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Il Colloquio
“Il partito dei magistrati non esiste. Ora dialogo col governo”. Parla il procuratore D'Amato (MI)
"Pronti a collaborare per riformare davvero la giustizia" dice al Foglio l'esponente di spicco di Magistratura indipendente. Nessuna resa dei conti post referendum? "Niente retropensieri. Si sbaglia a considerare la magistratura un soggetto politico"
“Non esiste un partito dei magistrati, anche perché è difficile trovare due magistrati che la pensino allo stesso modo” dice con una battuta il procuratore di Messina Antonio D’Amato, riferendosi ai commenti – anche del Foglio – sulla forza dell’Anm dopo la vittoria referendaria. “Il risultato del referendum, con la sua alta partecipazione, resta il dato di maggior rilievo e conferma la validità delle argomentazioni poste a base delle ragioni del No. Ma non c’è il partito dei magistrati. I giudici sono sottoposti solo alla legge, senza vincoli di consorterie e di appartenenza e senza retropensieri”.
D’Amato è il presidente del Consiglio nazionale di Magistratura indipendente (Mi), la corrente moderata più forte nell’Anm. Dopo lo scandalo Hotel Champagne/Palamara, che delegittimò soprattutto la sua corrente, D’Amato risultò il più votato alle elezioni suppletive del Csm. Attualmente fa parte del Comitato direttivo centrale (Cdc) dell’Anm, che si riunirà sabato per discutere la strategia post referendum ed eventualmente scegliere il successore di Cesare Parodi, dimessosi da presidente per motivi famigliari. “Senza retropensieri”, dice il procuratore di Messina.
Ma non c’è ora più di prima il rischio che ogni inchiesta o provvedimento giudiziario venga visto in ottica politica? “Il rischio c’è e si è visto proprio negli ultimi giorni di campagna elettorale, quando si è data colorazione politica a vicende giudiziarie, che non avevano alcun punto di contatto con vicende governative e politiche, come il delitto di Garlasco. Ma è un rischio ovviabile, se ci si predispone con spirito sereno, senza considerare l’interlocutore come l’avversario o il nemico di turno da demolire. Voler considerare la magistratura un soggetto politico sarebbe un tentativo maldestro di alterarne il profilo costituzionale posto a garanzia del cittadino”. In questo referendum indubbiamente lo è stato, almeno come Anm, è quindi possibile che le inchieste vengano lette come prosecuzione dello scontro politico. “Che le decisioni dei magistrati siano dotate di una indubbia forza politica è nell’ordine naturale delle cose e scaturisce dalle conseguenze della sua azione, si pensi a indagini e processi nei confronti di un esponente politico elettivo, dai quali possano discenderne le sue dimissioni. Ma, a differenza dalla funzione di indirizzo politico, l’azione del giudice non è e non deve essere diretta a conseguire un fine politico”.
Il rapporto col governo si è sempre più logorato, con accuse reciproche di invasioni di campo. E’ possibile ricostruire un rapporto più normale? “L’auspicio è che il risultato referendario rappresenti, per tutti, un punto di ripartenza per un dialogo volto ad affrontare i veri nodi che ostacolano il corretto andamento della giustizia”, dice l’esponente di Mi. “Faccio solo un esempio: ad agosto è prevista l’entrata in vigore della norma che attribuisce, a un giudice collegiale, la decisione sull’adozione della custodia cautelare in carcere. Questa disposizione ha indubbie ricadute sugli assetti organizzativi dei 140 tribunali italiani, fra i quali solo 21 sono uffici di grandi dimensioni, con un numero di giudici fra le 50 e le 350 unità, 26 fra le 20 e le 25 unità, 58 con meno di 20 magistrati, una dozzina sono microtribunali con meno di dieci magistrati. E’ di intuitiva evidenza la paralisi che si determinerà negli uffici di medie e piccole dimensioni”.
“Ripeto – dice D’Amato – vogliamo segnalare tali situazioni, proprio al fine di contribuire al corretto funzionamento della giustizia”. La campagna elettorale ha lasciato molte scorie, tra magistrati e avvocati, tra magistrati del No e del Sì. Ci sono segnali di un clima da resa dei conti... “Dal dibattito e dal voto emerge soprattutto una forte volontà di cambiamento – risponde il procuratore di Messina – ma è al metodo del confronto e del dialogo che occorre guardare per avviare una riforma strutturale della giustizia e non solo per singoli settori, scongiurando il rischio del ricorso sistematico all’armamentario penalistico, nuovi reati e nuove pene, senza occuparsi delle strutture giudiziarie e penitenziarie. Si pensi solo alla carenza di braccialetti elettronici per i detenuti ai domiciliari”. Nessuna resa dei conti, quindi? “Magistratura, avvocatura e chi ha responsabilità politiche hanno il dovere di confrontarsi per riforme strutturali che prendano a cuore anche i temi del personale amministrativo degli uffici giudiziari, senza il quale la giustizia non cammina”.