Noam Chomsky in “Requiem for the American Dream”, una serie di interviste condotte in un arco di quattro anni. Di Hutchinson, Nyks e Scott, tutti militanti ambientalisti, la regia

Il guru e il duro

Anselma Dell'Olio
Sugli schermi del Tribeca Film Festival: Noam Chomsky, il linguista eternamente ribelle, e Richard Holbrooke, il più tosto dei diplomatici.

Al Tribeca Film Festival quest’anno c’erano due gustosi documentari politici su due straordinari caratteri, due intellettuali amati e odiati, che rappresentano opposti modi di intendere l’American way of life. Hanno tratti in comune: ego, ambizioni e personalità larger-than-life, immense. Il primo film è “Requiem for the American Dream”, in cui esprime il suo pensiero lo stimato e odiato ottantaseienne professore di linguistica e controverso attivista di estrema sinistra Noam Chomsky. Il secondo è un ritratto dell’ambasciatore Richard C. Holbrooke, scomparso nel 2010: “The Diplomat” percorre la sua vita e la sua singolare carriera che ha attraversato cinquant’anni di politica estera americana, dal Vietnam all’Afghanistan. Sono due intellettuali ebrei, nati in America da genitori ashkenaziti fuggiti dall’Europa negli anni Trenta, entrambi atei.

 

Si parte con il radicale anticapitalista, antimilitarista, antisionista, e nemico di quasi tutto ciò che caratterizza le democrazie contemporanee, Chomsky. Profilo alto e magro, con capelli lunghi e disordinati, Chomsky sembra un Woody Allen ipocomico. Si caratterizza come “anarchico-libertario”, pur proponendo molte idee caratterizzabili come marxiste (la redistribuzione della ricchezza) ma dichiara di non essere studioso di quella scuola. In questo “Requiem per il sogno americano”, è definito a caratteri cubitali a inizio film: “Il più importante intellettuale vivente”. Qui l’ideologo presenta in libertà e sempre in primo piano – coadiuvato da qualche filmato di fabbriche e altri spezzoni d’archivio, e con colonna sonora nel segno di Phillip Glass scritta da Malcolm Francis – il suo martellante “discorso definitivo sulla caratteristica principale della nostra epoca: la deliberata concentrazione di ricchezza e potere nelle mani di pochi”. L’opera consiste in pezzi selezionati da una serie di interviste condotte in un arco di quattro anni, presumibilmente dai tre registi – Peter Hutchinson, Kelly Nyks e Jared P. Scott, tutti militanti ambientalisti (of course) che non compaiono mai: Chomsky esprime liberamente le sue idee, pacato e inesorabile come un rullo compressore, privo di contraddittorio. (E’ indubbiamente un sollievo: è notorio il modo sprezzante e spietato con cui demolisce chiunque osi contestarlo).

 

