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L'intervento
Verità e metodo per smontare le balle del No. Ci scrive Mulè
“Credere, obbedire, combattere” è la chiave che racchiude le ragioni di chi non vuole la riforma della giustizia. L'intervento del vicepresidente della Camera
Credere, obbedire, combattere. E’ tutta in questi tre verbi la campagna referendaria che mi ritrovo a fronteggiare quotidianamente nei dibattiti televisivi, nelle interviste ai giornali, nelle repliche alle agenzie di stampa, nell’attività diuturna di contrasto alle (molto presunte e assai inesistenti) ragioni del No al referendum sulla giustizia del prossimo 22 e 23 marzo.
Per mia indole – pur essendo ormai prossimo ai sessant’anni – continuo a essere gravato da sicure tare mai risolte derivanti da un ginnasio assai impegnativo e sono perciò portato ad essere molto “secchione” e dunque a studiare a fondo le questioni che mi vedono impegnato in attività pubbliche. Confesso tutto ciò in premessa perché sulla riforma costituzionale ho rintracciato per intero il Wahrheit und Methode (e cioè la Verità e il Metodo) di Hans-Georg Gadamer. A scanso di equivoci dirò solo che quest’opera indica la strada maestra del No e riporto in proposito la definizione di Wikipedia di questo meraviglioso pensatore così da non tirarmela come fossi una versione di “Sapientino” 2.0 (quelli della mia generazione hanno capito…). Secondo “Verità e Metodo”, dunque, “quando il pensiero si accinge intenzionalmente a conoscere qualcosa, gli attribuisce un senso in qualche misura preconcetto; non del tutto arbitrario: riflette il senso della tradizione della comunità d’appartenenza. Quando ciascuno emette un giudizio è influenzato dalla propria visione del mondo (Weltansicht), che tuttavia non costituisce un inconveniente, bensì una condizione fondamentale del processo cognitivo. E’ per questa ragione che egli (cioè Gadamer, ndr) può affermare che: ‘Di per sé, pregiudizio significa solo un giudizio che viene pronunciato prima di un esame completo e definitivo di tutti gli elementi obiettivamente rilevanti’”.
Quando sostengo che “credere, obbedire, combattere” è la chiave che racchiude le ragioni del No attribuisco a questo un approccio tipicamente fascista che connota tutto il variegato mondo che si ritrova intorno all’opposizione referendaria del Sì. Per quanto la triade verbale li offenda, lo penso e dimostro perché.
Credere
La riforma costituzionale è accusata di dare sostanza a una “deriva autoritaria”, tanto per cominciare. Si tratta di una affermazione degna di novelli Pulcinella con il fez. La riforma, piuttosto, rappresenta il definitivo superamento dell’ordinamento giudiziario fascista così come concepito e voluto dal gerarca Dino Grandi nella primavera del 1941. Ripeterò fino alla noia che i due pilastri su cui quel regime totalitario fondava la sua visione di (in)giustizia erano la presunzione di colpevolezza e l’unicità delle carriere dei magistrati: la prima è stata immediatamente buttata nella discarica delle iniquità già nel 1948 con l’articolo 27 secondo il quale non si può essere considerati colpevoli sino alla condanna definitiva, l’altro ce lo siamo trascinati dietro come la famosa palla al piede di un prigioniero fino a oggi. Ricordo non per inciso ma per incidere in profondità nella vacuità dei ragionamenti che si ascoltano, che Giuliano Vassalli, insigne giurista insignito della medaglia d’argento al valor militare per gli atti compiuti durante la resistenza al regime nazifascista, si incaricò di superare il muro della vergogna introducendo il rito accusatorio spazzando via l’approccio inquisitorio proprio del fascismo non riuscendo però a completare il disegno con la separazione delle carriere perché osteggiato da (ma guarda un po’) l’Associazione nazionale magistrati. E’ appena il caso di rilevare che solo l’Italia – insieme alla Grecia – è tra gli Stati dell’Unione europea a 27 a non prevedere la separazione delle carriere tra magistrati requirenti e giudicanti. Con la postilla dedicata ai chierici del No che persino lo Stato Città del Vaticano ha adottato una rigida separazione delle carriere. Insomma, Mussolini, con buona pace dell’Associazione nazionale partigiani e della Cgil, se fosse sfuggito a piazzale Loreto ce lo ritroveremmo a “Piazzapulita” come convinto sostenitore del No. Eja, eja…mavalà!
