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L'Analisi

Le conseguenze politiche del referendum: il partito dell'Anm

Luciano Capone

Nasce un nuovo soggetto che sarà la voce determinante nel nuovo Campo largo sui temi della giustizia. I magistrati avranno correnti più forti di prima e anche una legittimazione popolare conquistata sul campo

Se c’è un vincitore di questo referendum, quello è certamente l’Associazione nazionale magistrati. Che ora diventa, a tutti gli effetti, un soggetto politico determinante nella costruzione del cosiddetto campo largo. Il sindacato delle toghe aveva capito immediatamente che la posta in gioco della riforma costituzionale era la sua sopravvivenza e anche che l’esito della partita non era ancora segnato. Si è mosso per tempo, con una chiara strategia politica e comunicativa, quando i partiti politici erano ancora incerti su come muoversi perché spaventati dai sondaggi che davano il Sì nettamente in vantaggio (ben oltre il 55 per cento a novembre). L’Anm, invece, si è mossa immediatamente. Ben prima dell’approvazione della legge costituzionale.

Già il 14 settembre 2025, quando ancora la riforma non era stata approvata in seconda lettura alla Camera e al Senato, l’Anm ha deciso di scendere in campo annunciando la nascita di una sua protesi politica: il Comitato per il No al referendum costituzionale di una riforma che era ancora in discussione in Parlamento. Una sgrammaticatura istituzionale, ma di grande lucidità politica. Da quel momento in poi, quando ancora Pd, M5s e gli altri partiti di opposizione forse non credevano di poter ribaltare i sondaggi, l’Anm ha impegnato tutte le sue energie e risorse (800 mila euro per finanziare il Comitato) in una strategia che ha coinvolto molti pezzi di società che magari non si riconoscono nei partiti di opposizione ma sono pronti a mobilitarsi per un tema come la “difesa della Costituzione”.

Sul piano comunicativo, le correnti dell’Anm hanno anche avuto l’intelligenza di dare spazio a magistrati con un forte carisma, si pensi solo a Nicola Gratteri (il trionfatore di questo voto), che storicamente non hanno fatto parte del mondo delle correnti. Durante l’assemblea dell’Anm a fine ottobre 2025, Gratteri ha passato metà del suo intervento a raccontare la ostilità dell’Anm nei suoi confronti come magistrato: “E’ inutile che mi dite 7 minuti, è un mese che mi cercate, io oggi dovevo raccogliere le olive e invece sono qui...”, disse il procuratore di Napoli stizzito a chi gli segnalava il (poco) tempo a disposizione per il suo intervento. Ma l’Anm ha preferito stare un passo indietro, far parlare Gratteri, difenderlo anche nelle sue uscite più sconcertanti (si pensi a quella su Falcone), perché consapevole che dopo il referendum il procuratore probabilmente tornerà a raccogliere le olive mentre le correnti ne raccoglieranno i frutti politici. L’Anm è riuscita a ricompattarsi, dopo la delegittimazione e gli scandali degli ultimi anni. Persino un magistrato come Nino Di Matteo, che aveva fatto una feroce battaglia contro il consociativismo nel Csm, parlando di “metodo mafioso” esattamente come poi ha fatto destando scandalo il ministro Carlo Nordio, è rientrato nei ranghi opponendosi alla riforma.

Ma al di là dei singoli, tutte le espressioni di contestazione al correntismo nate nella magistratura sono ormai annientate. Autonomia e indipendenza, la corrente nata da una scissione di Magistratura indipendente per contrastare le degenerazioni correntizie, che era arrivata al vertice dell’Anm con Piercamillo Davigo, si è disciolta per i guai giudiziari del suo leader e lo scontro anche personale con il co–fondatore Sebastiano Ardita. L’altra corrente anti sistema Articolo Centouno, nata per proporre il sorteggio nel Csm e che si è opposta alla campagna politica dell’Anm, probabilmente uscirà annientata da questo referendum. Insomma, dopo lo scandalo Palamara e la crisi di legittimità, questo voto segna una restaurazione.

L’Anm si è rafforzata anche rispetto all’esterno. Dopo una campagna elettorale così lunga, combattuta fianco a fianco, condividendo valori e strategie, si è certamente stretto un legame intenso con le forze di opposizione. Il partito dei magistrati sarà la voce determinante nel nuovo Campo largo sui temi della giustizia, un po’ come lo è la Cgil per le questioni del lavoro, ma con il vantaggio che – a differenza del sindacato di Maurizio Landini che ha trascinato la sinistra nel fallimentare referendum sul Jobs Act – il sindacato delle toghe il referendum lo ha vinto.

I magistrati ora hanno, oltre al potere giudiziario, anche una legittimazione popolare conquistata sul campo. Il presidente dell’Anm, Cesare Parodi, ieri si è dimesso per questioni strettamente personali, ma l’associazione è molto più forte di prima: ha creato anche una figura politica, il prof. Enrico Grosso, volto mediatico del Comitato per il No, che nella coalizione di sinistra potrà essere il referente del partito dei magistrati. Da oggi il governo e la destra avranno un avversario più forte e agguerrito (a Napoli i magistrati hanno festeggiato cantando “Chi non salta Meloni è”), mentre il Campo largo un azionista politico in più. Il vento è cambiato, le correnti sono tornate.

  • Luciano Capone
  • Cresciuto in Irpinia, a Savignano. Studi a Milano, Università Cattolica. Liberista per formazione, giornalista per deformazione. Al Foglio prima come lettore, poi collaboratore, infine redattore. Mi occupo principalmente di economia, ma anche di politica, inchieste, cultura, varie ed eventuali