Foto Ansa

Perché va cambiato il “tribunale” delle toghe

Quando la sinistra era per la separazione delle carriere

Giorgio Mulè

La riforma della giustizia, il nuovo Csm, la necessità dell’Alta corte disciplinare. Contro pregiudizi e fandonie del fronte del No

Ringrazio il direttore Claudio Cerasa che mi ha gentilmente e amichevolmente costretto a scrivere la seconda e ultima puntata di un manualetto che non può essere esaustivo rispetto alla confutazione delle fandonie propagandate dal fronte del No al referendum del 22 e 23 marzo. Per coloro che si fossero colpevolmente persi la prima puntata (pubblicata lunedì 9 marzo), il ragionamento si basava su quanto sostenuto da Hans-Georg Gadamer nel suo Wahrheit und Methode (e cioè "Verità e Metodo") e su quanto il pregiudizio prevalga nel contrastare le ragioni del Sì. Questa volta, volendo affrontare ciò che manda in brodo di giuggiole il fronte del No scomoderemo un medico tedesco, il cui nome è Ernst Gräfenberg. Il perché e il chi è ve lo spiego dopo, sperando così di tenervi incollati al testo che segue fino alla fine.

   

Che lievissima manina. Sulla mano morbidissima della sezione disciplinare, sulle falsità contrabbandate per verità legate ai numeri dei magistrati puniti da questo “tribunale” interno al Csm, che verrebbe sostituito con l’istituzione dell’Alta corte disciplinare, si è già detto molto. E’ sufficiente fotocopiare la tabella fornita dal procuratore generale della Cassazione (che, appunto, fa Cassazione…) per dimostrare la mano lievissima, direi la carezza, che utilizza la “sezione” quando affronta i casi.

  

Per non tediarvi sull’argomento ubriacandovi di numeri sarà sufficiente dire che nel quinquennio tra il 2020 e il 2024 la percentuale di assoluzioni, “non doversi procedere” e “ordinanza di non luogo a procedere” oscillano tra un minimo del 73,3 per cento o un massimo del 78,1 per cento. Tutto questo con buona pace di chi, truccando i dati, millanta di un collegio disciplinare assai severo mentendo sapendo di mentire soprattutto perché le condanne in numeri assoluti sono state 15 nel 2023 e 24 nel 2024. Condanne è anche una parola forte, perché nella stragrande maggioranza dei casi si è trattato di “ammonimenti” o “censure” e cioè di una sorta di buffetto sulla guancia che in nulla incide come effetto punitivo. Come al solito, un caso racconta meglio di ogni altro il “sistema”. 

 

Lo “svinturateddu”. Mi costituisco subito. Il mio rapporto con la giustizia può essere riassunto con la riflessione di un imputato minore del primo maxiprocesso a Palermo negli anni Ottanta (secolo scorso) che davanti alla Corte d’assise ebbe a dire: “Signor giudice, nella vita aiu statu (sono stato) un poco svinturateddu”. Tradotto significa che il soggetto si dichiarò “persona che fa pena, degna di commiserazione o che è vittima di una sorte avversa”. Prendo a prestito questa frase, invocando la clemenza di tutti i mafiologi che ci vedranno certamente una mia predisposizione verso il voto affermativo al referendum, perché – oltre a varie traversie nella quale numerosi pubblici ministeri e giudici si sono dimostrati alquanto accaniti e certamente non “terzi” nei miei confronti – c’è un caso che racconta meglio di ogni altro la sciatteria che contraddistingue molte volte l’operato della sezione disciplinare. Il caso è paradigmatico di come sia le “promozioni” dei magistrati vengano fatte spesso al buio (ove buio è un eufemismo), sia sulla inefficacia di punire chi sbaglia. 

