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futilità giudiziaria
La giustizia civile italiana e il prezzo di mercato della pietas ferita
Una giustizia domestica fatta da gente litigiosa che tende a trasformare questioni di ordinaria manutenzione pubblica in drammi metafisici da incassare in banca
Qui non è questione del pm che sta sotto l’esecutivo o dell’esecutivo che prende sberle dal pm. Non è neppure questione della Carta-più-bella-del-mondo e dell’uno che vorrebbe possederla carnalmente o dell’altro che vorrebbe accomodare alla bisogna. Qui è questione di giustizia civile, domestica, di carne viva (e morta) dell’italica gente. Gente litigiosa, sappiamo. In Italia il contenzioso civile non è sempre uno strumento di giustizia, a volte si trasforma in una bizzarra variante del gioco d’azzardo o tende a somigliare a una terapia di gruppo, a una seduta d’analisi allargata. I dati, d’altronde, non mentono: nonostante i tentativi di sfoltire l’arretrato, i tribunali italiani continuano a galleggiare su uno stock di oltre 3 milioni di cause civili pendenti, con un’impennata di nuovi ricorsi davanti ai Giudici di Pace che ha segnato un +22 per cento nell’ultimo anno. Una mole asfissiante alimentata dal fatto che — parafrasando il Churchill che inchiodò a vita i socialisti — è “sempre tutto a spese degli altri”. Il “no” del destino non ci piace, non lo accettiamo, figuriamoci quello di un ufficio tecnico comunale. C’è una pozzanghera? Colpa del sistema. Un loculo al cimitero è transennato? Attentato alla Costituzione.
L’ultimo episodio di questa lunga commedia umana si è consumato tra le mura del camposanto di Cava de’ Tirreni, provincia di Salerno. Protagonisti gli eredi della defunta signora L. A., i quali, armati di fotografie e di un’incrollabile fede nel risarcimento, hanno trascinato il Comune in tribunale. Lo fanno in tanti, per un motivo o per un altro, stavolta una transenna messa dagli operai della manutenzione comunale avrebbe leso una, due, tre sfere dei diritti insopprimibili degli attori. Secondo la tesi dei ricorrenti, infatti, quel pezzo di metallo avrebbe non solo impedito di “completare la tumulazione” (testuale) ma avrebbe ostacolato l’omaggio alla defunta nel loculo per una regolare deposizione di fiori o lumini. Insomma, il culto non poteva essere esercitato. Ne conseguirà un danno morale e spirituale che — inutile dirlo — diventa quasi subito monetizzabile: tra i 4.500 e i 10.000 euro, ciò che gli eredi della de cuius hanno chiesto al giudice di riconoscere loro. Il prezzo di mercato della pietas ferita, a quanto pare.
Siamo nel pieno della futilità giudiziaria, un genere che vanta classici indimenticabili: come il caso di quel cittadino di Vignola (Modena) che citò il vicino di casa chiedendo migliaia di euro di danni perché il cane di quest’ultimo, abbaiando, gli avrebbe “impedito la contemplazione del tramonto”, o la causa intentata contro un parroco di San Miniato (Pisa) perché il rintocco delle campane disturbava la “connessione spirituale con il cosmo” del ricorrente. Episodi che confermano quanto scrisse amaramente Piero Calamandrei: “Molti giudici sono incorruttibili, nulla può indurli a fare giustizia”, intendendo quella giustizia sostanziale che spesso soccombe sotto il peso di cavilli e pretese assurde. Tuttavia, quando si apre la scatola della realtà i fatti vanno in altra direzione. Il Comune di Cava de’ Tirreni, carte alla mano, ha infatti rivelato il dettaglio dirimente: la signora defunta non era stata tumulata bensì cremata su esplicita richiesta degli stessi parenti che hanno trascinato il Comune in giudizio perché “non era stata completata la tumulazione”. Quando la lesione di un diritto si fa di rango costituzionale (diritto al culto) capita di essere poco lucidi e di dire fischi per fiaschi, perfino in un atto di citazione. L’urna, come risulta dal fascicolo, era stata infatti deposta regolarmente quattro giorni dopo il decesso. Insomma, la tumulazione incompleta era un fantasma che, per quanto “giuridico”, era pur sempre un fantasma, una cosa viva soltanto nella fantasia del presunto lesionato nel proprio diritto umano; in pratica, una verità alternativa costruita per sostenere l’impalcatura del ricorso e provare a far colare un po’ di grasso, almeno stando a com’è andata a finire. Vediamo.
Il Giudice di Pace costretto a dirimere l’inestricabile tenzone, nella sentenza ha dovuto ricordare l’ovvio: il cimitero è un servizio pubblico e il Comune ha il dovere di transennare se c’è da garantire la sicurezza. Punto. Ma il passaggio più politico del verdetto del giudice Nicola Mazzarella – in passato già segnalatosi per una ragionata sentenza che mandò assolti Vittorio Feltri e Pietro Senaldi in una delle miriadi di cause e processi bagattellari azionati in base a presunte, astruse discriminazioni anti-meridionali – riguarda la natura della pietas, quel sentimento di profonda e ancestrale radice che agita la nostra vita al cospetto dei morti, del dolore, della sofferenza. Il giudice ha sancito che il culto dei defunti è un sentimento “personalissimo” che non si esaurisce nel gesto meccanico di poggiare un fiore o toccare un marmo, cioè la fede e il dolore non hanno bisogno di permessi di costruzione né temono un cantiere. Una transenna a un metro di distanza non cancella il ricordo. Risultato? Domanda rigettata, niente soldi e, va da sé, una discreta figuraccia intellettuale. Le spese sono state compensate, forse per eccesso di cavalleria verso la “sensibilità” dei ricorrenti, tesa evidentemente a trasformare un’ordinaria manutenzione pubblica in un dramma metafisico da incassare in banca.