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Enzo Tortora, cronaca di un linciaggio
La corsa sfrenata alla demolizione del conduttore di “Portobello”. Una delle pagine più infelici del giornalismo italiano raccontata con una documentazione imponente e dettagliata, raccolta da Vittorio Pezzuto nel suo libro Applausi e sputi
Questo articolo non l’ho scritto io, ma parla con le parole intinte nel veleno giustizialista dei giornalisti e dei commentatori che nel cuore degli anni Ottanta hanno partecipato al linciaggio di Enzo Tortora. Parole che sono state raccolte con una documentazione imponente e dettagliata da Vittorio Pezzuto nel suo libro formidabile Applausi e sputi, appena ripubblicato da Piemme con una nuova introduzione di Davide Giacalone. Un catalogo della vergogna, un piccolo museo degli errori fatto di carta ma carico di una potenza micidiale per demolire un uomo stritolato da un meccanismo giudiziario infernale. Una delle pagine più umilianti della storia del giornalismo italiano nell’Italia repubblicana. Il più subalterno alle tesi dell’accusa, totalmente ignaro della presunzione di innocenza costituzionalmente tutelata. Non l’unica pagina, come si vedrà di lì a poco. Ma forse la più spudorata per coralità e intensità. Il catalogo è questo. Nei giornali la disonorevole corsa al linciaggio scattò con frenesia ed entusiasmo, galvanizzata dall’immagine del personaggio noto esibito come un trofeo in manette, diffamato da figuri come Giovanni Pandico e Pasquale Barra noto all’ambiente come ’O animale. L’Ordine dei giornalisti sempre servilmente solerte sospese seduta stante il reprobo dall’Albo. Sul Giorno suonò la tromba Guglielmo Zucconi: il lavoro dei magistrati “è costato e ha prodotto migliaia di cartelle dattiloscritte, decine di migliaia di intercettazioni telefoniche, cinque mesi di appostamenti in tutta Italia, di interrogatori in tutte le carceri italiane”. Per Massimo Esposti della Notte ‘O animale era “un vero cervello elettronico, una banca dati precisa, senza tentennamenti”. Sul Giorno Paolo Bonaiuti in estasi: “Barra diceva qualcosa? Subito si controllava, nei minimi dettagli. Ma non c’è stato verso di coglierlo in errore”, no, non c’è stato proprio verso. Gigi Moncalvo, che in futuro cambierà radicalmente idea sulla persecuzione di Tortora, sul Giorno vergò la sentenza: “Ci sono prove e fatti incontrovertibili”. E come commentare gli innumerevoli scambi di persona che costellavano un’inchiesta ritmata dalle rivelazioni di ‘O animale e che si riveleranno senza fondamento? Adriano Baglivo sul Corriere: purtroppo i pur infallibili inquisitori “devono combattere pure le omonimie e qualche intreccio dai risvolti pirandelliani”, che poi con “pirandelliani” si porta tutto. Su Repubblica Luca Villoresi: “Un sacrificio pagato sull’altare della possibilità statistica”. Pochi i dubbiosi, sin dalla prima ora, una pattuglia che poi si rafforzerà con gli interventi di Enzo Biagi (“e se Tortora fosse innocente?”), Giorgio Bocca, Leonardo Sciascia, Vittorio Feltri, Lino Jannuzzi e pochi altri. Sul Manifesto Gianni Riotta: “Un nuovo episodio di battaglia giudiziaria a colpi di scoop. Una botta data alla credibilità della lotta antimafia.
