Le dichiarazioni

Gli interventi opposti di Gelli jr e Nino Di Matteo sul referendum (con rischio boomerang)

Alessandro Villari

Il figlio del capo della P2 ha detto che "la riforma Nordio piacerebbe" al padre, mentre per il magistrato, a votare Sì saranno "massoni, corruttori e mafiosi". Ma invece di rafforzare le proprie ragioni, entrambe le dichiarazioni finiscono per offrire un’arma all’avversario

L'uno dice che che "la riforma Nordio piacerebbe a mio padre Licio Gelli". E l'altro sostiene di essere "perfettamente d’accordo con Nicola Gratteri: assieme alle persone per bene, per il Sì nel referendum voteranno mafiosi, massoni e architetti del sistema corruttivo". Due interventi sul referendum sulla giustizia che – per eterogenesi dei fini – rischiano di essere un boomerang per entrambi gli schieramenti. 

Da una parte Maurizio Gelli, dall'altra il magistrato Nino Di Matteo. Il primo si schiera dalla parte dei sostenitori del Sì al referendum, ma lo fa chiamando in causa suo padre, capo della loggia massonica deviata P2 dagli anni '70 fino al suo sciogliemento. E così il suo endorsement alla riforma Nordio si ritorce contro la stessa separazione delle carriere. A intervistarlo è il Fatto Quotidiano, in prima linea nella battaglia per il No. Il pm Di Matteo invece, alla presentazione di un libro proprio del direttore del Fatto Marco Travaglio, va a ingrossare direttamente le fila del No. "Gli autori della riforma – dice – partono dalla necessità e dal quotidiano esercizio di una denigrazione della magistratura". Eppure anche la sua presa di posizione potrebbe rivelarsi un'arma a doppio taglio.

 

Nella sua intervista, Maurizio Gelli, quartogenito del maestro "venerabile" della P2 parla sostiene che suo padre "avrebbe avuto un'opinione molto favorevole" della separazione delle carriere di giudici e pubblici ministeri anche perché questo punto faceva parte del Piano di rinascita democratica della loggia massonica. “Il fatto che oggi sia al centro di un referendum”, afferma, “rispecchia la lungimiranza di mio padre". Gelli aggiunge inoltre che le riforme che il governo Meloni sta portando avanti siano molto simile alle idee del capo della P2, dai test psicoattidudinali per i magistrati al presidenzialismo: “Mi chiedo cosa ne penserebbe un avvocato specializzato in proprietà intellettuale”. Insomma, Gelli jr ha fatto un “assist” involontario al No: l’endorsement di un cognome così simbolicamente pesante rischia di delegittimare la riforma agli occhi di molti elettori moderati o indecisi. "So bene che la figura di mio padre può suscitare sentimenti contrastanti", ammette Gelli, "ma è fondamentale esaminare le sue proposte con un occhio critico. Non è un caso che la politica italiana negli ultimi anni abbia riscoperto molte delle sue idee: se possono portare miglioramenti alla società italiana, ben venga".

E infatti dalle opposizioni non si sono lasciati scappare la ghiotta occasione. In una nota, Luca Pirondini, nuovo capogruppo del Movimento 5 Stelle al Senato, ha dichiarato che la riforma promossa da Giorgia Meloni e Carlo Nordio "ripropone in maniera chiara l'impianto della P2, un progetto pericoloso che viene da molto lontano”. Dalla maggioranza ha risposto la senatrice di FdI Antonella Zedda: "Il piano della P2 prevedeva anche la riduzione del numero di parlamentari. E anche nel programma dei 5Stelle era prevista la separazione delle carriere. Se la riforma della giustizia è di stampo 'piduista', i 5Stelle sono i naturali eredi di Gelli e della P2?".

 

Di Matteo invece nel suo intervento ha ripreso le parole del procuratore di Napoli che qualche settimana fa avevano attirato moltissime polemiche. Gratteri aveva infatti detto che a favore della riforma del governo Meloni avrebbero votato "gli indagati, gli imputati, la massoneria deviata e tutti i centri di potere che non avrebbero vita facile con una giustizia efficiente". Di Matteo ha dunque premesso al suo discorso che a votare per il sì sarebbero state anche "persone per bene" cercando in questo modo di correggere il tiro del suo collega. Secondo Di Matteo inoltre, gli autori della riforma "quando ci bombardano di notizie e giudizi negativi sulla magistratura, dal caso Garlasco al caso Tortora, ai bambini della casa del bosco, parlano male della magistratura, la delegittimano agli occhi del popolo". E soprattutto parlano "alla pancia di quanti hanno interesse a una delegittimazione della magistratura e questi sono i massoni, i mafiosi. Quando i mafiosi, quelli che ragionano, pensano che una parte politica possa andare contro la magistratura, già loro hanno deciso per chi votare". E ricorda che quando nel 1987 il Psi e il partito radicale furono, tra gli altri, i fautori della riforma sulla responsabilità civile dei magistrati, "i mafiosi erano talmente entusiasti che, anche cambiando quelle che allora erano le loro inclinazioni verso la Dc, decisero di votare per i socialisti e i radicali". 

 

Contro le parole di Di Matteo è intervenuto Giorgio Mulè, deputato di Forza Italia e vicepresidente della Camera, responsabile della campagna azzurra per il Sì: “Si prova soltanto una grande, infinita pena. È il delirio di un invasato animato dal pregiudizio che non ha alcun rispetto per l’intelligenza e la storia. Non è neppure il caso di confutare un’analisi così ridicola e superficiale. Con lo stesso metro si potrebbe dire che negli anni Novanta un sindaco di Palermo di sinistra eletto con il 75 per cento dei voti avesse calamitato su di sé i voti della mafia. Sarebbe ridicolo, appunto. Qui però siamo oltre e non c’è sdegno che possa contenere cotanta infamia”. 

In sostanza, se Maurizio Gelli ha offerto all’opposizione un’arma retorica potentissima, evocando il passato tossico della loggia guidata dal padre, dall’altra parte, il magistrato Di Matteo, richiamando le parole di Gratteri, fa una generalizzazione pericolosa, radicalizza il dibattito rischiando di allontanare i moderati e offre alla maggioranza l’occasione di dipingere il fronte del No come giustizialista e fazioso. Così rafforza la narrativa opposta. Chi sostiene la riforma può dire: “Vedete? La magistratura fa politica e delegittima chi non la pensa come lei”. In ognuno dei due casi, si rischia l'effetto boomerang.