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l'editoriale del direttore

Il futuro di un'Italia fondata sui pieni poteri dei pm

Claudio Cerasa

Trappole, vinti, vincitori. Le conseguenze del No riguardano più il destino dell’Italia che quello di Meloni. A vincere c'è l'Anm, il partito dei giudici e un'idea malata di giustizia in cui il pubblico ministero può disporre delle vite degli altri senza preoccuparsi delle conseguenze dei propri errori

Il dato politico è presto detto. Vince il No. Vince a valanga. Il centrodestra, per la prima volta in questa legislatura, subisce una sconfitta cocente. Il centrosinistra, per la prima volta da quando si è riformato il campo largo, ottiene una vittoria sonante. L’alternativa a Giorgia Meloni, per la prima volta da quando Meloni è a Palazzo Chigi, vede all’orizzonte la possibilità di essere competitiva, di poter attingere a un bacino elettorale fino a pochi mesi fa dormiente, potendo magari far leva anche su un elettorato di centrodestra che ha dimostrato una sorprendente disaffezione allo stesso centrodestra, come testimoniato dalle molte regioni governate dalla coalizione di governo (Liguria, Lazio, Basilicata, Calabria, Sicilia, Abruzzo, Marche) in cui il No ha prevalso sul Sì. Per Meloni, evidentemente, la luna di miele con gli elettori, una delle più lunghe lune di miele mai viste nella storia repubblicana, è finita, o almeno si è interrotta, e la fine del mito dell’invincibilità della premier avrà un suo peso, politico ma anche psicologico, nel prosieguo della legislatura, e le fibrillazioni interne alla maggioranza diventeranno qualcosa in più di un semplice brusio di fondo, come capita spesso quando le elezioni politiche si avvicinano e il consenso di chi governa inizia a ridursi. Ma al netto dei dati politicisti, ovviamente importanti, l’elemento di fondo che riguarda l’esito referendario ha a che fare con un tema diverso, che con la politica c’entra fino a un certo punto. Il referendum sulla giustizia, come sappiamo, è stato venduto come un voto sul futuro di Meloni ma in verità era un voto che aveva una valenza diversa, e al centro del voto di domenica e lunedì scorsi c’era qualcosa di più importante del futuro del governo. In quattro parole: il futuro dell’Italia.

 

Nell’attesa di capire se la vittoria netta del No avrà degli effetti immediati sul governo Meloni, si può provare a ragionare su cosa possa significare, per il futuro dell’Italia, la fine del percorso della riforma della giustizia costruita da Giorgia Meloni e sostenuta in questi mesi da tutti coloro che hanno scelto di considerare la difesa del garantismo un tema più importante della difesa di un colore politico. Gli effetti sul governo si vedranno, quelli sull’opposizione pure, la batosta per Giorgia Meloni è forte, il sospiro di sollievo per l’opposizione è evidente, anche se sarà tutto da dimostrare che la legittimazione dello status quo per l’alternativa al centrodestra sia una buona notizia per chi spera di avere un’alternativa tra un anno al centrodestra. Ma gli effetti sull’Italia, di questo trionfo del No, sono evidenti. Prima del centrosinistra, vince qualcun altro. Vince prima di tutto l’Anm. Vince prima di tutto il partito dei giudici. Vince prima di tutto l’internazionale delle procure. Vince prima di tutto un’idea malata di giustizia in cui il pubblico ministero può disporre delle vite degli altri senza preoccuparsi delle conseguenze dei propri errori. Un’idea di giustizia in cui le procure possono esondare senza avere argini. Un’idea di giustizia in cui i giudici non hanno la forza di essere un freno durante le indagini sui pubblici ministeri spericolati. Un’idea di giustizia in cui un magistrato desideroso di fare carriera continuerà ad avere poche possibilità di ritrovarsi promosso sulla base del merito e non dell’appartenenza. La vittoria del No è un colpo duro per Meloni, che dovrà dimostrare per la prima volta in quattro anni di governo di saper guidare la nave anche con un vento sfavorevole, il che significa avere il coraggio di saper tenere la barra dritta su temi difficili con i quali in questi anni ha sfidato anche un pezzo del suo elettorato, come la difesa dell’Ucraina, come la lotta contro l’antieuropeismo modello Patrioti, come la prudenza sui conti. Ma la vittoria del No è prima di tutto un colpo duro all’affermazione di un’idea di stato di diritto in cui il garantismo non è un’eresia, in cui la difesa delle libertà non è una battaglia di parte, in cui i partiti non affidano ai magistrati il compito di esercitare un potere di supplenza contro la parte politica avversa. Non tutti coloro che hanno votato No, naturalmente, partivano da questi presupposti. Ma la conseguenza del No, al di là delle intenzioni degli elettori, rischia di essere questa. Un duro colpo alla possibilità di avere un paese meno ostaggio della cultura dello scalpo.

