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il caso
L'incredibile caso dell'ex sindaco di Rosarno, accusato di aver avuto rapporti con un clan mafioso che però non esiste
L’ex sindaco Giuseppe Idà passa dall’accusa di patto con la ’ndrangheta a un’assoluzione piena perché “il fatto non sussiste”. I giudici smontano l’impianto della Dda di Reggio Calabria e mettono in dubbio persino l’esistenza della cosca che avrebbe condizionato le elezioni
Lo avevano dipinto come un sindaco-marionetta che, in nome del patto politico-mafioso siglato alla vigilia delle elezioni, si faceva dettare dalla cosca locale ogni scelta: formazione della lista, programma elettorale, simbolo e persino discorso di chiusura della campagna elettorale. È finita con l’assoluzione da parte del Tribunale di Palmi dell’ormai ex primo cittadino di Rosarno, Giuseppe Idà, e con la beffa ulteriore, messa nera su bianco dai giudici, che l’esistenza della potente cosca non è stata neppure provata.
La disavventura giudiziaria di Idà (che portò allo scioglimento del Comune) prende le mosse il 18 gennaio del 2021, a ridosso delle elezioni comunali. Quel giorno la Dda di Reggio Calabria, guidata allora dal procuratore Giovanni Bombardieri, dà avvio all’operazione “Faust” e arresta 49 persone, fra cui lo stesso sindaco (difeso dall’avvocato Giuseppe Martino), che rimane quasi un mese ai domiciliari con l’accusa di aver vinto le elezioni del 2016 grazie all’apporto nella ’ndrina Pisano, alias “i diavoli”. Il patto, secondo la procura, prevedeva la raccolta di voti a favore di Idà ad opera dei Pisano in cambio dell’assegnazione dell’assessorato ai Lavori pubblici a Domenico Scriva, ritenuto affiliato alla cosca. Le cose, però, come dimostra anche la rinuncia all’impugnazione dell’assoluzione divenuta definitiva pochi mesi fa, non stavano così.
Figura centrale nella ricostruzione accusatoria è Francesco Pisano, il cui appoggio alla lista del sindaco viene fatto risalire dai giudici alla sua “forte passione politica” e alla “manifesta ostilità” per la lista avversaria. Una premessa che apre le porte alla disintegrazione di tutte le accuse. Se per la procura, ad esempio, un’intercettazione dimostra che Pisano conosceva preventivamente i nomi delle candidate donna, per i giudici la tesi non sta in piedi, in quanto il dialogo captato avviene in prossimità del deposito delle liste, ed è del tutto logico pensare che sia questo il motivo per cui i nomi delle candidate fossero noti anche a Pisano.
Ma a rendere lampante la debolezza delle accuse è una circostanza a dir poco curiosa. Per gli inquirenti, si legge in sentenza, Pisano aveva curato la predisposizione di una bozza del programma elettorale “insieme al proprio ‘gruppo’, ovverosia con la cosca di appartenenza”. Una conclusione che emergerebbe da un’intercettazione in cui Pisano afferma: “C’abbiamo il gruppo qua che stiamo stilando il programma (…), questa è una bozza”. Quel “gruppo”, però, accertano i giudici, altro non è che un movimento giovanile nato a sostegno di Idà e noto come “i ragazzi di piazza del Popolo”. Idà, annota infatti il tribunale, ha dimostrato di “aver personalmente predisposto il programma definitivo sulla base di una bozza inoltratagli via mail” dal figlio di una cugina che “lavorava con Matteo Renzi”. Bozza poi sottoposta, appunto, ai “ragazzi di piazza del Popolo” che frequentavano la segretaria politica di Idà. È in quel movimento giovanile, concludono i giudici, che deve “individuarsi il ‘gruppo’ evocato” da Pisano. Quanto al simbolo, le indicazioni di Pisano erano solo “meri suggerimenti” (quello depositato risultò “diverso da quello ideato da Pisano”), mentre il discorso di chiusura della campagna elettorale viene “elaborato da Idà anche grazie al contributo” di “tutti i membri della sua segreteria politica”, incluso il sostenitore Pisano, che non ne era affatto, dunque, la “mente ideatrice”. E la ricerca dei voti? “Non risulta si sia svolta con modalità prevaricatrici ed intimidatorie”, si legge in sentenza. Anzi, “emerge limpidamente” che Pisano non impiega mai “toni nemmeno larvatamente minatori”. Dopo le elezioni, d’altronde, i rapporti fra Idà e Pisano (che verrà assolto) si incrinano. E se per la procura Idà viola il patto per “allontanare da sé ogni sospetto”, per il tribunale la ragione sta nella mancata assegnazione a Scriva della delega ai Lavori pubblici. Smontate le accuse, i giudici giungono alla conclusione più inaspettata. Il collegio, si legge infatti in sentenza, “non ha ritenuto di ravvisare l’attuale esistenza” del sodalizio mafioso dei Pisano, ai quali si contestava “di aver dato vita ad una neoformazione autonoma, parallela e alternativa alle altre famiglie mafiose” egemoni a Rosarno. Ma i fratelli Pisano, sottolineano i giudici richiamando le dichiarazioni dei pentiti, “non esercitavano il controllo” su porzioni del territorio, “non realizzavano estorsioni, né vantavano infiltrazioni” nella vita politica ed economica. Per Idà, assolto il 21 novembre del 2024 perché il fatto non sussiste, la procura aveva chiesto 13 anni di galera.