Obbedire
L’argomento “principe” del fronte del No è che la riforma nasconda il “rischio”, il “pericolo” o la “minaccia” di un assoggettamento vuoi del giudice, vuoi del pm o vuoi degli uni e degli altri al potere politico. Questa riedizione del “volli, volli, fortissimamente volli” è un’assoluta fesseria. La Costituzione è un testo che non consente e non contempla alcuna ipotesi di essere fraintesa. Ciò che sta scritto lì deve essere chiaro e trasparente, non soggetto a interpretazioni o dietrologie: la Carta, in breve, pretende una assoluta purezza di linguaggio. Bisogna immaginarla come una corazza fatta di un metallo così resistente da respingere qualsiasi tentativo di essere trafitta se non dal fabbro che l’ha forgiata: il popolo. Non a caso l’articolo 1 enuncia immediatamente che “la sovranità appartiene al popolo” ed è lo stesso riferimento che non a caso apre la parte dedicata alla magistratura all’articolo 101 laddove leggiamo che “la giustizia è amministrata in nome del popolo” e che i “giudici sono soggetti soltanto alla legge”. Popolo e legge: l’uno incarica i suoi rappresentanti di definire i rapporti della comunità, l’altra è dunque diretta emanazione del popolo. Riflettete: quando il giudice pronuncia la sentenza, alzandosi in piedi, la proclama “In nome del popolo italiano” e non “In nome della legge” proprio perché il popolo è il “mandante” della magistratura e perché il giudice è “sottomesso” alla legge voluta dal popolo. Ma affinché il giudice sia messo al riparo da qualsiasi influenza del potere politico è precondizione la sua autonomia e indipendenza. Bingo! L’articolo 104 della Costituzione è lì a scolpirlo in modo, ancora una volta, chiarissimo: “la magistratura costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere”.
Bene, come incide la riforma su questa che, ripeto, è una precondizione per l’equilibrio tra i poteri? Semplicemente… non incide. Dunque, nella sillabazione dell’articolo 104 risiede quella sorta di spada nella roccia inespugnabile (alla maniera di Excalibur, con l’eccezione della mano del popolo) che fa da corazza all’autonomia e all’indipendenza della magistratura. Non vi è dunque e non vi può essere alcuno spazio per “rischio”, “pericolo” o “minaccia”. E alla spada nella roccia dell’articolo 104 si accompagnano altri principi che equivalgono ad altrettanti lucchetti antiscasso. La magistratura che si vorrebbe assoggettata al potere politico o controllata dalla politica dovrebbe non essere messa in condizione di indagare su qualsiasi reato (si tratta di uno dei ritornelli preferiti dal presidente Giuseppe Conte): peccato che l’articolo 112 che stabilisce “l’obbligatorietà dell’azione penale” in capo al pubblico ministero è e rimane esattamente nella formulazione di oggi. Si obietterà allora che salvata l’indipendenza, assicurata l’obbligatorietà di indagare su chicchessia c’è sempre il “pericolo” di un colpo di mano della politica attraverso la decisione di spostare da una città all’altra, da Aosta ad Agrigento, un pubblico ministero o un giudice sgradito. Niente, spiacente: è impossibile. Esiste e lotta insieme a noi l’articolo 107 della Costituzione perché afferma e affermerà: “I magistrati sono inamovibili. Non possono essere dispensati o sospesi dal servizio né destinati ad altre sedi o funzioni se non in seguito a decisione del rispettivo Consiglio superiore della magistratura, adottata o per i motivi e con le garanzie di difesa stabilite dall’ordinamento giudiziario o con il loro consenso”.
