Luca Poniz, ex presidente dell'Anm. Foto: Ansa.

Resa dei Conti

I magistrati del No pronti alla resa dei conti. I casi Agnino e Poniz

Luciano Capone

"Abbandonate la toga", scrive il consigliere di Cassazione ai colleghi del Sì. "Dimettetevi", rilancia l'ex capo dell'Anm ai penalisti. Il referendum è finito ma per una parte della magistratura sembra che la partita non sia stata ancora chiusa

Nell’immediato della vittoria referendaria si sono sentiti i cori, come nel Tribunale di Napoli, dei magistrati che hanno intonato “Bella ciao” oltre a “Chi non salta Meloni è” in riferimento alla premier e “Chi non salta Imparato è” in riferimento alla magistrata napoletana che si era esposta a favore del Sì. Ma si è trattato di “un gesto estemporaneo umanamente comprensibile”, come l’ha definito il presidente dimissionario dell’Anm Cesare Parodi aggiungendo “io certamente non l’avrei fatto”: uno sfogo, al limite uno sfottò, forse non elegante per i magistrati ma prodotto della tensione del momento. Ben più preoccupanti sono alcuni commenti, più lucidi, del giorno dopo. Come quello di Francesco Agnino, ex gip a Bari e ora consigliere in Corte di Cassazione (quinta sezione penale), che in un post su Facebook ha invitato – con un tono minatorio – i magistrati e avvocati sostenitori del Sì ad “abbandonare la toga”. 

“E’ stato detto che i magistrati iscritti alle correnti avevano paura di perdere il potere, insensibili a qualunque cambiamento – ha scritto il giudice Agnino sul social network –. Mi rivolgo ad alcuni avvocati e colleghi che hanno sostenuto il sì, dal mio angolo privilegiato della Corte di Cassazione, vi invito ad abbandonare la toga, non perché avete sostenuto legittimamente il sì, ma perché ho letto di vostri ricorsi o sentenze e l’aggettivo che meglio si attaglia è IMBARAZZANTI. Il diritto ed in alcuni casi la lingua italiana scorrono paralleli ai vostri scritti imbarazzanti. Solo per questo dovreste dimettervi o cancellarvi dall’ordine. Ed adesso è giusto togliersi qualche sassolino dalle scarpe”.

La pubblicazione, poi rimossa da Facebook dal giudice Agnino, è l’ oggetto di una segnalazione inviata al ministro della Giustizia, al Csm, al presidente della Cassazione e alla procura generale della Cassazione dall’avvocato Antonello Talerico, che chiede di valutare iniziative disciplinari per violazione dei doveri di imparzialità e di riserbo, offesa all’intera avvocatura e ai magistrati favorevoli al referendum e, infine, il rischio di ritorsioni e la compromissione dell’imparzialità futura. “Quel ‘sassolino’ di cui il dott. Agnino si è vantato di togliersi dalla scarpa – scrive nella segnalazione l’avv. Talerico – in un contesto di così alta tensione istituzionale, non può rimanere senza risposta. Il silenzio delle istituzioni sarebbe complicità”. C’è da dubitare che il ministro Carlo Nordio, dopo la batosta referendaria, promuova l’azione disciplinare nei confronti del magistrato, soprattutto considerando l’ulteriore perdita di legittimità del ministero dopo le dimissioni di ieri della sua capa di gabinetto Giusi Bartolozzi e del sottosegretario Andrea Delmastro. Difficile anche che in questa fase la Procura generale di Cassazione e il Csm facciano qualcosa. In serata il giudice Agnino ha pubblicato un post di scuse: “Ammetto di aver utilizzato un linguaggio non continente determinato dal clima di tensione creato dal referendum”.

Un caso analogo di attacco all’avvocatura è quello di Luca Poniz, ex presidente dell’Anm e figura di riferimento di Area, la corrente di sinistra, che dopo aver celebrato la vittoria democratica su un “chiaro disegno politico” contro la magistratura ha attaccato le Camere penali chiedendo le dimissioni dei suoi vertici: “Si tratta di associazioni che si sono mostrate per almeno 25 anni fortemente collaterali a posizioni politiche chiare, ed in questa campagna elettorale ciò è emerso con evidenza – ha scritto Poniz –. Se esistesse anche un minimo di sensibilità istituzionale, domani stesso ci si attenderebbe dimissioni da parte di chi ha speso impropriamente ruoli di rappresentanza”. In un altro post, il magistrato progressista scrive che “Si è dimesso il presidente dell’Anm, un minuto prima di un trionfo storico (il riferimento è alle dimissioni di Parodi per motivi personali, ndr). Mentre restano saldamente in sella i responsabili di una débâcle terrificante e i rappresentanti istituzionali di un’avvocatura da loro trascinata nel terreno della più violenta e faziosa campagna esplicitamente politica”. Non si comprende bene a che titolo un magistrato come Poniz, peraltro con un linguaggio sguaiato (sebbene non al livello del collega Agnino), parli di dimissioni in casa d’altri e discuta della rappresentanza dell’avvocatura.

La cosa più preoccupante di queste esternazioni violente e irrispettose è che possano essere la spia di un risentimento più diffuso nella magistratura. Di un clima che rievoca il “non faremo prigionieri” annunciato a suo tempo da Cesare Previti o, più recentemente, il “dopo il referendum faremo i conti” annunciato dal procuratore di Napoli Nicola Gratteri. Il referendum è finito e i cittadini hanno parlato: è così che si risolvono le cose in democrazia. Eppure per una parte della magistratura sembra che la partita non sia stata chiusa con il voto: è il momento che i vincitori regolino i conti con gli sconfitti. Come si usa dopo le guerre, più o meno civili.

 

 

 

Di più su questi argomenti:
  • Luciano Capone
  • Cresciuto in Irpinia, a Savignano. Studi a Milano, Università Cattolica. Liberista per formazione, giornalista per deformazione. Al Foglio prima come lettore, poi collaboratore, infine redattore. Mi occupo principalmente di economia, ma anche di politica, inchieste, cultura, varie ed eventuali