Chomsky ha provocato oceani di saggi, articoli e polemiche tra favorevoli e contrari. Nel film spacchetta con eloquente insistenza le ragioni che legittimerebbero il rovesciamento – o almeno un forte ridimensionamento magari violento a favore dei sans pouvoir – del regime americano. Usa un linguaggio forbito e chiaro – niente mistificazioni intellettualoidi per il grande scienziato della linguistica. Ma agli occhi degli spettatori più equilibrati e informati, il “j’accuse” ben rodato di Chomsky presenta buchi attraverso i quali passerebbe anche un Tir. Come accennato prima, si trovano facilmente e in quantità industriali argomenti che sostengono o stroncano i suoi ragionamenti. Facile trovare gli scritti a favore. Non a caso esistono abbondanti saggi in italiano in adorazione del suo pensiero – rimasto invariato dagli anni Sessanta. Tra le voci contrarie spicca ancora quella di Paul Robinson: un suo articolo apparso sul New York Times (il 25 febbraio 1979) si applica perfettamente alle posizioni che Chomsky esprime oggi nella sua requisitoria contro l’Amerika. Robinson coglie da una parte l’immensa potenza, portata e influenza del pensatore, il suo status di studioso “di una rivoluzionaria e assai tecnica filosofia linguistica” – magari troppo difficile da comprendere se non si sia linguista o filosofo di professione; e dall’altra l’ugualmente corposo insieme delle sue riflessioni politiche, accessibili a qualunque persona mediamente alfabetizzata, ma spesso di esasperante superficialità (“simple-minded”). Definisce, questa dicotomia, “il problema Chomsky”. Altri critici, come lo scrittore e intellettuale Stefan Kanfer, nel suo “’America’s Dumbest Intellectual” (dumbest, il più strambo o stupido), elabora questa tesi; la dicotomia non esiste, e Kanfer si lancia in una disamina delle teorie linguistiche del professore, in un tentativo di dimostrare che Chomsky si sbaglia di grosso persino nel suo lavoro linguistico. La sua celebre teoria della grammatica generativa sostiene che le strutture delle lingue sono innate, e non acquisite come si credeva in precedenza, e che tutte le lingue hanno in comune regole sottostanti. Ci vogliono sette cervelli per sbrogliare la matassa, e qui parliamo di cinema. Ma è impossibile negare che Chomsky è un gigante che ha rivoluzionato il modo di intendere il linguaggio umano. Chi si avvicina a questa disciplina deve fare i conti con lui, punto. Ha scritto più di cento libri, e oggi è professore emerito al Mit. Nel suo secondo ruolo, di celeberrimo intellettuale pubblico, commentatore e guru anarchico-sindacalista, attivista per la giustizia sociale, è assai più controverso.
Cercheremo di illustrare al meglio alcuni dei punti sulla “vasta disuguaglianza storica” da lui elencati nel documentario per suffragare la sua tesi, che si può sintetizzare nello slogan eroico-illuminista coniato dai Quaccheri: “Speaking truth to power”. Le parole di Chomsky sono perfettamente compatibili con il movimento Occupy Wall Street e il bestseller di Thomas Piketty, “Il capitale nel XXI secolo”. “L’ineguaglianza dipende soprattutto dai super ricchi. Non è solo ingiusta in sé, l’ineguaglianza ha un effetto deleterio sulla democrazia. Una volta era possibile (per le classi meno abbienti) comprare un’auto, una casa, mandare i figli a scuola. Ora è tutto crollato”. La sua visione catastrofica dell’America conosce solo variazioni sul tema. “Gli Usa professano la democrazia come valore, ma i potenti non hanno mai amato la democrazia. Tra le cause della concentrazione di ricchezza e potere c’è il costo delle elezioni. Al posto di mercanti e industriali descritti da Adam Smith, ci sono gli istituti finanziari. Il governo esiste per legiferare a loro favore e contro gli interessi di tutti gli altri cittadini”. Chomsky afferma che Il contributo di James Madison alla Costituzione americana (di cui è considerato il padre) era di mettere il potere nelle mani del senato, “che all’epoca era composto di proprietari nominati e non eletti”. Trascura il piccolo particolare che Madison, come membro della Camera dei rappresentanti, introdusse l’insieme di emendamenti conosciuto come la Bill of Rights, che garantisce libertà di parola, di religione, separazione di stato e chiesa e molto altro. Il resto si può sintetizzare partendo da presupposti come l’intento della classe dirigente di ridisegnare l’economia a favore degli investimenti speculativi, avendo compreso che sono più redditizi della produzione di beni. L’epoca d’oro, secondo Chomsky, sono gli anni che vanno dalla Grande depressione (quando si stava addirittura “meglio di oggi” in quanto a distribuzione della ricchezza) fino agli anni Sessanta, grazie alla diffusione del Welfare State. Il Potere avrebbe reagito di brutto all’ascesa di giovani e neri, liberi e indipendenti, di quell’epoca, stringendo i bulloni e creando l’attuale contrapposizione tra “plutonomia e precariato”. (“Non avevo previsto la violenza della reazione”). Sostiene che Alan Greenspan avrebbe detto: “L’insicurezza dei lavoratori crea grande salute per la società, perché servono i padroni felicemente e passivamente, senza chiedere aumenti e benefit”, stravolgendo cinicamente sia il contesto, sia le parole analitiche ed esplicative del capo della Fed in un’articolata testimonianza davanti al Congresso nel 1997. La musica è sempre la stessa; per fortuna il film ci risparmia il suo glaciale odio per Israele. E’ però falso che avrebbe scritto a favore del negazionista dell’Olocausto Robert Faurisson: si è limitato a difendere il diritto alla sua libertà di parola.

 

Ambassador Richard Holbrooke (1941-2010) non potrebbe essere più diverso da Chomsky, specie dal punto di vista politico. “The Diplomat” è diretto da David Holbrooke, esperto documentarista e figlio dell’iperattivo, ambizioso, instancabile diplomatico americano. Ogni dubbio sulla sua capacità di essere obiettivo sul celebre padre giramondo, più assente che presente durante la sua crescita, svanisce quasi subito. L’ambasciatore ha servito per cinquant’anni sotto tutti i presidenti democratici, da JFK a Obama. Da giovane era indeciso se fare il giornalista o il diplomatico: il rifiuto del New York Times di assumerlo (aveva 21 anni, era appena laureato) e l’offerta di un posto al Dipartimento di stato grazie al segretario di stato Dean Rusk, padre di un compagno d’università, decisero il suo futuro. La sua iniziazione nella politica estera reale, “on the ground”, fu il Vietnam, dove arrivò nel 1963, quando la presenza americana era ancora ridotta, con molti “advisor” e una attività militare simbolica. I filmati d’archivio danno profondità e insieme icasticità al documentario. Mostrano Holbrooke in filmini di famiglia, e lungo gli anni suo battesimo professionale e politico: in Vietnam e in Asia, dove, come vice segretario di stato per gli affari asiatici e nel Pacifico sotto la presidenza di Jimmy Carter, ha un ruolo cruciale nello stabilire piene relazioni diplomatiche con la Cina nel 1979, in seguito alla storica visita di Richard Nixon del ’72. Si termina con l’ultima missione in Afghanistan e Pakistan.