 
La vicenda riguarda un giudice al quale venne assegnato un procedimento che mi riguardava, figlio di uno dei numerosi processi che mi hanno visto protagonista nella mia precedente vita di giornalista. La vicenda di cui parlo tardava ad arrivare a sentenza. Il fascicolo era completo, gli elementi erano tutti acquisiti mancava soltanto, ripeto, la decisione. E non si comprendeva la ragione di cotanto ritardo. Passavano i mesi, poi un anno, due anni, tre anni… ma niente… la sentenza non arrivava. Il mio avvocato bussava, inviava richieste di aggiornamento, protestava con le superiori autorità, sollecitava la definizione del procedimento. Ma niente… la sentenza non arrivava. Poi un bel giorno, alfine, arrivò. Erano passati quattro anni (siamo a ottobre del 2023, questo secolo), ma seppi leggendo il provvedimento che “il ritardo nel deposito della motivazione è dipeso dalla mancata redazione da parte dell’originario assegnatario il quale è stato sospeso dalle funzioni giurisdizionali dal Csm”. E si scoprì l’arcano. La mia sventura (da qui la mia qualifica di svinturateddu) fu che il mio giudice naturale precostituito per legge e cioè “l’originale assegnatario” aveva una passione: la poesia e la traduzione dei classici. Ma una passione incontenibile, sfrenata. Al richiamo dei codici preferiva quello dei versi. E mentre lui componeva e cesellava le terzine o traduceva dal latino, i fascicoli si accumulavano e impilavano sulla sua scrivania. E con loro i ritardi. Si scoprì che il Leopardi in toga prima di essere assegnato alla sede dove lo incrociai aveva depositato da giudice civile 274 provvedimenti in ritardo: in sessanta casi i ritardi erano stati “superiori al triplo dei termini previsti dalla legge, con un picco massimo di 1.203 giorni” e cioè di tre anni, tre mesi e sei giorni. Eppure, nonostante l’evidenza di questo suo stakanovismo al contrario, superò con successo ben tre “valutazioni di professionalità” (cioè tre promozioni in dodici anni) conferite dai colleghi, andando così a ingrossare quel 99 per cento di giudizi positivi che a noi del Sì alla riforma lasciano un tantinello perplessi rispetto alla loro effettiva verità. Ecco. Non è finita. Per ben tre volte (diconsi tre) si occupò di lui la sezione di disciplinare del Csm: la mano leggiadra si posò su di lui con due assoluzioni e una censura, che equivale a una rima baciata senza alcuna conseguenza. E lui, infatti, continuò a comporre. E componi oggi, componi domani venne trasferito dalla Campania all’Umbria lasciando in eredità la bellezza di 317 fascicoli inevasi. Ora, non è che la sezione disciplinare del Csm lo mandò a dirigere il traffico. No, non solo rimase giudice ma gli venne assegnata invece la delicatissima funzione di Giudice di sorveglianza, colui cioè che tra l’altro (non era il mio caso…) – come si legge nei manuali – “vigila sulla legittimità e l’umanità dell’esecuzione penale, garantendo che la pena persegua la rieducazione. Approva il programma di trattamento, concede permessi premio, gestisce la liberazione anticipata, controlla le misure di sicurezza e decide sui reclami dei detenuti”.  Decideva cioè sulla libertà delle persone. Il nostro fu capace in un anno e mezzo di depositare in ritardo 144 provvedimenti, di cui sette in un tempo superiore al triplo del termine di legge, con un picco – in questo caso – di “soli” 329 giorni, scatenando persino una protesta collettiva dei detenuti. Una rivolta. E’ solo per questo che il suo caso finisce agli onori della cronaca. Ma è lui a togliere il disturbo dimettendosi dalla magistratura dopo che i severissimi e (in)tempestivi componenti della sezione disciplinare gli infliggono la sanzione delle sospensioni dalle funzioni dello stipendio. L’epitaffio alla sua carriera vale più di ogni commento: “Non avrei mai dovuto essere stato assunto in magistratura”. 

 

