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Il dato

Ingiustizia disciplinare. Storie di ordinaria irresponsabilità nelle sentenze del Csm sulle toghe

Luciano Capone

I dati e le storie del libro di Zurlo smontano la narrazione dell’Anm sulla "sezione disciplinare" severa con i magistrati. Pm che picchiano le mogli, si drogano, o dimenticano innocenti in carcere, e nessuno paga davvero

In questi giorni di dibattito sulla riforma costituzionale della magistratura, l’Anm esprime ripetutamente che la Costituzione è perfetta così com’è e che la giustizia disciplinare funziona a meraviglia. Altro che lassismo. “Esiste un sistema serio, severo e rigoroso – dice il presidente dell’Anm Cesare Parodi – il Csm ha comminato sanzioni disciplinari pari a oltre tre volte quelle comminate in Francia”. Quindi “l’istituzione di un’Alta corte disciplinare non trova alcuna ragione d’essere”. Il libro di Stefano Zurlo “Senza Giustizia” (Baldini+Castoldi) dimostra l’esatto contrario. 

L’inviato del Giornale, che si occupa della giustizia disciplinare dei magistrati da un paio di decenni, da quando cioè era una materia inaccessibile, sconosciuta e ignorata, racconta storie cristallizzate nei procedimenti della sezione disciplinare del Csm che si fa fatica a credere siano vere. Non aiuta il fatto che non siano presenti i nomi dei magistrati protagonisti delle malefatte. Non si tratta di pavidità, ma di problemi legali. In 15 anni, dopo tanti libri pubblicati, decine di avvocati consultati e varie case editrici interpellate, la conclusione è che bisogna preservare l’anonimato. Quello che non vale per gli indagati che vengono sbattuti sulle prime pagine dei giornali, condannati mediaticamente ed esposti alla gogna prima di un processo, vale invece per le toghe anche dopo le sentenze. Nessuno vuole imbarcarsi in cause e contenziosi. Così se un libro che racconta le infamie dei politici come “La casta”, tanto per fare il nome di un caso editoriale, viene pubblicato con i nomi dei politici da mettere alla berlina (perché è quello che fa vendere), nel caso della Casta in versione togata il libro viene pubblicato solo se non ci sono i nomi dei magistrati.

Ma non è questo l’aspetto più rilevante. Il libro di Zurlo è interessante perché inserisce le tessere di tante storie in un mosaico fatto di numeri, che rivelano il volto della (mala)giustizia disciplinare italiana. Dal 2017 al 2024 ci sono state 5.933 ingiuste detenzioni risarcite dallo stato e, per questo tipo di errore, sono state avviate 89 azioni disciplinari che si sono concluse con 44 non luogo a procedere, 28 assoluzioni e 9 condanne, di cui 8 censure (in sostanza nulla) e un trasferimento (otto casi erano ancora pendenti). In sostanza, mandare in galera ingiustamente i cittadini è un danno impunito: al grande potere di privare la libertà personale corrisponde una sostanziale irresponsabilità. Non sempre dietro un’ingiusta detenzione c’è una colpa professionale: ma il punto è che in Italia non c’è quasi mai, e quando capita, non corrisponde una sanzione reale.

Una prova più ampia del grado di “severità” del Csm, più che nei grandi numeri, è presente nelle singole storie raccontate da Zurlo. Si va dal pm che “dimentica in carcere un imputato” per 43 giorni, in violazione della legge, che viene assolto dalla sezione disciplinare del Csm perché “il fatto è di scarsa rilevanza”. La privazione della libertà non vale neppure la più inutile delle sanzioni che è l’“ammonimento”, ovvero un semplice richiamo, privo di conseguenze, che peraltro si estingue dopo tre anni in caso di valutazione di professionalità positiva (che arriva in oltre il 99 per cento dei casi).

C’è poi il caso del “giudice che picchia la moglie e pure l’amante”, peraltro alto magistrato alla Procura generale della Cassazione – ovvero l’ufficio che conduce le indagini e l’accusa nei confronti dei colleghi davanti al disciplinare del Csm: se la cava con la perdita di anzianità di due mesi e, in altro procedimento, senza trasferimento per incompatibilità ambientale perché “la sua condotta in ufficio è sempre stata ineccepibile”.

C’è poi il caso del “giudice cocainomane”. In passato era stato punito, si fa per dire, per guida in stato di ebbrezza; poi sospeso dalle funzioni e trasferito per aver offeso dei poliziotti e percosso un passante. Ma stavolta, rientrato in servizio, l’aveva fatta ancora più grossa: era svenuto, in preda alle convulsioni, nel bagno del tribunale per una crisi da overdose di cocaina e anfetamine. Il Csm lo ha sanzionato con la sospensione dalle funzioni per un anno, e poi è tornato al lavoro. Ci sono poi i casi della “pm morbosa”, del “giudice che copia la sentenza ma viene assolto”, dei “pm giustizieri”, “le foto porno della gip”, “il giudice alcolico”... il bestiario è ampio e variegato e consente ai cittadini di definire i contorni della “severità” del Csm di cui si vanta l’Anm.

In una certa misura, la forzata mancanza del libro di Zurlo costituita dall’anonimato dei magistrati può rivelarsi per il lettore una sorta di “gioco”: scovare su internet i nomi e i volti dei protagonisti delle varie storie (i lettori più attenti del Foglio non faranno fatica a riconoscerne alcuni). L’altro aspetto interessante del libro è l’appendice finale, che riporta cinque dolorose storie di ingiusta detenzione. In questo caso i nomi ci sono: Antonio Palladino, Jonella Ligresti, Diego Olivieri, Pietro Paolo Melis e Angelo Massaro. E’ proprio nel nome delle vittime della malagiustizia che servirebbe una giustizia disciplinare decente. Su questo gli italiani dovranno esprimersi con il referendum

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  • Luciano Capone
  • Cresciuto in Irpinia, a Savignano. Studi a Milano, Università Cattolica. Liberista per formazione, giornalista per deformazione. Al Foglio prima come lettore, poi collaboratore, infine redattore. Mi occupo principalmente di economia, ma anche di politica, inchieste, cultura, varie ed eventuali