Rossana Rossanda: “Ho trovato indegna la forma dell’arresto di Enzo Tortora e grave che sulla sua vita continuino a pesare accuse sulla parola di quella figura impropria giuridicamente e vergognosa moralmente che è un delatore”. Massimo Fini sul Giorno: “Basta che un mascalzone, purché mascalzone, tiri in ballo il nome di un onest’uomo perché questi finisca in galera”. Ma l’orchestra ben eterodiretta della stampa suonava un’altra musica. Sulla Notte Antonio Esposito: “Solido castello delle accuse”. Paolo Gambescia sul Messaggero: “Tortora ammette solo: vidi Turatello” (falso). Poi partì la gogna antropologica, la pulsione a considerare lo stesso modo d’essere del linciato e la sua eventuale antipatia come le prove di un inconfessabile reato. Costanzo Costantini sul Messaggero: “I moralisti sono sempre da valutare con favore, a condizione che conducano una vita irreprensibile”. Luigi Compagnone sul Secolo XIX: “Egli è solo uno dei tantissimi pessimi esempi dell’italiano che, sotto la lacrimuccia televisiva, nasconde il suo ardore per il danaro”. Giorgio Torelli sul Giornale: “Ma questo televisore, chi ci porta in casa?”. Wladimiro Greco sul Giorno: “Dosando con grande mestiere indignazione e sbigottimento ha retto bene la parte della vittima innocente”. Camilla Cederna sulla Domenica del Corriere: “Mi pare che ci siano gli elementi per trovarlo colpevole: non si va ad ammanettare uno nel cuore della notte se non ci sono delle buone ragioni. Il personaggio non mi è mai piaciuto”. Giulio Nascimbeni sul Corriere della Sera: “L’ostentazione del perbenismo corre sempre sul filo dell’ipocrisia. Né penso che Tortora credesse fino in fondo nel suo malinconico barnum del venerdì sera”. Giovanni Arpino sul Giornale: “Tempi duri, tempi durissimi per gli strappalacrime”. Lietta Tornabuoni sulla Stampa: “Alla colpevolezza di Tortora ci credono quelli che fanno i magistrati a Napoli, che sanno le cose… C’è il rifiuto di sentirsi ingannati e presi in giro anche da Enzo Tortora, perfino da Portobello”. Solo in seguito eccepirà sul Giorgio Bocca su Repubblica: “Non riesco proprio a trovarlo il punto in cui si dice che gli antipatici devono stare in galera a ogni costo, anche a costo delle menzogne e delle diffamazioni”. Nel mondo dello spettacolo, la paura induceva al silenzio omertoso. Con poche eccezioni, come quella di Renzo Arbore: “Mi vengono i brividi. Penso che Tortora sia innocente. Penso a Luttazzi, arrestato nel 1970 per droga, rilasciato dopo un mese e assolto con formula piena. Un uomo distrutto, che non si è più ripreso”. Sui giornali si sentiva il passo marziale dei magistrati a dar manforte ai giornalisti zelanti. Armando Spataro, sostituto procuratore della Repubblica a Milano: “Da come sono andate le cose finora, si deve dedurre che gli elementi di responsabilità a suo carico esistono. E se un giorno Tortora venisse assolto, come gli auguro, vorrebbe dire che si è trattato di un errore non evitabile” (chissà come avrebbe reagito se lui o uno dei suoi cari fosse stato sbattuto in gattabuia per un “errore evitabile”). Poco a poco il castello si sbriciolava, ma gli inquirenti forniscono nuovo materiale per rimpolpare l’accusa e sfamare con finte novità il giornalismo al seguito. Adriano Baglivo sul Corriere della Sera: i magistrati “sono costretti a difendere il loro lavoro dagli attacchi quotidiani di una parte della stampa, che giudicano ‘per scopi esclusivamente economici interessati alla liberazione di Tortora’” e ora, provvidenzialmente, “il colloquio degli inquirenti con Tortora squarcia il velo sul mistero e delinea un iceberg di prove documentate. Di quali reati accusate Tortora? La risposta è immediata, lucida, senza ombra di dubbio”: “immediata”, “lucida”, sembra l’Agenzia Stefani di fascistica memoria. Adriano Sollazzo sul Corriere della Sera: “la nuova inchiesta sarebbe partita da una segnalazione anonima ma, a quanto pare, dettagliatissima” - a quanto pare. Dopo uno speciale “innocentista” di Enzo Biagi su Retequattro Ennio Elena tuonò sull’Unità: “La vicenda giudiziaria di Enzo Tortora è esemplare. E’ il clan, la lobby, la corporazione che si mobilita a difesa di un suo membro”. Il populismo sguaiato non l’ha inventato Beppe Grillo.
All’antipatico Tortora non si perdonava nulla. Quando i suoi avvocati fecero domanda di libertà provvisoria per gravi motivi di salute, partì il coro beffardo. Lietta Tornabuoni: “Dunque Tortora non ce l’ha fatta. Non intendeva usufruire dei privilegi della notorietà, non voleva scorciatoie. Adesso la libertà provvisoria s’è ridotto a chiederla”: la “libertà provvisoria” un privilegio, addirittura? Persino quando uscì un libro difensivista del giornalista Rai Giacomo Ascheri, la corporazione si mosse come una falange. Gigi Moncalvo sul Mattino sferzò i “contenuti di certe sgangherate pagine del volumetto”. Giampaolo Pansa su Epoca: “Se Tortora è innocente, perché è stato coinvolto nell’indagine sulla camorra?”