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Editoriali
Nuovo capitolo gogoliano della guerra edilizia della procura di Milano. Il reato di “buona fede”
Il Tribunale del Riesame ha dato via libera alla procura per il richiesto sequestro di un cantiere accettando la tesi che non si possa riconoscere al costruttore “la buona fede”. Dal punto di vista dei costruttori la situazione è paradossale: se ho agito secondo le indicazioni del Comune, la mia colpa qual è?
Le inchieste milanesi sull’edilizia (più che sull’urbanistica: ormai anche i pm hanno realizzato che il reato di urbanistica non esiste) hanno sempre un certo grado di imprevedibile creatività. Il Tribunale del Riesame ha dato via libera alla procura per il richiesto sequestro di un cantiere – l’ormai celebre “viale Papiniano 48” – accettando la tesi che non si possa riconoscere al costruttore “la buona fede”. La storia è gogoliana e complicata. Nel 2025 il cantiere (da un ex laboratorio stava sorgendo un palazzo di otto piani) fu sequestrato per presunta lottizzazione abusiva. Il gip però annullò il sequestro, riconoscendo “la buona fede” degli imprenditori, che in effetti si erano attenuti a un’indicazione del Comune considerando valida una semplice Scia, laddove per la procura doveva essere presentato un nuovo piano attuativo. La storia poteva concludersi lì: non ci sono reati corruttivi, al più irregolarità amministrative.
Ma il pool edilizio di Milano ha testa di ariete, ad esempio nel caso del cantiere di via Anfiteatro chiesero il sequestro nonostante i giudizi di regolarità espressi in sede amministrativa, e hanno fatto ricorso. Trovando ragione nel Riesame: la buona fede non basta più. Siamo ancora una volta all’interpretazione giuridica e alla pretesa della magistratura di avere l’ultima parola su disposizioni di tipo amministrativo, dunque decise dal Comune, ad esempio che potesse bastare una Scia (Segnalazione certificata di inizio attività) per quanto riguarda la possibilità di procedere a ristrutturazioni che possono arrivare fino alla ricostruzione pressoché totale di stabili esistenti, in base a regolamenti comunali. I magistrati contestano che sia illegittimo, appellandosi a leggi nazionali precedenti. Sarebbe bastata una legge di interpretazione autentica e certe invasioni di campo della procura sarebbero cessate. Ma la politica non ha voluto fare la sua parte. Vista però dal punto di vista dei costruttori, la situazione è addirittura paradossale: se ho agito secondo le indicazioni del Comune, la mia colpa qual è?