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l'intervista
Cassese: "Il governo tragga lezione dal No e affronti i veri problemi della giustizia"
L'ex giudice costituzionale: "Dietro l'esito del referendum non c’è un invito a fermarsi, ma ad affrontare i veri problemi della giustizia: arretrati, tempi dei processi, geografia giudiziaria, distribuzione del personale".
“Gli oppositori della riforma Nordio, che hanno vinto al referendum, negli ultimi mesi hanno detto unanimemente che non bisognava partire dalla separazione delle carriere o dalla riforma del Csm, bensì dai veri problemi della giustizia, cioè gli arretrati, i tempi della giustizia, la geografia giudiziaria, la distribuzione del personale e così via. Il governo dovrebbe allora trarre questa lezione dal referendum e mettersi a lavorare su questi temi”. Lo dice, intervistato dal Foglio, Sabino Cassese, professore e giudice emerito della Corte costituzionale. “Bisogna dare l’interpretazione giusta al No – aggiunge –. Occorre chiedersi cosa c’è dietro: non c’è un invito a fermarsi, ma ad affrontare i veri problemi della giustizia”.
“Il punto di partenza è la distribuzione geografica del sistema giudiziario in Italia”, sottolinea Cassese. “Come è noto, c’è il fenomeno che è stato chiamato dei ‘tribunalini’. L’ordine giudiziario, che deve servire la collettività, deve essere distribuito sul territorio in misura maggiore dove c’è un’alta domanda di giustizia e in misura minore dove c’è una domanda limitata; invece in Italia c’è una distribuzione dei tribunali che in molti casi risale a un secolo fa. C’è un addensamento di tribunalini soprattutto nel nord Italia. La questione venne affrontata già da Giovanni Conso, ministro della Giustizia del governo Ciampi”.
Il secondo problema, prosegue Cassese, è la revisione del personale della magistratura: “Ci sono due punti critici. Il primo è il ministero della Giustizia, in cui lavorano circa 200 magistrati fuori ruolo. Questi magistrati, in barba al principio di indipendenza della magistratura, sono dipendenti dal ministero della Giustizia, perché nel ministero c’è un ordine gerarchico. Il secondo punto critico è il Massimario della Cassazione, che oggi ha un organico di 67 magistrati. La domanda da porsi è: è corretto massimare le sentenze, dopo quello che hanno scritto tanti osservatori stranieri su questo uso? Se proprio si vogliono massimare le sentenze, le massime devono essere scritta da magistrati con tanta esperienza, come quelli che lavorano solitamente al Massimario, che potrebbero invece utilmente svolgere compiti più rilevanti?”, si chiede l’ex giudice costituzionale.
Il terzo problema riguarda i carichi di lavoro: “Oggi nel sistema giudiziario ci sono tanti magistrati che si ammazzano di lavoro e altri che invece hanno carichi di lavoro modesti”, dice Cassese. “Tenendo conto che ci sono controversie più difficili da valutare e altre invece più facili, bisognerebbe sapere qual è il carico di lavoro da attendersi da ciascun magistrato. Senza considerare i provvedimenti sugli uffici del processo. Stiamo immettendo novemila giovani che sono stati assunti temporaneamente, con una selezione rapida e semplificata, e ora saranno stabilizzati. Cosa faranno? Saranno assegnati alle funzioni giuste?”.
“Bisogna poi porsi un interrogativo di fondo, che riguarda la domanda di giustizia del paese. La giustizia è un servizio che viene reso alla collettività, come quello della sanità, della scuola e così via. Occorre avere indicatori che riguardano la soddisfazione di questa domanda di giustizia in relazione all’offerta. Oggi registriamo 4 milioni di procedimenti pendenti, mentre i tempi medi sono di circa otto anni per i tre gradi di giudizio nel civile e di quattro anni e mezzo nel penale”, afferma Cassese.
“Infine, c’è il tema della Scuola superiore della magistratura. Questa sta veramente svolgendo la funzione che le è affidata, cioè di preparare i giovani magistrati a entrare a far parte del corpo giudiziario, facendo pratica di amministrazione della giustizia?”, si chiede Cassese. “Per otto anni ho insegnato alla Scuola superiore della Pubblica amministrazione e spesso mi sono reso conto che i miei colleghi spiegavano ai futuri dirigenti della Pa le stesse cose che questi ultimi avevano imparato al terzo anno di università, quindi non aggiungevano nulla alla formazione del personale”, ricorda l’ex giudice costituzionale.
Quindi il governo dovrebbe recepire l’esito del referendum come un’opportunità per affrontare questi problemi? “Dovrebbe obbedire al risultato del referendum e rendersi conto che questo esito è stato dovuto a quanto sostenuto da chi si opponeva alla riforma costituzionale, cioè: ‘Si affronta il problema della giustizia dalla parte sbagliata’. Tante voci hanno detto questo”, risponde Cassese. “E’ stato scomodato il popolo italiano per prendere una decisione. La conseguenza di questa decisione non dovrebbe essere: ‘Abbiamo sbagliato, ci fermiamo’. La consultazione popolare è servita a capire che c’è una maggioranza di persone che non nega l’esistenza di problemi della giustizia, ma semplicemente afferma che questi sono diversi da quelli affrontati dalla riforma Nordio. Bisogna partire dal No alla proposta e affrontare i problemi della giustizia, come indicati dai sostenitori del No”, conclude Cassese.