. Il libro non rispondeva all’interrogativo più sleale del mondo (se sei innocente, perché ti accusano?), dunque da buttare, se non per la “ricostruzione dei dati di accusa”. Quando decise di presentarsi alle elezioni europee con i Radicali di Marco Pannella, sul Popolo, organo della Dc, Giovanni Galloni ricamò il suo elogio della forca: “Da questa vicenda emerge che la prima legge da cambiare è la legge elettorale che deve impedire la candidatura di chi sia detenuto in attesa di giudizio”: detta da un Dc, che sapore ha questo ukase? Giulio Andreotti, già salvato ventisette volte dalla Commissione inquirente e che di lì a non molto si ritroverà nelle scomode vesti di imputato “presunto colpevole, esibì un piglio feroce e sconcertante: “La Costituzione stabilisce che fino a una sentenza definitiva nessuno può essere considerato colpevole. Forse fu un’affermazione enfatica ed esagerata perché, dopo una sentenza di primo grado che condanna, la presunzione di colpevolezza è più logica. E’ comprensibile che chi può cerchi di mettersi al riparo dell’‘eternità giudiziaria’ evadendo, non segando le sbarre e arrotolando a corda le lenzuola, ma chiedendo agli elettori un mandato parlamentare”: lo stato di diritto per Tortora non doveva valere. Giuliano Zincone sull’Europeo: “Sullo schermo della tv è tribunale e parte in causa. E la sentenza che emette possiede un’autorità nemmeno lontanamente paragonabile a quella di un magistrato. Il Tortora che aggredisce l’‘innocenza’ della giustizia italiana nega legittimità a chi dovrebbe giudicarlo, propone regole morali diverse e su queste tenta di mobilitare le moltitudini”. Adriano Baglivo sul Corriere della Sera: “Ogni parola di pentito è stata sottoposta a rigorosi accertamenti”. Franco Coppola su Repubblica: “L’accusa contro Tortora appare solida e articolata”. Lino Rizzi, direttore del Giorno: “Su Tortora sono piombate come un macigno sessanta pagine di una requisitoria che propone sul suo conto più convincimenti che sospetti, più certezze che indizi”. Giampaolo Pansa sull’Espresso: “Preferisco ‘far salire’ qualcuno: Lucio Di Pietro, il giudice che ha avviato l’inchiesta sul re di Portobello. Viveva un’esperienza drammatica, sottoposto a pressioni di ogni genere e bombardato da accuse” (alla fine della persecuzione contro Tortora Lucio Di Pietro “salirà” e farà carriera, promosso come procuratore generale della Repubblica di Salerno). Dopo la prima condanna Paolo Gambescia sul Messaggero insisteva: “Per difendersi concretamente il presentatore aveva ben poco”. Luisa Forti sul Secolo XIX: “Modulando la voce su tutti i toni, ossequioso e al tempo stesso sdegnato, osservando pause a effetto… Il presentatore sta urlando, gli occhi sono abilmente lucidi”; non solo lucidi, ma “abilmente lucidi”. Alfonso Madeo sul Corriere della Sera in un ritratto incantato del pentito Pandico: “Attentissimo a ribattere battuta con battuta, ironia con ironia, senza l’ombra di un’incertezza e senza un attimo di compiacimento. Va accumulando ore e ore di interrogatorio con l’aiuto di una memoria che un po’ sbalordisce e un po’ atterrisce. Perché non dà tregua, non conosce pausa, non indugia, non perdona”. Indro Montanelli un po’ era innocentista (linea: non può essere un camorrista) ma un po’ pensava che, sotto sotto, di un tipo come Tortora fosse meglio non fidarsi: “E’ un fragile, un carattere impressionabile. Non mi sento nemmeno di escludere che in qualche leggerezza sia incorso con gente impelagata in faccende di droga, sebbene non mi risulti che ne avesse il vizio. Se è così, meglio avrebbe fatto a confessarlo”. Il circo dei giornalisti impazziva con le scommesse sulla condanna del presentatore, data per certa. Luigi Gambacorta sul Tempo: “L’assoluzione la pagavano sei volte. Non c’era cameraman, fotografo, operatore, persino quelli delle tv straniere, che non avessero giocato contro di lui”. Vittorio Feltri sul Corriere della Sera: “La corporazione voleva a larga maggioranza la condanna di Tortora, neanche si trattasse di una conquista per la categoria. E ora che il presentatore era a terra, il piacere di sferrargli delle pedate era voluttuoso. Durante la lettura della sentenza ho visto cose turpi”. Con la condanna, continuava Feltri, “qualcuno ha stretto i pugni dalla felicità, altri hanno sorriso, sia pure con moderazione, dato il momento. Era come se la squadra avesse segnato in trasferta. E alla sera, ho saputo, hanno brindato: alla faccia di Tortora”. Eppure, nonostante brindisi e scommesse, secondo Giuliano Zincone sul Corriere della Sera: “Nessun imputato di reati comuni (camorra e spaccio di droga, mica rivoluzioni e utopie) ha goduto di tanti privilegi nel nostro Paese”. Poi con l’assoluzione in appello esplodono il rancore e il malumore. Indispettito Sergio Balestrieri su Avvenire: “Una parte politica ha sposato la tesi dell’innocenza acriticamente. Per far trionfare comunque la sua tesi ha forzato regolamenti e scardinato disposizioni”. Gianni Vattimo deplorò sulla Stampa: la malattia come “oggetto di utilizzazione politica spicciola”. Ma Paolo Gambescia, anni dopo: “Ho contribuito a distruggere un uomo. Non sono stato il solo, ma questo non mi assolve”. Si autoassolsero tutti gli altri, compreso l’Ordine dei giornalisti, ente inutile. Grazie a Vittorio Pezzuto per avercelo ricordato.