Ma un colpo duro anche, se ci si riflette un istante, rispetto a tutto ciò per cui il fronte del No ha scelto di combattere in questi mesi. La vittoria del No è un colpo all’antifascismo, in un senso letterale, perché il corporativismo esasperato, tutelato dalla vittoria del no, è un retaggio del codice fascista. La vittoria del No è anche un colpo alla battaglia contro i pieni poteri, nel senso letterale, perché la persistenza di una corporazione dotata di poteri assoluti, che può permettersi di spacciare l’essere irresponsabili come unica strada per essere indipendenti, darà ai pubblici ministeri più spregiudicati incentivi ulteriori per mettere in campo i pieni poteri, e ci si chiede con quale serenità di giudizio magistrati in campo per il No, alcuni dei quali ieri sono stati ripresi a cantare “Bella ciao” in un angolo del tribunale di Napoli, un domani potranno essere considerati neutrali nel caso in cui dovessero confrontarsi, nell’esercizio delle proprie funzioni, con qualche esponente del Sì. La vittoria del No, se ci si pensa un attimo, è anche un colpo duro contro la possibilità di evitare che il pubblico ministero possa diventare, come si è detto spesso in campagna elettorale, un super poliziotto, perché l’articolo 358 del Codice di procedura penale, che costringe già oggi il pm a cercare elementi nelle indagini in grado di smontare le tesi dell’accusa, continuerà a essere rispettato a singhiozzo, nella consapevolezza che il pm potrà muoversi, con il bollino referendario, nell’alveo dell’irresponsabilità. La vittoria del No, infine, è un colpo anche alla battaglia contro il cappio della politica al collo della magistratura, perché con la tutela dello status quo la politicizzazione interna della magistratura continuerà a prosperare, attraverso le correnti ma anche attraverso le cinghie di trasmissione con i partiti legati alle correnti. Si potrebbe pensare, dopo tutta questa carrellata di effetti negativi, che la campagna referendaria e la vittoria del No portino con sé solo tristezze, amarezze e delusioni, e in buona parte è così.

 

Ma il fronte del Sì in questi mesi ha lasciato sul terreno alcuni sassolini preziosi che potrebbero aiutare a non disperdere le energie positive accumulate. E come suggerisce oggi sul Foglio il professor Cassese, quel fronte dovrebbe trovare la forza di far vivere in altre forme le battaglie per una giustizia più giusta, mettendo alla prova il fronte del No, che ha passato la campagna elettorale a ripetere che “i problemi sono altri”, senza pensare che una battaglia giusta diventi sbagliata solo perché non ha la maggioranza ed evitando infine di trasformare la sconfitta di oggi in una Caporetto del garantismo, senza rassegnarsi a lavorare per avere un paese fondato più che sul lavoro sull’esondazione delle procure. L’Italia che è andata al voto ha dimostrato di voler lasciare la Costituzione così com’è e questo è chiaro. Una volta salvata la Costituzione, però, potrebbe essere utile leggere e capire quello che la Costituzione, articoli 24, 27, 101, 111, chiede di fare ogni giorno: garantire un giusto processo in ogni grado di giudizio non mettendo chi si difende nelle condizioni di essere considerato un colpevole fino a prova contraria e offrendo la possibilità a un giudice terzo di essere imparziale e soggetto solo alle leggi e non alle correnti. La maggioranza, ieri, ha votato per non cambiare nulla. Ripartire da quel quaranta per cento, nel futuro, potrebbe non essere una cattiva idea per evitare di trasformare la vittoria del No in una legittimazione della Repubblica più pericolosa che c’è: quella fondata sui pieni poteri dei pm.

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  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della destra” e “Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.