 

Pochi diplomatici possono vantare una carriera lunga e incisiva come la sua, nonostante un carattere e una personalità abrasivi. Lo vediamo irrobustirsi fisicamente e professionalmente come mediatore di punta, uno degli inviati chiave di tutte le amministrazioni democratiche della sua epoca. Nel suo necrologio sul New York Times, si poteva leggere che era un temibile “infighter”, un combattente interno che affascinava e intimidiva i suoi avversari e colleghi durante riunioni e trattative. Aveva un arsenale nutrito di fatti, bluff, bisbigli, minacce insinuate e, se necessario, pirotecnici scoppi d’ira per imporre le sue posizioni. Alcuni lo accusavano di bullismo intellettuale, e aveva il fisico del ruolo: spalle e torace larghi, mento imponente in fuori, un sorriso stretto che poteva significare qualsiasi cosa. Sei anni dedicati alla pacificazione e poi all’escalation della guerra in Vietnam sono stati un battesimo del fuoco formativo. La prima missione nel delta del Mekong, dove cercava di conquistare il consenso della popolazione civile; poi all’ambasciata di Saigon come addetto agli ambasciatori Maxwell Taylor e Henry Cabot Lodge Jr; e infine come membro della delegazione capeggiata da W. Averell Harriman e Cyrus R. Vance, alla Conferenza di pace di Parigi del 1968-’69. Holbrooke era uno degli autori dei Pentagon Papers, documenti top secret sulle decisioni spesso contradittorie sulla guerra in Vietnam del dipartimento della Difesa, fotocopiate di nascosto da Daniel Ellsberg, e pubblicate dal New York Times nel 1971, che alimentarono la già alta indignazione del movimento pacifista. Diceva di aver imparato molte lezioni dalla guerra in Vietnam, ma che era importante, anzi decisivo, non restare “imprigionato” da quel trauma nazionale. Mentre era contrario ai bombardamenti in Vietnam, da vice segretario di stato per gli affari europei dimostrò la sua duttilità di pensiero invocando l’arrivo di bombardieri americani per rompere l’assedio di Sarajevo da parte dei serbi bosniaci. Aveva il carattere perfetto per ridurre Slobodan Milosevic a più miti consigli e portare la pace nei Balcani insieme con l’ex primo ministro svedese Carl Bildt, conciliando le esigenze delle fazioni in guerra negli accordi di Dayton del 1995. E’ pensiero diffuso in ambienti diplomatici che Holbrooke meritasse il Nobel per la pace che non gli fu mai comminato: ne era certo un altro grande della diplomazia professionale americana come Reginald Bartholomew. Sotto la presidenza Clinton è stato ambasciatore in Germania, e in seguito è diventato ambasciatore Usa alle Nazioni Unite.

 

Durante le amministrazioni repubblicane, Holbrooke dirige la rivista Foreign Policy, scrive rubriche per il Washington Post e articoli analitici per varie pubblicazioni, lavora a Wall Street alla Lehman Brothers, fonda una società di consulenza, Public Strategies, scrive libri: il bestseller “Counsel to the President” in collaborazione con Clark Clifford, consigliere presidenziale, e “To End a War”, sul suo servizio in Bosnia. Viaggia a proprie spese nei punti caldi del globo per restare al corrente dei fatti in prima persona.

 

