L'editoriale del direttore
La disfatta dei finti garantismi sul caso del poliziotto di Rogoredo
Diffidare di chi usa la cronaca per fare leggi o per vincere le elezioni (a destra e a sinistra). Imparare a mettere in campo il proprio garantismo e considerare innocenti fino a prova contraria non solo le categorie che si amano ma prima di tutto quelle che si disprezzano
Si scrive giustizia, si legge gogna. Si scrive garantismo, si legge gargarismo. Si scrive Rogoredo, si legge realtà. La storia di Carmelo Cinturrino ormai probabilmente la conoscerete a memoria. Carmelo Cinturrino ha quarantuno anni ed è il poliziotto che lo scorso 26 gennaio ha sparato uccidendo il 28enne Abderrahim Mansouri durante un controllo antidroga nel boschetto di Rogoredo, a Milano. La storia, per come si è presentata quel lunedì, era una storia semplicemente perfetta per una parte dell’opinione pubblica: un uomo delle forze dell’ordine che prova a fare il suo mestiere contro uno spacciatore straniero, immigrato, di colore, in un boschetto infame nella periferia di una grande città amministrata dalla sinistra e che dopo essersi difeso sparando a morte da una minaccia imminente si trova vergognosamente indagato per omicidio volontario da una magistratura in combutta con la sinistra, insensibile ai pericoli che corrono in Italia le forze dell’ordine.
Droga (dunque sinistra), Milano (dunque sinistra), immigrato (dunque sinistra), magistrati (dunque sinistra) contro le forze dell’ordine (dunque destra) e la politica e l’informazione al seguito (di destra), desiderose tutte di creare una polarizzazione forzata. Guardie e ladri. Destra e sinistra. Stato contro anti-stato. Ricorderete con facilità dunque cosa è successo in quei giorni. Il leader della Lega, Matteo Salvini, subito dopo i fatti ha pubblicato post e dichiarazioni di sostegno all’agente: “Io sto con l’agente senza se e senza ma”, ritenendo “eccessiva” l’iscrizione nel registro degli indagati per omicidio volontario e invocando tutele legali rafforzate per chi opera in contesti ad alto rischio come quello di Rogoredo. Insieme con Matteo Salvini, un fiume di esponenti di centrodestra ha scelto di trasformare il caso di Rogoredo nel simbolo perfetto di una Italia che non vogliamo vedere: quella in cui la sinistra copre i ladri e i poliziotti sono lasciati al loro destino e trasformati in colpevoli fino a prova contraria (scambiare un delinquente in una vittima del sistema fino a prova contraria, come spesso fa un pezzo del mondo progressista, è anche questo un’oscenità).
Nel corso dei giorni, però, la storia di Carmelo Cinturrino si è decisamente complicata. Iniziano a emergere alcuni dubbi. I primi dubbi emersi nell’inchiesta riguardano anzitutto l’arma: quella trovata accanto a Mansouri sarebbe stata una replica non in grado di sparare. Si indaga poi su un possibile ritardo nella chiamata dei soccorsi e su versioni non coincidenti tra gli agenti presenti. La Procura sta verificando anche eventuali rapporti pregressi tra il poliziotto e la vittima. Il cortocircuito è evidente. La destra che ha trasformato il poliziotto in un eroe, e che ha provato a trasformare le indagini della magistratura in un’aggressione contro le presunte gesta eroiche del poliziotto fino a prova contraria, si ritrova a fare i conti con una realtà che potrebbe smentire la sua narrazione. E dall’altra parte l’opinione pubblica che invece aveva trasformato il poliziotto in un omicida fino a prova contraria si sfrega le mani dicendo: beh, che fate, non parlate più? La storia del poliziotto di Rogoredo è istruttiva per molte ragioni. Una lezione è evidente: usare la cronaca per fini politici è molto pericoloso e chiunque cerchi di utilizzare un fatto di cronaca per affermare una verità, ovvero la sua verità, non sta facendo altro che speculare su una tragedia, per piegare la realtà alle proprie convinzioni. Ma la lezione più interessante riguarda un rapporto distorto e malato che esiste con la parola garantismo. Garantismo non significa usare le garanzie per difendere una categoria che si considera amica, vicina alle proprie idee, ai propri ideali. Garantismo significa difendere le garanzie sempre. Vale per la destra, che sul caso del poliziotto ha trasformato lo spacciatore in un uomo meritevole di essere ucciso fino a prova contraria. Vale per la sinistra, che sul caso del poliziotto ha trasformato la sparatoria nella dimostrazione che anche l’Italia rischia di trovarsi con un’Ice in casa. Le indagini si possono commentare, naturalmente: esprimere un’opinione su un fatto non è un reato, ma voler piegare la cronaca alle proprie idee non è mai un buon servizio offerto al rispetto dello stato di diritto. Quello che però sfugge agli occhi dei più in questa storia drammatica, e come si è visto anche nella questione delle presunte leggi securitarie che il governo avrebbe fatto per “scudare” i poliziotti, rivelatesi una fake news, riguarda la presenza di una serie di elementi virtuosi in questa vicenda.
Il punto, sul caso del poliziotto, non è aver trasformato il poliziotto in un innocente fino a prova contraria, cosa che sarà fino alla fine del processo. Il punto è averlo fatto solo perché la categoria finita sotto indagine rientra all’interno delle categorie gradite a una parte politica. Lo stesso si potrebbe dire per il mondo progressista: quante volte un uomo delle forze dell’ordine indagato è stato trasformato in un colpevole fino a prova contraria in quanto poliziotto o carabiniere? Ma la lezione vera che non vogliamo vedere riguarda un dato importante delle indagini su Rogoredo: la velocità. In pochi giorni, gli inquirenti hanno trovato prove, si sono tenuti lontani dai talk, hanno fatto il loro lavoro e hanno evitato di spettacolarizzare una vicenda già spettacolarizzata e già trasformata dalla politica in un teatrino ridicolo. Vedremo come si concluderà la storia dell’assistente capo. Quello che sappiamo è che, a prescindere da come finirà, la storia ci aiuta a stabilire alcuni paletti che riguardano il nostro stato di diritto e che non possono non stare a cuore a chi spera che in futuro anche grazie alla riforma della giustizia vi possa essere più rispetto delle garanzie (la riforma della giustizia per fortuna è un conto, e ci piace, l’algoritmo dello scalpo sui social è un altro, e lo disprezziamo). Diffidare di chi usa la cronaca per fare leggi o per vincere le elezioni (a destra e a sinistra). Diffidare di chi trasforma un caso drammatico che colpisce l’opinione pubblica per demonizzare categorie. Imparare a capire che differenza c’è tra una magistratura che usa le indagini per farsi pubblicità e una magistratura che indaga nel rispetto delle regole. Imparare a fare uno sforzo per il futuro: mettere in campo il proprio garantismo e considerare innocenti fino a prova contraria non solo le categorie che si amano ma prima di tutte quelle che si disprezzano. Si scrive giustizia, si legge gogna. Si scrive garantismo, si legge gargarismo. Si scrive Rogoredo, si legge realtà.