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il flop dell'operazione “Reset”

La storia dell'ex sindaco arrestato su richiesta di Gratteri e assolto 

Luca Rocca

Nel 2022 Marcello Manna, sindaco di Rende (Cosenza), venne indagato per voto di scambio politico-mafioso e arrestato su richiesta della procura di Catanzaro. E' stato scagionato da ogni accusa, e non è l'unica assoluzione ottenuta nel silenzio dei media

Ben 202 misure cautelari: 139 in carcere, 50 ai domiciliari, 12 obblighi di dimora, una misura interdittiva; oltre 250 gli indagati. Fra gli arrestati un nome eccellente: l’avvocato Marcello Manna, sindaco di Rende (Cosenza) che finisce un mese ai domiciliari (fino alla pronuncia del Tribunale del Riesame) con l’accusa di voto di scambio politico-mafioso. Il suo assessore ai Lavori pubblici, Pino Munno, indagato con la stessa accusa, sconta invece due mesi di divieto di dimora. Questo è il quadro l’1 settembre del 2022, giorno in cui scatta l’operazione “Reset” coordinata dalla Dda di Catanzaro, allora diretta dal procuratore Nicola Gratteri, che colpisce le cosche di ’ndrangheta del cosentino, confederatesi dopo anni di scontro e rivalità fino a darsi una struttura unitaria. A chiusura indagini, in 240 vanno a processo. Manna e Munno sono accusati, nello specifico, di aver ottenuto, in vista delle elezioni amministrative del maggio 2019, un cospicuo pacchetto di voti dai vertici della cosca D’Ambrosio in cambio dell’aggiudicazione di gare (la principale riguardante il palazzetto dello Sport di Rende), l’assegnazione di lavori relativi alla struttura ad imprese edili riconducibili agli uomini della cosca e tutta un’altra serie di utilità. Accuse che provocano anche lo scioglimento del Comune di Rende per infiltrazioni mafiose. Dopo il primo grado, però, le accuse crollano. Dei 240 imputati, fra rito ordinario e abbreviato, le assoluzioni sono poco più di 100. Manna e Munno, processati col rito ordinario, vengono assolti dal Tribunale di Cosenza perché il fatto non sussiste.

 

Pochi giorni fa la Dda di Catanzaro ha impugnato alcune decine di assoluzioni, fra cui quelle di Manna e Munno. Ma non sarà facile per la Dda ribaltare il giudizio di primo grado per i due politici. Le motivazioni, depositate poche settimane fa, appaiono solide. Valutando le dichiarazioni di un collaboratore di giustizia, perno importante dell’ipotesi accusatoria, i giudici, infatti, giungono alla conclusione che le sue parole, “pur delineando un sistema di procacciamento di voti ambiguo ed eticamente discutibile (…) non confortano l'ipotesi accusatoria dello scambio elettorale politico-mafioso”. Per il Tribunale occorre qualcosa di più “di una mera disponibilità opportunistica ventilata come ipotetica - forse anche millantata e strumentale ad ottenere l'appoggio elettorale - a favorire latamente la consorteria mafiosa”. Analizzando, poi, varie conversazioni intercettate, i giudici mettono nero su bianco che in merito all’affidamento del Palazzetto dello Sport e lavori connessi alla struttura, “non è sufficientemente provato, al di là di ogni ragionevole dubbio, l'esistenza di un patto elettorale politico-mafioso penalmente rilevante”. E dopo aver vagliato una conversazione fra Adolfo D’Ambrosio (soggetto apicale della ’ndrina prosciolto dall’accusa di patto elettorale politico-mafioso) e lo stesso Manna (difeso dall’avvocato Nicola Carratelli), i giudici aggiungono che “seppur rivelatrice quantomeno di un atteggiamento disponibile del Manna nei confronti delle iniziative imprenditoriali dei D'Ambrosio, ai fini dell’imputazione non è dimostrativa di alcun accordo sinallagmatico assunto in fase preelettorale da ritenersi penalmente rilevante”. Per il tribunale, infatti, “il tenore della conversazione non è rappresentativo di alcuna coartazione” da parte di D’Ambrosio, “che non ha l'atteggiamento, né il tono, di chi pretende l'adempimento di una ‘promessa’ che, secondo l'ipotesi accusatoria, sarebbe stata formulata circa un anno prima, in cambio del sostegno elettorale”.

   

L’inchiesta “Reset”, però, non è l’unica che ha coinvolto Manna, che è stato assolto dal Gup anche nel processo Malarintha (che ha contribuito allo scioglimento del Comune). Le contestazioni mosse inizialmente a Manna erano ben 37, poi ridotte a due. L’indagine gli è costata circa un anno di divieto di dimora, poi revocato dal Riesame, e la sospensione dalla carica di sindaco. Fino all’assoluzione definitiva per insussistenza del fatto. Lo stesso Manna, infine, era stato condannato dalla Corte d’Appello di Salerno a 2 anni e 2 mesi per corruzione in un processo scaturito dall’inchiesta Genesi (in questo caso ha subìto un anno di sospensione dall’esercizio della professione). Pochi giorni fa la Cassazione ha annullato con rinvio la sentenza. Arresti, processi, gogna mediatica e poi, nel silenzio, le assoluzioni. Un terribile storia che si ripete, drammaticamente, sempre uguale a sé stessa.

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