Gli smemorati del Pd

Senza scomodare i padri costituenti, è sufficiente limitarsi al periodo che va dal 1998 al 2022 per rendersi conto di come la sinistra abbia sempre, sempre, sempre alzato il vessillo della separazione delle carriere come naturale sbocco dell’ordinamento giudiziario. La famosa bicamerale di Massimo D’Alema proponeva nel 1998 la separazione costituzionale delle carriere dei magistrati indicando “due distinti ruoli, con due diversi Csm”. Neanche tre anni dopo il programma dell’Ulivo del 2001 statuiva la “separazione delle funzioni tra giudici e pubblici ministeri, con percorsi di carriere distinti. Per modernizzare la giustizia, ridurre conflitti di ruolo”. Non fu da meno il padre di quella coalizione, Romano Prodi, che nel volgere del suo governo tra il 2006 del 2008 attraverso l’allora Guardasigilli Clemente Mastella (“smemorato di complemento” rispetto ai compagni del Partito democratico) propose con un disegno di legge costituzionale la separazione delle carriere sostenuta non solo dai democratici di sinistra ma anche dalla Margherita di Francesco Rutelli. E ancora nel 2014 il ministro della Giustizia del governo guidato da Matteo Renzi, Andrea Orlando, dopo l’introduzione del vincolo del passaggio delle funzioni dichiarò: “Abbiamo realizzato una separazione funzionale, la separazione delle carriere è il passo successivo”. Arriviamo al 2019 con il congresso del Partito democratico nel quale venne approvata la “mozione Martina” firmata anche da Debora Serracchiani che afferma: “La separazione delle carriere è ineludibile per garantire la terzietà del giudice”. Con nota margine della stessa Debora Serracchiani che candidamente dichiarò: “Non possiamo più difendere l’unità della toga come dogma”. E dopo la tanto celebrata riforma Cartabia che rafforzò la separazione delle funzioni, l’allora segretario del Partito democratico, Enrico Letta, spinse il cuore più in là dichiarando che si trattava solo di “un passo verso la separazione: serve ora il coraggio di completarla”. Con il ministro Orlando che sottolineò tutto ciò, aggiungendo che “ora serve separare le carriere”. Ed eccoci infine al 2022 quando, nel programma elettorale del Partito democratico, il costituzionalista Stefano Ceccanti, già parlamentare dello stesso partito, ha rivelato di aver condiviso e poi scritto di suo pugno a pagina 30 il seguente concetto: “Proponiamo di istituire con legge di revisione costituzionale un’Alta corte competente a giudicare le impugnazioni sugli addebiti disciplinari dei magistrati e sulle nomine contestate”. C’è da dire che Ceccanti non ha abiurato né dimenticato da dove viene e ciò che ha sostenuto diventando oggi uno dei moschettieri migliori della campagna per il Sì insieme a un esercito di riformisti di sinistra che non solo non hanno rinnegato il passato, ma lo hanno rivendicato sostenendo le ragioni di una riforma che non è politica perché riguarda l’Italia.

    

Minchia, signor pm

Questa campagna referendaria si è distinta, tra tante bassezze, anche per alcuni magistrati (soprattutto pubblici ministeri) e mafiologi che hanno avuto l’ardire di accostare la riforma a un inesistente indebolimento della lotta alla mafia. Qualcuno si è perfino spinto a vaticinare il voto favorevole di criminali della peggior risma, a cominciare dai mafiosi. Ed eccoci a Ernst Gräfenberg. Si tratta di un medico tedesco, specializzato in ginecologia, che è stato preso in prestito per attribuirgli la scoperta del cosiddetto “Punto G”, cioè quella parte che provoca piacere e orgasmo nelle donne. Non c’è nulla che ecciti i sostenitori del No se non quello di accostare senza alcun legame con la realtà l’indimostrabile teorema che la riforma aiuti la mafia. E’ il loro punto G. Nel nostro caso qualche lettore malizioso potrebbe pensare che il riferimento al punto G possa riportarsi all’iniziale di un cognome, ma specifico che non è così per evitare di finire in un’eventuale “rete” o in un successivo regolamento di conti dopo la consultazione sul referendum. Mi avvalgo dunque della testimonianza spontanea del generale Giuseppe Governale, di cui il Foglio ha dato conto, per rispondere a questa balla. Governale è stato un altissimo ufficiale dei carabinieri, ha comandato tra l’altro il Reparto operativo speciale (Ros) prima di essere nominato a capo della Direzione investigativa antimafia (Dia) nel 2017 dal governo di centro sinistra guidato da Paolo Gentiloni. Ha detto Governale che “l’estensione dei poteri di prevenzione di confisca rende necessaria centrale la figura di un giudice realmente terzo, chiamato a controllare decisioni altamente invasive. L’efficacia del sistema dipende dall’equilibrio tra poteri distinti, non dalla loro fusione”. E tanto per essere ancora più chiari: “L’idea che la separazione delle carriere favorisca le mafie appare il frutto di una sovrapposizione quantomeno impropria. Tende a confondersi l’autonomia con l’appartenenza corporativa, l’antimafia con un processo penale, la forza dello Stato con la concentrazione del potere. La separazione delle carriere non è una riforma della postura antimafia, né in senso positivo né in senso negativo. E’ una riforma che riguarda l’equilibrio del processo penale e la terzietà del giudice. Attribuirle un valore salvifico o distruttivo nella lotta alle mafie significa caricarla di un significato che non le appartiene. Sul piano tecnico comparato, semplicemente, non regge”. E come dicono a Roma: “Te saluto, core”. Ci vediamo ai seggi il 22 e 23 marzo.

   

Giorgio Mulè è vicepresidente della Camera, deputato di Forza Italia

Di più su questi argomenti: