderno in un mondo senza Dio. Dantec predilige le parabole catastrofiche dove il caos sommerge l’umanità e dove solo pochi eletti sopravvivono all’apocalisse. Musicista, dandy, romanziere maledetto, mito di massa, provocatore, Dantec aveva vinto premi, venduto decine di migliaia di copie, conquistato lettori, critici e ammiratori pronti a diffondere il verbo sconvolgente dell’inventore del “neo-polar”. Il suo eroe letterario, l’esploratore malinconico Hugo Cornélius Toorop, si era dato delle regole precise: “Mai camminare nel senso del vento, mai voltare la schiena a una finestra, mai dormire due volte di seguito nello stesso posto, rimanere sempre nell’asse del sole, non avere fiducia in niente e nessuno”. Nel romanzo “Radici del male”, dove descrive una Parigi tra crisi economiche e periferie in fiamme, il protagonista, Andreas Schaltzmann, si convince di essere rimasto l’ultimo uomo a combattere nazisti e alieni.

 

Anche Dantec non aveva più alcuna fiducia nella sopravvivenza del Vecchio continente: “Quelli che continuano a pensare che le piccole macchinazioni democratiche di cui affabulano le micronazioni indipendenti o i confederati di Bruxelles, resteranno in piedi nei trent’anni a venire, sono gli stessi ciarlatani che hanno venduto due paci mondiali, finendo per imporre due guerre meccaniche universali alle popolazioni del mondo e dell’Europa, nella prima metà del Ventesimo secolo”. A chi gli chiedeva se anche in Canada soffrisse, Dantec rispondeva: “Il politically correct fa danni anche in un Québec antiamericano, antisemita di sinistra, anticristiano, anticanadese, che sostiene i principi di Hezbollah e quelli del Gay Pride. Anche il Canada è in pericolo come tutto l’occidente, ma è al tempo stesso mille volte più giovane e cosciente delle proprie radici di tutti i poveracci asserviti della Repubblica ‘ségoléno-lepeniste’. Qui però tutto è volatile; una moda si impone e subito dopo scompare, a differenza della Republika Franska dove ci mette più tempo a radicarsi, ma poi diventa inamovibile”.

 

Negli ultimi anni, Dantec sparava a zero contro tutto, compresa la cultura gay: “Da quando è diventata una cosiddetta realtà, si vedono molti bei torsi nudi, molti perizomi brasiliani e molte mani sul pacco, ma a nessuno verrà in mente di mettere in scena una pièce di Jean Genet, nemmeno per il Festival ‘Divers Cité’ di Montréal che inizierà col Gay Pride”. Era ormai del tutto inviso ai salotti letterari. La rottura con quel mondo si consumò nel 2004, quando Dantec scrisse tre lettere indirizzate al Bloc Identitaire, con le quali si impegnava in una discussione sulla “islamizzazione dell’Europa” e “lo scioglimento dell’occidente”. “Ritengo che il mio paese è fottuto”, scriveva Dantec. “Vivo in Canada da sei anni, perché non volevo che mia figlia un giorno diventasse la preda delle belve (preferisco gli orsi del Québec settentrionale). L’America rimane l’ultimo baluardo della sovranità occidentale”. Il suo ripudio lo porterà a definirsi “scrittore americano di lingua francese”. Dantec, accusato di aver abbracciato l’estrema destra, rispose così dal suo esilio: “Le mie idee non sono affatto coniugabili con l’arco politico francese. Ci sarebbero state assai meno reazioni se io mi fossi abbonato a Rouge (rivista della sinistra estrema, ndr)”.

 

Ma cominciò una campagna che lo avrebbe additato per sempre. Libération titolò: “Dantec è passato alla destra”. E fu linciato in prima pagina dal Monde, mentre da Gallimard pare che al direttore della collana Nrf scappò detto: “Ho sempre saputo che era un fascista”. Gli amici smisero di salutarlo. Daniel Lindberg lo mise all’indice con il libro sui “nouveaux réactionaires”, in cui descriveva la svolta “reazionaria” di un certo numero di intellettuali provenienti dalla sinistra. Dantec fu il primo. Poi vennero Alain Finkielkraut, Michel Houellebecq, Marcel Gauchet, Pierre-André Taguieff, Renaud Camus, Eric Zemmour, Richard Millet e gli altri malpensanti. Già nel 2003, Dantec aveva detto: “Tariq Ramadan diventerà presidente della Repubblica”.

 

Quando uscì “American Black Blox” – “l’ultimo B52 lanciato contro le ipocrisie del progressismo contemporaneo”, come lo definì il suo agente, a differenza dei primi due volumi non l’aveva voluto pubblicare Gallimard, ma Albin Michel. Il prestigioso editore che aveva lanciato Dantec aveva rifiutato di pubblicarlo. Come mai? “Lo chieda a loro – rispose Dantec – forse hanno ricevuto ordini dalla Moschea di Parigi”. Dantec allora lo propose a Flammarion, ma quando gli avvocati suggerirono di censurare una decina di pagine, lo scrittore noir si rifiutò: “Nego a chiunque il diritto di impormi quel che devo pensare”. Alla fine, nonostante un ultimo tentativo di Antoine Gallimard, la spuntò Albin Michel, editore indipendente che gli aveva offerto un contratto di cinque anni e aveva già venduto i due romanzi a Random House.

 

“Sono passato a uno stadio superiore dell’offensiva contro l’islam, la gauche mondiale, la stampa asservita, les petis neocollabos frachouillards”, commentò Dantec. Una delle sue ultime interviste è quella rilasciata al Figaro: “Mi diverte vedere che i miei libri innescano un certo panico nella néobourgeoisie di sinistra. Ma non ho nulla da dire a queste persone”. Quando prese la via dell’esilio canadese gli domandarono se non credesse più nel progresso. “Si tratta di un concetto che mi è estraneo”, rispose Dantec. “Credo nel progresso della tecnologia, ma non nel progresso sociale. La Francia di Carlo Magno mi sembra infinitamente superiore a quella di Chirac”. E a chi gli chiedeva una definizione di sé, Maurice Dantec rispondeva, sempre in omaggio alla reazione: “Petit blanc”.

  • Giulio Meotti
  • Giulio Meotti è giornalista de «Il Foglio» dal 2003. È autore di numerosi libri, fra cui Non smetteremo di danzare. Le storie mai raccontate dei martiri di Israele (Premio Capalbio); Hanno ucciso Charlie Hebdo; La fine dell’Europa (Premio Capri); Israele. L’ultimo Stato europeo; Il suicidio della cultura occidentale; La tomba di Dio; Notre Dame brucia; L’Ultimo Papa d’Occidente? e L’Europa senza ebrei.