Dunque, la politica nulla può e nulla potrà per punire con il trasferimento un magistrato. Ma, sento dire con molta ignoranza, la politica potrà “scegliersi” i magistrati. Si tratta di un’ipotesi impossibile perché, ancora una volta, la Costituzione (articolo 106) prevede e continuerà a prevedere che un magistrato può diventare tale solo dopo aver vinto un concorso pubblico e mai per chiamata diretta del Palazzo. Ma non finisce qui. Perché i grandi obiettori della riforma aggiungono che, però, sul Consiglio superiore della magistratura e sull’Alta corte disciplinare l’influenza della politica sarà decisiva e in grado di influenzare, deviandolo, il corso naturale delle cose. In questo caso, non bisogna correre e cercare negli scaffali della libreria interpretazioni di diritto costituzionale, saggi dedicati al tema né articoli di dotte riviste giuridiche. L’elettore si doti piuttosto, sottraendolo al nipote o recandosi in cantina, di un pallottoliere di quelli in uso nello scorso secolo nelle scuole elementari. L’esercizio è semplice: il Csm, sia requirente che giudicante, sarà composto per due terzi da magistrati e per un terzo da membri indicati dal Parlamento mentre l’Alta corte disciplinare da nove magistrati, tre membri nominati dal Presidente della Repubblica e tre dalle Camere. Ora: un terzo nel caso del Csm e un quinto per l’Alta corte sono all’evidenza grandezze che diventano lillipuziane rispetto alla presenza dei magistrati.
In breve, di principesco l’argomento dell’assoggettamento dei giudici alla politica non ha nulla essendo piuttosto un rospo che inutilmente tenta di diventare qualcuno che non sarà mai.
Combattere
Entriamo adesso nel pieno del campo di battaglia, dove si lotta nel fango (cit. Meloni). L’argomento mosso a testuggine contro la riforma è quello del sorteggio dei componenti del Consiglio superiore della magistratura requirente e giudicante al pari di quelli dell’Alta corte disciplinare. L’eresia che si contrabbanda dal fronte del No è che il Csm sia organo di rappresentanza e che dunque chi ne fa parte deve essere di diretta emanazione elettiva. Si tratta di un’eresia perché il Csm non è affatto organo di rappresentanza ma unicamente di alta amministrazione. Significa che il Csm si occupa di nomine, promozioni, trasferimenti e non deve, non può occuparsi di politica (che invece pretende il sistema elettivo dovendo rappresentare il popolo). Fino a oggi, invece, i componenti togati del Csm hanno obbedito e si sono uniformati alle regole della politica fin dalla loro candidatura per arrivare all’elezione. Sulla qualità di questi componenti non esprimo un giudizio, ma non hanno mai goduto di grande popolarità tra gli stessi magistrati. Mi ha colpito in questo senso il ricordo che Lorenzo Matassa, magistrato con oltre quarant’anni di esperienza già in prima linea nella trincea antimafia di Palermo, ha riportato con le parole pronunciate nel 1980 da Giangiacomo Ciaccio Montalto, ucciso da Cosa Nostra a Valderice nel 1983: “Ci apprestiamo a consegnare l’Associazione, il Consiglio superiore della magistratura e ogni altro organo ove si annidi sia pure un briciolo di potere ai peggiori, ai burocrati delle correnti, ai maestri dei calcoli e dei gemellaggi (io ti do una cosa a te…), ai signori della grande clientela…”.
Quasi cinquant’anni dopo nulla è cambiato, come si è incaricato di dimostrare lo scandalo Palamara con annesso mercimonio e verminaio del Csm. Ed è per questo che il sistema va cambiato per mettere punto e rimuovere alla radice le “prassi inaccettabili, frutto di una trama di schieramenti cementanti dal desiderio di occupare il ruolo di particolare importanza giudiziaria e amministrativa, un intreccio di contrapposte manovre, gli scambi, talvolta con palese indifferenza al merito delle questioni e alle capacità individuali” (Sergio Mattarella, 2020). Per farlo ci vuole quel coraggio invocato proprio dal Presidente della Repubblica affinché si ponga fine alla degenerazione del sistema delle correnti. La riforma fa esattamente questo e il sorteggio tra gli stessi magistrati – persone che hanno il potere di mandare all’ergastolo un cittadino o di privarne la libertà – è la chiave per scardinare questo sistema.
A questo punto il discorso dovrebbe proseguire sul terreno sconnesso di altre fandonie per confutare le tesi secondo le quali la riforma piace ai mafiosi, ai massoni, ai corruttori e via delinquendendo. Ma da qui in avanti dovremmo riporre Wahrheit und Methode e rileggere Don Chisciotte della Mancia in cui il protagonista scambia i mulini per giganti. Anche no… oooops. E insomma: anche basta!
Giorgio Mulè è vicepresidente della Camera, deputato di Forza Italia