[**Video_box_2**]Tuttavia, non riuscì mai a realizzare il suo obiettivo di sempre: segretario di stato. Sarebbe potuto succedere sotto Bill Clinton ma Hillary – sua grande amica ed estimatrice – insisteva per una donna, Madeleine Albright. E’ dato per scontato che se avessero vinto Al Gore o John Kerry contro George W. Bush, o Hillary contro Obama, Holbrooke sarebbe stato uno “shoo-in”, il favorito per quel ruolo a lungo ambito. La Clinton lo voleva come suo vice da ministro degli Esteri ma Obama, che lo sopportava poco, lo voleva lontano dalla capitale come “Special Adviser”, consigliere speciale, in Pakistan e Afghanistan, che l’impaziente diplomatico battezzò Af-Pak. E’ indubbiamente il periodo di servizio più difficile della sua intera carriera. Era un uomo abituato a essere ascoltato o con deferenza, o almeno da pari a pari, come con i Clinton; ma sotto Barack Hussein “no drama” Obama era un perno quadrato in un buco rotondo. Il leggendario carattere “cool” del presidente afroamericano freddava e frustrava l’impetuoso, eccitabile, pushy, verboso, iperpreparato inviato speciale. Obama lo ha elogiato come “semplicemente uno dei giganti della politica estera americana”; in realtà le frequenti concioni del suo veemente sottoposto “drove him to distraction” – gli facevano girare i coglioni a elica. Holbrooke si rende perfettamente conto che la sua delega – pacificare e rendere gli alleati Af-Pak meno infidi, ambigui, corrotti e doppi – era una missione impossibile. “E’ peggio di ’Nam!”, scrive a Rufus Phillips, che era stato un suo capo in Vietnam. Si riferiva alla complessità delle trattative con politici locali inaffidabili, e al pericolo che l’assunzione di troppa responsabilità da parte degli Usa riducesse alla passività e agli intrighi i governi in loco. Era convinto sostenitore dell’uso della potenza militare Usa quando anche le parole più dure non fermavano massacri e pulizie etniche. Ma la mediazione era il suo forte.

 

Nel film si racconta che Obama ripone molta più fiducia nei militari che in mediatori e negoziatori. La rottura con Obama arriva con il lungo, articolato ritratto dedicato a Holbrooke da George Packer sul New Yorker del 29 settembre, 2009, con foto gigante. Il presidente non aveva mai amato il suo protagonismo e il suo intenso corteggiamento della stampa. Il peccato originale del supremo mediatore era la sua appartenenza all’establishment della politica estera dei democratici, che secondo Obama aveva sostenuto l’invasione dell’Iraq per ragioni politiche anziché di sostanza strategica. Inoltre era convinto che gli stessi passassero più tempo a mostrarsi cazzuti per non sfigurare davanti ai repubblicani che a elaborare una strategia per la sicurezza nazionale che riconoscesse i limiti del potere americano. Il pezzo sul New Yorker era l’ultima goccia. Holbrooke era noto come un leale servitore del potere, con un rispetto per la presidenza di vecchio stampo. Ma questo e il suo immenso talento e la sua vasta esperienza non bastavano per farsi ascoltare da Obama. Le prepotenze di Holbrooke erano perdonate da molti perché, come commentava Gahl Burt, ex assistente di Henry Kissinger: “Richard è un bullo con un cuore; la gente lo sa, perciò sopporta il suo bullismo.” Denis McDonough (classe 1969) allora vice consigliere per la sicurezza nazionale, e oggi capo dello staff della Casa Bianca (che appartiene alla super disciplinata squadra degli obamiani, che non profferisce parola all’esterno senza l’approvazione del capo) fa una brutale lavata di capo al navigato diplomatico sessantottenne. Protagonista doveva essere l’amministrazione, con una voce unica.

 

Negli ultimi mesi della sua vita, Holbrooke non riesce a farsi ricevere da Obama, e si dispera. Ma la sua natura lo obbliga a sperare ancora di entrare nel cerchio magico dei consiglieri più ascoltati dal presidente, pur sapendo che gli obamiani lo detestano. Durante un incontro con Hillary Clinton, ha un collasso e viene ricoverato. Due giorni dopo muore per un’aorta perforata. Per molti, la morte di Holbrooke rappresenta il passaggio dalla vecchia alla nuova guardia della politica estera americana. Il tempo dirà se il nuovo corso obamaniano, più asettico, calcolatore e superbo, il cui rinomato mantra è “Don’t do stupid stuff,” avrà più successo. Strobe Talbott, vice segretario di stato sotto Bill Clinton, dice nel film: “Se Dick Holbrooke non è riuscito a risolvere il problema afghano, allora è letteralmente un problema infernale irrisolvibile… ed eccoci qui, dopo tutti questi anni, ed è ancora irrisolto”.

 

Noam Chomsky, di tredici anni più anziano dell’ambasciatore, pontifica ancora in gran forma, venerato da adoranti generazioni di couch potatoes rivoluzionari. Sono due personaggi tostissimi, con ego ipertrofici; ma nessuno ha mai accusato il professore anarchico di avere un cuore. Ha sempre espresso liberamente le sue idee e continua a lavorare indisturbato al Mit, che più establishment non si può. Alla fine del documentario, Chomsky ammette, curiosamente, che l’America è pur sempre “il paese più libero del mondo”; dunque è bene che il popolo organizzi la resistenza. Dal 2010 è persona non grata in Israele. Forse non hanno preso bene – tra molto altro – la sua dichiarazione che l’unico stato democratico del medio Oriente è colpevole di “slow genocide” dei palestinesi.