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Fare i conti con il gratterismo

Perché il referendum è un voto su un sistema in cui la cultura dello scalpo conta più dello stato di diritto

Claudio Cerasa

La visione di Gratteri è quella in cui lo stato deve essere protetto a tal punto da sacrificare la libertà dei cittadini: meglio un cittadino in più in galera che uno sospettato fuori. Votare contro la riforma Nordio significa scegliere ancora questo sistema

Nicola Gratteri è un magistrato molto importante, ormai lo conoscete, ha scelto di mettere il suo volto a capo della campagna per il No al referendum costituzionale, con una certa vivacità, e merita di essere preso sul serio, vista la sua storia, sia quando lancia avvertimenti ai giornali non amici – con voi facciamo i conti dopo il referendum, ci ha detto minacciosamente qualche giorno fa – sia quando offre elementi per spiegare le ragioni del suo No.

La storia di Gratteri – magistrato eroe, certo, almeno quando indovina le persone da arrestare, perché non è raro purtroppo che le persone per le quali Gratteri chieda l’arresto vengano risarcite dallo stato, dal 2018 al 2024 sono stati pagati 78 milioni per le ingiuste detenzioni in Calabria, e non è malizioso ricordare che Gratteri prima di arrivare a Napoli è stato pm prima a Reggio Calabria e poi a Catanzaro, dove è stato capo della procura dal 2016 al 2023 – ci impone di fare uno sforzo di riflessione, di compiere un passo in avanti e di concentrarci non sul significato dell’essere Gratteri ma sul significato del gratterismo e sul perché il fronte del No non poteva oggettivamente scegliere un volto migliore per opporsi alla riforma della giustizia. Il gratterismo, che fa rima più con gargarismo che con garantismo, ormai lo conoscete, ed è un condensato di presunzione di colpevolezza (non è un caso che Gratteri abbia messo sullo stesso piano dei mafiosi gli indagati e gli imputati che voteranno sì al referendum), di spettacolarizzazione del ruolo del pubblico ministero (il processo mediatico aiuta lo stato a proteggersi), di cultura della gogna non esattamente contrastata (meglio uno scalpo in più che un dubbio in più), di irresponsabilità dei magistrati trasformata nell’unica forma possibile di indipendenza della magistratura (meglio un magistrato che sbaglia che un sospettato che sfugge alla giustizia solo per una sciocca mancanza di prove). Il gratterismo, da questo punto di vista, è perfettamente coerente con il No alla riforma costituzionale. Perché il gratterismo incarna la visione del processo inquisitorio, in cui lo stato deve essere protetto a tal punto da sacrificare la libertà dei cittadini: meglio un cittadino in più in galera che uno sospettato, potenzialmente pericoloso,  fuori.

Nel rito inquisitorio il procuratore guida le indagini, raccoglie le prove e decide: il processo è centrato sullo stato che cerca la verità ed è comprensibile che la figura del pubblico ministero e quella del giudice coincidano. Nel rito accusatorio invece accusa e difesa si confrontano ad armi pari davanti a un giudice terzo: le prove si formano nel dibattimento e la libertà dell’imputato è più tutelata. Il passaggio storico dal rito inquisitorio a quello accusatorio vi è stato nel 1988, quando Giuliano Vassalli, ministro socialista già medaglia d’argento al valor militare per la Resistenza, introdusse il nuovo codice di procedura penale. La riforma Nordio, separando le carriere tra pm e giudici e rafforzando il giudice terzo e il contraddittorio nel processo, punta a rendere il passaggio dal rito inquisitorio al rito accusatorio effettivo. E il gratterismo in fondo non fa altro che ribadircelo ogni giorno: dire no alla riforma della giustizia significa dire no al riequilibrio tra pubblici ministeri e giudici. E conseguentemente dire no alla riforma della giustizia significa fare di tutto per affermare la centralità del pubblico ministero come motore del processo, come tutore dello stato, come figura deputata a difendere il bene dal male, anche con un ruolo pedagogico che sconfina nello stato etico. E in questa logica, evidentemente, il pubblico ministero deve avere mano libera assoluta: poca responsabilità, pochi contrappesi, un giudice il più possibile accondiscendente e i riflettori della stampa tutti per sé.

In una risposta data ieri a Sky, Nicola Gratteri, tornando sulle parole minacciose offerte al nostro giornale, ha spiegato con chiarezza come debbano funzionare gli ingranaggi del circo mediatico-giudiziario per permettere al pubblico ministero di essere il sole intorno a cui ruota il mondo del processo inquisitorio. “Chi mi conosce – ha detto Gratteri a Giovanna Pancheri – sa quanto io consideri il giornalismo., Anzi proprio questo governo in una delle riforme che ha fatto impedisce ai giornalisti, soprattutto quelli di cronaca nera, di fare il loro lavoro” perché “non possono virgolettare pezzi di ordinanze di custodia cautelare”. In sostanza, ci sembra di capire, il giornalismo funzionale al gratterismo non è quello che si occupa di difendere le garanzie, ma è quello che si occupa diligentemente di riportare i virgolettati dei magistrati contenuti nelle ordinanze. Il gratterismo, da questo punto di vista, non è uno scandalo, non è un’anomalia, non è un’eccezione ma è lo specchio perfetto e coerente di un sistema giudiziario che ha scelto di fare della cultura dello scalpo l’unico strumento per proteggere lo stato anche a costo di sacrificare la libertà dei suoi cittadini. Sarebbe sciocco dire che il referendum è un voto su Gratteri ed è un errore trasformare magistrati che rischiano ogni giorno la loro vita in bersagli della riforma della giustizia. Ma sarebbe sciocco non rendersi conto che il Sì o il No al referendum è anche su questo: più gratterismo nella giustizia italiana o meno gratterismo? Fare i conti con un giornale è nulla rispetto al rischio dopo il referendum di dover fare ancora a lungo i conti con un sistema giudiziario dove il moralismo viene spacciato per garantismo.

 

  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della destra” e “Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.